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TANGENTOPOLI 2/ Polito: il Partito democratico farà la stessa fine di Dc e Psi

Si rischia una nuova “Tangentopoli”, secondo Antonio Polito, direttore del Riformista, con le medesime conseguenze che la vicenda giudiziaria portò nello scenario politico dei primi anni Novanta

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Se ancora ce ne fosse stato bisogno, le vicende giudiziarie di ieri legate all’inchiesta napoletana sull’affare “Global service” hanno accentuato ancora di più le crepe della questione morale nel Pd. Una questione che ormai investe completamente l’assetto generale del partito, ponendo problemi seri sulla tenuta stessa dell’edificio.

Si rischia una nuova “Tangentopoli”, secondo Antonio Polito, direttore del Riformista, con le medesime conseguenze che la vicenda giudiziaria portò nello scenario politico dei primi anni Novanta.

 

Direttore, dunque la questione morale non è solo di facciata: c’è qualche cosa di veramente profondo che sta facendo tremare il Partito democratico?

 

La questione morale esiste nella politica anche prima di queste inchieste, anche nel Pd. Ed è una questione innanzitutto relativa alla eccessiva professionalizzazione della politica: c’è troppa gente, soprattutto sul territorio, ma anche a Roma, che fa politica per mestiere, e quindi deve garantirsi tutto, anche le forze economiche per farlo. In più però c’è anche la questione giudiziaria vera e propria. E da questo punto di vista mi pare chiaro che ci troviamo di fronte a una riedizione, più o meno credibile, di quanto avvenuto nel ’92. Allora ci fu una Procura (ora invece più d’una) che con la propria azione giudiziaria portò allo scioglimento di due grandi partiti di massa, la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista. La diffusione territoriale e la contemporaneità dei vari attacchi al Pd portano a pensare che ora questo rischio si presenti anche per il Partito Democratico.

 

Ci sarebbe addirittura un rischio di scioglimento del Pd?

 

Sì, il rischio che il Pd faccia la stessa fine dei partiti del ’92 c’è. Innanzitutto è già un partito che vive una situazione difficile per motivi politici, in cui non si riesce bene a capire quale sia la linea; se a questo si aggiunge la tempesta giudiziaria, diventa assai difficile tenere insieme il tutto. E non basta: a questo si aggiunge il fatto che è un partito che si consegna ai giudici e ai pm. Quando infatti  Veltroni dice tranquillamente che esiste la questione morale, è come se un po’ lasciasse decidere ai giudici. E questo è naturalmente sbagliato. Tutte queste cose, insieme considerate, possono indebolire fortemente la struttura stessa del partito.

 

Forse ci siamo un po’ abituati a un certo complottismo, ma non le sembra un po’ strano tutto a un tratto lo scoppio di questa tempesta giudiziaria, anticipata anche da un servizio giornalistico?

 

Non saprei. Certo, di sospetti sulle “manine” e “manone” ne vengono sempre fuori, e possono essere i più vari: potrebbe essere Di Pietro, potrebbe essere Berlusconi, potrebbe essere lo stesso Veltroni che vuol far piazza pulita. Ma al di là di queste ipotesi troppo fantasiose, quello che certo vedo come una coincidenza quanto meno da notare è che proprio in concomitanza con il dibattito sulla riforma della giustizia, e all’aprirsi di un’ipotesi di accordo bipartisan su questo argomento, è tornata la vicenda giudiziaria in modo così dirompente.

 

Come le pare che stia reagendo la leadership del partito a questa situazione? Veltroni ha i nervi saldi o sta perdendo il controllo?

 

Basta guardare un fatto molto semplice: pochi giorni fa Water Veltroni ha dichiarato il suo totale appoggio al sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino; adesso, all’aggravarsi della situazione, le chiede di azzerare al giunta. Mi pare che sull’intera vicenda la barra non sia molto dritta.

 

Come può cambiare la posizione del Pd sulla questione della riforma della giustizia, alla luce di queste vicende?

 

Questi fatti possono influire o inducendo il Pd a fermare il processo di riforma, e sarebbe un errore; oppure inducendo a meccanismi di rivalse, e sarebbe un altro errore. Come ha detto bene il presidente Napolitano, ciò di cui c’è invece necessità è di intervenire, con soluzioni condivise, su diversi aspetti. Lui ne ha indicati alcuni, come l’eccessivo protagonismo da parte dei magistrati, il sentirsi investiti di proprie missioni. Ma c’è sicuramente la necessità di un riequilibrio dei poteri.

 

Le questioni giudiziarie alterano ancor di più i rapporti con Di Pietro: qual è il futuro di questa alleanza?

 

Se il Pd riprende a essere un partito di governo, che cioè ha la prospettiva di stare solo temporaneamente all’opposizione e che offre soluzioni credibili al Paese, il futuro tra Pd e Italia dei valori è da separati; non è infatti possibile costruire un’alternanza seria e credibile di governo con Di Pietro. Se invece si continua con l’opposizione “day by day”, allora il Pd può continuare a portare avanti l’alleanza con Di Pietro, ma deve anche sapere con certezza che poi deve pagare il dazio. Si tratta di fare una scelta strategica di questa portata.

 

E la strategia di Berlusconi di fronte a questa situazione del Pd?

 

Berlusconi può o approfittare per colpire ancora, come ha fato in Abruzzo; oppure può fare una mossa che mette ancora più in imbarazzo il Pd, cioè offrire la propria solidarietà.

 

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