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RIFORME/ Politici immobili? Ecco la strada: primarie nei partiti e cambiare il “porcellum”. E un po’ di realismo

Nicolò Zanon risponde al dibattito lanciato da Tito Boeri su Repubblica, che ha sollevato il problema dello strapotere della nostra classe politica e della mancanza di ricambio. Si può innanzitutto migliorare il porcellum diminuendo l’ampiezza delle circoscrizioni e la lunghezza delle liste. E fare primarie “vere”, che si potrebbe pensare di prevedere con legge dello Stato

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Cambiare le regole di selezione della classe politica, abolendo il finanziamento pubblico alla politica e le liste bloccate, diminuendo il numero dei parlamentari e organizzando un sistema di primarie vere per poter poi votare quelli che ci appaiono i migliori? E chi non ci starebbe, a questo sintetico programmino proposto da Tito Boeri?

Sono decenni che assistiamo al progressivo, generale, abbassamento di livello di preparazione della nostra classe politica, per fortuna con le dovute (e non così scarse) eccezioni. Il fatto è che – al di là dei facili slogan – ci vuole un poco di senso di realtà. Chi può legalmente modificare le regole di questa selezione se non la stessa classe politica che c’è, qui e oggi, in Parlamento?

Tutti sanno che ad ogni legislatura fioriscono commissioni di studio per la modifica del sistema elettorale. Tutti abbiamo letto le loro proposte, più o meno accettabili, di riforma. Ma tutti sappiamo che ogni proposito realmente riformatore si arena nelle secche dei veti reciproci fra partiti. È il vecchio paradosso delle riforme che torna regolarmente a disilluderci: poiché il sistema (di selezione della classe politica) è in netta crisi, si vuole una grande riforma. Cioè, si chiede a quello stesso sistema di offrire una prestazione straordinaria, riformare se stesso. Ma come potrà farlo, se esso è, appunto, in crisi?

Roberto D’Alimonte, autorevole studioso dei sistemi elettorali, pensa personalmente che l’ideale sarebbe avere un sistema elettorale a collegi uninominali (ogni collegio elegge un solo rappresentante), e riterrebbe meraviglioso che le elezioni fossero precedute da “primarie di collegio”, in cui i simpatizzanti di ogni partito scelgono quale candidato schierare nella competizione. Ne avremmo benefici notevoli, sia in termini di effetti sul sistema partitico, sia in termini di reale rappresentatività dei territori da parte dei nuovi parlamentari. Ma da Presidente di una commissione di riforma della legge elettorale (cui partecipai anch’io nella scorsa legislatura) – preso atto dell’irrealizzabilità del suo programma - si adattò realisticamente a proporre quattro o cinque modifiche che potessero davvero migliorare l’impostazione di quella legge. Eppure, anche questa idea ragionevole dovette arenarsi di fronte ai massimalismi di chi sosteneva che “il porcellum non si riforma, si abbatte”. Il risultato è stato che abbiamo di nuovo votato con il porcellum.

Ma allora non c’è niente da fare e ci si deve rassegnare? Non direi, basta essere realisti e rifiutare i radicalismi. Intanto, il porcellum si potrebbe migliorare diminuendo l’ampiezza delle circoscrizioni e, quindi, la lunghezza delle liste di candidati all’interno di esse. La forte opacità del processo di selezione dei parlamentari è favorita dal fatto che l’elettore non può ricordare lunghe liste di nomi, in cui trovano posto (più o meno sicuri di elezione) candidati immeritevoli, il cui unico skill è l’amicizia potente. Liste più brevi di nomi farebbero risaltare maggiormente il livello qualitativo dei candidati.

Le liste bloccate fanno scandalo, lo so bene: ma non possiamo dimenticare troppo facilmente che votammo in passato dei referendum per ridurre il voto di preferenza (certo, non per abolirlo totalmente), né che esso può essere fonte di una politica di scambi e favori non sempre cristallina. Né si può trascurare che  nei sistemi elettorali dei paesi con cui è giusto confrontare l’Italia il voto di preferenza non c’è.

Si è visto, poi, che il porcellum non ha impedito comportamenti virtuosi, come la scelta di Veltroni e Berlusconi di correre quasi da soli, con ottimi effetti di riduzione della frammentazione partitica. È vero che si tratta ora di incidere sul livello medio qualitativo della classe parlamentare. Primarie “vere” interne ai maggiori partiti per stabilire chi candidare sarebbero un’ottima soluzione, per ora da affidare alla volontà di chi nei partiti opera, ma un domani da prevedere con legge dello Stato.

Infine, abolire i rimborsi elettorali? Mai dimenticare che la politica costa, ma certo lo stesso Obama ha sdoganato l’importanza dei finanziamenti privati, magari di modesta entità, ma numerosissimi. Proprio da ultimo, è da sottolineare l’importanza di internet su cui Boeri insiste molto, riconoscendone il ruolo profondamente democratico nella capacità di far circolare idee, proposte e, quindi, candidature. Ma ricordare questo, ai lettori del Sussidiario, è sicuramente inutile.

 

 

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COMMENTI
15/11/2008 - E le candidature plurime? (Giuseppe Crippa)

Capisco che il voto di preferenza può essere strumentalizzato e diventare oggetto di scambio, ma le liste bloccate per me sono indigeribili. L’idea di avere primarie “vere” non mi convince, non soltanto per le possibili manipolazioni, soprattutto nel caso di primarie gestite volontaristicamente e non regolate dallo Stato, ma anche dal punto di vista del principio: lo Stato non dovrebbe mai entrare nella vita interna delle associazioni di cittadini, di nessun tipo. Esistono già degli statuti da condividere al momento dell’adesione, e delle regole che dovrebbero essere rispettate, ma non lo sono quasi mai: forse su questo punto si dovrebbe intervenire, se possibile. Chiedo a Nicolò Zanon, e lo verrei chiedere anche a Tito Boeri: perché non proporre almeno l’impossibilità di candidarsi contemporaneamente a due o più collegi? E’ evidente che il non poter votare una persona con la certezza che se eletto ti rappresenterà e non andrà invece a rappresentare qualche altro è tanto umiliante per l’elettore quanto utile ai capi per gestire in modo autocratico i loro partiti.