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Politica

SCENARI/ Veltroni “giustizialista”, Berlusconi “presidenzialista”: i diversi esiti della questione morale

Con i due discorsi alla direzione e al raduno giovanile del Pd il leader Veltroni ha rifondato il partito sulla base del ritorno alla questione morale e del rifiuto di ogni garantismo, rilanciando di fatto l’alleanza con Di Pietro. Ecco perché il Pdl ha ormai mani libere, e Berlusconi è tornato a parlare di “presidenzialismo” nella conferenza stampa di fine anno

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Impressiona come il leader politico meno “garantista” di fronte alle ipotesi di reato che hanno investito amministratori ed esponenti del Partito Democratico sia proprio il suo leader Walter Veltroni. Parlando prima al vertice del Partito e poi al raduno giovanile l’ex sindaco di Roma ha pronunciato discorsi che non lasciano dubbi: gli avvisi di garanzia vanno considerati come “morte civile” ed è urgente una energica e vasta epurazione interna. Veltroni tratteggia una sorta di operazione antimafia: dai leader locali additati come “capibastone” da cacciare fino ad una “scuola di legalità” con docenti come lo scrittore Roberto Saviano.

Di fronte ad una Direzione nazionale del Pd a cui doveva render conto della disfatta in Abruzzo al di là delle più nere previsioni (cedendo voti soprattutto a Di Pietro, ma anche all’astensionismo e al Pdl) e dove avrebbero dovuto emergere correzioni nella linea politica (rottura o comunque maggior differenziazione dall’Italia dei Valori) e nella gestione interna (maggior collegialità o comunque coinvolgimento degli altri leader da D’Alema a Rutelli), Veltroni è riuscito a contrattaccare e a rafforzarsi proprio cavalcando l’onda delle indagini giudiziarie che hanno investito il suo partito.

Con il discorso imperniato appunto sul motto-alternativa “innovare o perire” il segretario del Pd ha così aperto una nuova fase identitaria del partito, una sorta di rifondazione tanto che i suoi stessi sostenitori hanno parlato di “Lingotto due” in riferimento al discorso con cui nel 2007 Veltroni aveva accettato nel salone torinese la candidatura a “premier” ed indicato la “Carta” ideale e strategica dell’unificazione tra Ds e Margherita.

E’ una soluzione? E, comunque, in quale direzione si sta muovendo il “nuovo Pd” di Veltroni?

Ponendo al centro la “questione morale” egli ha di certo costretto sulla difensiva oppositori, critici e malumori interni. Ma, d’altra parte, accreditando tutte le critiche accumulate dal Pd è difficile pensare ad un recupero. “Sparare sul quartier generale” poteva dirlo Mao in un paese che teneva sotto dittatura, ma farne lo slogan in regime pluralistico e concorrenziale è una scelta forse battagliera all’interno, ma sostanzialmente arrendevole ai confini esterni. Il Pd di Veltroni che riafferma il rapporto preferenziale con Di Pietro nel segno della “questione morale” ricorda il Psi di De Martino che sentenziava che senza il Pci non si poteva governare: gli elettori potendo scegliere votano l’originale e non la copia che in questo caso è pure, per sua stessa ammissione, inquinata.

La prima conseguenza è quindi un Pd handicappato da un giro di vite al centro ed una caccia alle streghe in periferia. La seconda è un inasprimento della contrapposizione nei confronti del governo.

Nel complesso questo “Lingotto due”, se proseguito nel segno della centralità berlinguerian-dipietrista della “questione morale”, rischia di rappresentare non il rilancio, ma l’archiviazione del partito “a vocazione maggioritaria” che doveva costruire un’alternanza “normale” con Berlusconi mettendo fuori gioco demonizzazioni ed incomunicabilità.

Dalla riforma della giustizia a quella della legge elettorale non appare in questo momento probabile un’intesa diretta tra Veltroni e Berlusconi con Di Pietro, la sinistra antagonista e lo stesso Casini (almeno per la legge elettorale) sul piede di guerra. Eppure se Veltroni anche in nome della “questione morale” volesse fare qualcosa di concreto (e non solo usarla per rimanere ancora in sella nel Pd) dovrebbe ricercare l’accordo su “nuove regole” a cominciare dalle elezioni europee. E’ indubbio, ad esempio, che le preferenze in maxi-collegi come quelli per le “europee” comportano spese ingenti da parte dei singoli candidati che debbono spaziare fino a tre o quattro regioni italiane. D’altra parte un Pd diviso ed esposto a livello di leadership locali ad una estesa crisi di credibilità con quale speranza può affrontare una elezione con il proporzionale senza sbarramento? Il “voto utile” diventa quello a Di Pietro oppure al ritorno sulla scena dei partiti di estrema sinistra sacrificati alle politiche a vantaggio di un Pd che a detta dello stesso Veltroni non meritava tanta fiducia.

Il Veltroni dell'"innovazione o perire" rimane a cavallo, ma sella e destriero affrontano traballanti non solo le scadenze elettorali se rimane inchiodato a Di Pietro e cioè nella impossibilità di trattare e portare in porto alcuna innovazione se non a livello di autoflagellazione e cioè di misure disciplinari di partito

Di fronte alle inchieste Veltroni afferma infatti che non si tratta di casi isolati, ma di una questione politica rilevante che va affondata immediatamente con commissariamenti nella completa sfiducia per la rappresentanza territoriale. Sul fronte politico ribadisce quindi di marciare a fianco di Di Pietro e di non prevedere intese separate con Berlusconi.

E qui siamo alla terza conseguenza: il Pdl dopo la Direzione del Pd ha ormai le mani libere in Parlamento per agire con l’autosufficienza della propria maggioranza parlamentare. Il lancio del presidenzialismo da parte di Berlusconi è la logica conseguenza del nuovo spazio offerto al premier da questo “Lingotto due”.

Si tratta allora di valutare come nelle prossime settimane reagiranno le alternative interne al Pd che Veltroni ha momentaneamente messo in difesa grazie ad una sorta di salvifico “arrivano i nostri” a livello di magistratura.

Da un lato c’è un’area ex democristiana che vede l’adesione o l’accodarsi federativo al Partito socialista europeo come una capitolazione-suicidio, dall’altro c’è il postcomunismo di D’Alema che ancora a fine novembre si vanta in televisione di essere “il più comunista” e sentenzia: “La politica è peggiorata da quando vi è entrata in massa la società civile”. Non si tratta quindi di meri dualismi personali, di rivalità di potere. Esistono nel Pd convinzioni di fondo – su valori e strategie – radicalmente diverse quando non opposte. Di certo il “Lingotto due” non ha indebolito maggioranza e governo. Veltroni ha suonato le trombe, ma in politica tra correre e fuggire la differenza a volte è infinitesimale.

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