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Politica

SCENARI/ Cacciari: Veltroni vuol perdere? Il Nord no e chiede un Pd in salsa bavarese-catalana

Niente Partito democratico del Nord, ma solo un coordinamento settentrionale che raccoglie segretari regionali e figura istituzionali. Una scelta presa dal Pd nazionale e in particolare da Veltroni che, secondo il sindaco di Venezia, condanna il Pd a rimanere in posizione minoritaria. Un problema che non riguarda solo il Nord

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Doccia fredda sui progetti autonomisti dei democratici del Nord: niente partito autonomo, e niente ipotesi di alleanze diverse da quelle tradizionali. Una decisione presa dalla direzione del partito, innanzitutto dal leader Walter Veltroni, che certo non ha fatto piacere ai molti politici e amministratori impegnati a combattere la questione settentrionale del Pd. Tra questi il sindaco di Venezia, Massimo Cacciari, per nulla entusiasta della mossa di Veltroni.

Insomma, Cacciari, sembra proprio che il Partito Democratico “centrale” abbia tirato il freno rispetto alle spinte innovative che arrivavano dal Pd del Nord: è così?

È semplicemente successo che Veltroni e la direzione nazionale del Pd hanno ritenuto che non si debba procedere con un progetto nuovo: dar vita ad una organizzazione politica completamente autonoma, per quanto ovviamente federata al Pd nazionale, sul modello di quello che era la Democrazia Cristiana bavarese, o il Partito socialista catalano, e tanti altri modelli analoghi. Il partito ha deciso che si può pensare soltanto ad un coordinamento: certamente un coordinamento autorevole, ma comunque una cosa che riguarda segretari regionali, amministratori, figure istituzionali. Chiaramente questo coordinamento non ha nulla a che vedere con una vera e propria direzione di un partito, la quale viene eletta da un congresso, e non è la mera somma di ruoli istituzionali che si definiscono in base a logiche nazionali.

Il Pd ha come primo impegno quello di cercare di recuperare il consenso al Nord: una responsabilità che è in mano innanzitutto agli amministratori locali, impegnati sul campo. Come si concilia questo impegno sul territorio con il supporto politico centrale?

Non si concilia: tutto qua. Se non c’è il supporto del Partito Democratico a livello nazionale che comprende la specificità di queste regioni e permette ai loro organismi regionali di esprimersi con la massima efficacia, con la massima credibilità e con la massima autonomia, la situazione minoritaria del Partito Democratico nelle regioni del Nord, e in particolare in Lombardia e nel Veneto, continuerà a risulterà insuperabile.

Eppure l’attività dei rappresentanti del Pd del Nord (lei, Chiamparino, Penati, tanto per fare alcuni nomi) non potrebbe essere un supporto all’intera attività del partito, e di un “governo ombra” che sembra sempre più latitante?

Al momento questo supporto può essere fornito in modo molto scarso, perché la possibilità che il Pd del Nord possa servire al rilancio del Pd nazionale sta essenzialmente nella possibilità del Pd del Nord di organizzarsi in modo autonomo. Se questo non avverrà – e la decisione è andata come noto in questa direzione – è chiaro che, pur con tutto l’impegno possibile e immaginabile, manchiamo dei mezzi per poter servire al rilancio del Pd nazionale.

Quindi questa bocciatura del Pd del Nord è un vero problema per voi…

Non solo per noi: la decisione di procedere lento pede sulla strada del cambiamento è secondo me negativa anche per il Pd nazionale. Il Partito Democratico, infatti, avrebbe tutto da guadagnare da un’accelerazione del processo autonomisitico del Pd del nord. Ma si vede che sono prevalse logiche diverse: il timore di perdere certi controlli, anche a livello territoriale, è stato maggiore del fascino del rischio.

Secondo lei si riuscirà mai ad uscire dall’annoso scontro tra questione settentrionale e questione meridionale?

Non si riuscirà finché non si avrà una riforma federalistica che sia coerente e radicale nel suo insieme. Questo significa federalismo fiscale, federalismo dei beni comuni, riassetto generale delle istituzioni, con la creazione del senato federale. Fintantoché non facciamo una riforma federalista finalmente coerente e globale, che vada a toccare tutti gli aspetti che una riforma di questo genere deve toccare, ci sarà sempre il dibattito “questione settentrionale versus questione meridionale”.

Tutte queste problematiche come influiranno sulla direzione del Partito Democratico, prevista per il prossimo 19 dicembre?

Con le premesse che ci sono, la riunione della direzione del Pd il 19 dicembre non farà altro che sancire la decisione relativa al coordinamento e al no al Partito democratico autonomo al Nord. Dopodichè speriamo che vengano fuori anche altre questioni più concrete e di contenuto, ad esempio sul piano delle politiche sociali, delle politiche economiche e di come affrontare la crisi. Ma sul piano dell’assetto organizzativo, mi pare che le cose siano già state dette e dubito che possano essere modificate.

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