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Formigoni: ha vinto il "riformismo lombardo" che unisce Nord e Sud

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Una valutazione sul peso di questa vittoria elettorale del centrodestra, fatta con l’occhio di chi da tempo governa, se pur a livello regionale, sulla base di un ampio consenso. Un consenso che ha permesso di attuare riforme, e di realizzare progetti che oramai fanno parlare chiaramente di «modello Lombardia». Roberto Formigoni parla per ilsussidiario.net di queste elezioni, con la soddisfazione del vincente ma anche con l’attenzione di chi si attende molto da un risultato così favorevole. E lasciando ancora i puntini di sospensione sul proprio futuro.

Questa è stata una vittoria tanto schiacciante, quanto complessa da valutare: ci sono due nuovi grandi partiti, c’è l’eliminazione dei partiti minori, e in particolare della sinistra estrema, c’è il peso della Lega: ci aiuti a trovare un significato sintetico di questo voto e di questa vittoria.

Il significato sintetico è innanzitutto la vittoria del centrodestra, aumentata ancor di più dalla delusione enorme suscitata dai venti mesi di governo Prodi. In qualche modo è come se gli italiani si fossero pentiti del gravissimo errore commesso due anni fa, dando al fiducia ad una coalizione “scombiccherata” che faceva acqua da tutte le parti, e che in effetti ha fatto disastri. Quindi il primo dato è la nettezza del risultato conseguito da chi propugna i valori della libertà, del liberalesimo, coniugati con una visione cristiana delle cose, con il peso dato al principio di sussidiarietà.
Il secondo significato è che ha vinto la semplificazione. Ha vinto un bipolarismo finalmente maturo, che si avvia a diventare bipartitismo, come in tutti i Paesi europei. Quindi gli italiani hanno capito che ci sono due grandi scelte: o i riformisti di centrodestra, o i riformisti di centrosinistra. E hanno fatto trionfare la visione che più è coerente con le radici italiani, che più è coerente con la storia d’Italia.

Spesso gli opinionisti e gli editorialisti dei giornali giocano a chiedere o a ipotizzare le quattro o cinque cose da fare nei primi cento giorni di governo. Le chiedo l’esatto opposto: qual è il progetto a lungo termine, l’idea di fondo che deve essere alla base di una legislatura che, visti i risultati elettorali, ci si aspetta possa durare cinque anni?

Il progetto di fondo non può che essere una rinascita complessiva del Paese, perché l’Italia è veramente in pessime condizioni. Noi abbiamo reso l’idea con lo slogan: «Rialzati, Italia!»; ma questa è veramente la realtà. Proprio il fatto di avere davanti cinque anni con una maggioranza solida ci deve far pensare a progetti di lungo periodo. Bisogna intervenire sull’economia, per rilanciarla dando fiducia e forza alle imprese, cioè a chi produce. Bisogna poi intervenire sulla macchina dello Stato, alleggerendola, semplificandola, rendendola meno costosa. Bisogna intervenire nel rapporto fra Stato e cittadini, fra amministrazione pubblica e cittadini, realizzando un federalismo solidale e competitivo, fondato sulla sussidiarietà. Sono grandi, grandissime riforme, per cui cinque anni sono necessari e sufficienti; bisogna avere l’obiettivo completarli nell’arco della legislatura, con un grande impegno.
Anticipiamo pure che le riforme istituzionali e la riforma della legge elettorale fanno parte di questo grande disegno riformista, con quello spirito di confronto con l’opposizione che, a dire il vero, Berlusconi ha sempre detto, e noi abbiamo sempre detto, anche durante la campagna elettorale. Un animo nuovo: siamo alternativi, non ci saranno “inciuci”, non ci saranno larghe intese perché non ce n’è affatto bisogno, ma l’animo nuovo è quello di una maggioranza che fa le proposte, si confronta in parlamento, recepisce anche eventuali emendamenti dell’opposizione se sono compatibili con l’impianto originario, e va avanti con un grande confronto con il Paese.

In questo clima di confronto per le riforme, che ruolo potrà giocare l’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà?

Io credo che l’Intergruppo avrà un ruolo molto significativo, anche perché alcune tesi sono diventate di dominio comune: pensiamo alla battaglia per il «5 per mille», allo stesso tema della sussidiarietà, che il cosiddetto “metodo lombardo” o “modello Lombardia” ha contribuito a far conoscere molto di più. La linea giusta è quella lì; poi vedremo esattamente come muoverci e come giocarla, ma la linea giusta è quella.

Lei ha parlato di “modello lombardo”: questo modello è valido solo a livello regionale, o può essere esportato sul piano nazionale? E come?

Dopo anni in cui ci hanno messo il silenziatore, nel senso che noi facevamo le cose in Lombardia con grande consenso dei cittadini, ma nessuno ne parlava, né sulla stampa, né nei palazzi romani, oggi invece il consenso è divampato. In tutta Italia hanno visto l’eccellenza assoluta, e tutta una serie di riforme che noi abbiamo fatto, dalla sanità alla scuola, e soprattutto hanno visto il rovesciamento del rapporto fra Stato e cittadino, cioè la centralità riconosciuta alla persona, alla famiglia, all’uomo che lavora, all’uomo che intraprende: questa è una cosa ambita e desiderata da tanti. Quindi sarebbe un errore se non si iniziasse a fare robuste iniezioni anche nel governo nazionale di questo metodo fondato sulla sussidiarietà. Io sono convinto che, un passo dopo l’altro, la sussidiarietà si farà strada: si deve fare strada, perché la sussidiarietà è l’unico modo per modernizzare il Paese, per ridargli slancio e per recuperare il rapporto con i cittadini.

Oltre alla Lombardia, il Nord in generale ha molte richieste da fare allo Stato centrale, da cose sostanziali, come ad esempio il federalismo fiscale, a richieste più pratiche e immediate, come la soluzione del caso Malpensa o gli investimenti sull’Expo. Come riuscirà il Nord a far valere le proprie istanze?

Questo è l’impegno che Berlusconi ha preso in campagna elettorale, senza naturalmente dimenticare il Sud, di cui parlerò tra un istante. Si è capito, ad esempio, che Malpensa e Alitalia sono elementi per la competitività dell’intero Paese: guai a mandarli alla malora come il governo Prodi aveva iniziato a fare. Si è capito che il tema delle grandi opere è anche questo essenziale per il Paese tutto. Quindi la questione settentrionale segnala problemi che riguardano l’intero Paese. Nei miei numerosi viaggi al Sud in campagna elettorale ho visto che le domande sono le stesse: infrastrutture; competitività; una scuola e un’università di qualità, perché i giovani devono essere formati; uno Stato più leggero, con meno spesa pubblica; uno sguardo avanti sull’innovazione e sulla forza del sistema Paese. Il tutto in un federalismo che ormai non fa più paura al Sud: il federalismo fiscale da noi propugnato non è l’egoismo dei ricchi che si tengono tutto, ma è l’efficienza e la trasparenza dell’amministrazione. Non più trasferimenti dallo Stato per spesa storica, ma trasferimenti che premino le “best practicies”, che remunerino i costi standard. Quindi le Regioni e i Comuni sono costretti ad adeguarsi alle migliori performances dei loro colleghi.

Un’ultima battuta sul futuro di Roberto Formigoni…

È molto semplice: io sono entrato in campagna elettorale con due obiettivi, cioè rendere più forte l’esperienza della Lombardia, e trasferire una parte del nostro metodo lombardo a livello nazionale. Sono due ipotesi che hanno vinto; oggi la Lombardia è ancora più forte sulla base di questa vittoria, e oggi abbiamo la seria possibilità di cominciare a cambiare l’Italia sulla base di queste idee.
Poi, chi farà che cosa, e dove sarò io precisamente, questo lo decideremo nei prossimi giorni. Non è un grande problema: credo che si troveranno le soluzioni adeguate. Quello che conta è che c’è la squadra, e che questa squadra può agire positivamente.

(Foto: Imagoeconomica)


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