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Cazzola (Pdl): È finita una stagione. Il sindacato torni a rappresentare i lavoratori

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A scrivere la storia degli ultimi 15 anni (in altre parole della cosiddetta Seconda repubblica) le confederazioni sindacali hanno sempre svolto un ruolo particolare: quello di stare in campo a fianco del centro sinistra nello scontro che ha contrapposto – in vari modi – tale coalizione a quella di centro destra. Silvio Berlusconi vinceva le elezioni, ma non poteva governare in pace sulla base del mandato ricevuto dalle urne, perché un attimo dopo l’avvenuta consultazione i sindacati – al pari dei reparti della Cavalleria pesante – creavano in modo pregiudiziale e strumentale ogni possibile difficoltà alla coalizione vittoriosa. E in cambio ottenevano carta bianca quando, col loro sostegno finanziario ed organizzativo, la sinistra tornava al potere.
Può ancora funzionare tale schema? È questo il rovello che – in occasione del 1° Maggio – ossessiona Cgil, Cisl e Uil. Vi è la preoccupazione, infatti, che la vittoria del Pdl e dei suoi alleati sia stata questa volta tanto clamorosa (come espressione di un profondo radicamento sociale) da scoraggiare qualsiasi tentativo di rivalsa. In altre parole il governo di centro destra, oggi, potrebbe essere in grado di affrontare uno scontro con i sindacati e di vincerlo, anche avvalendosi di un ampio consenso popolare. In tale contesto, anche all’interno del movimento sindacale sorgerebbero dei problemi se l’orientamento prevalente rimanesse sempre lo stesso. Quasi certamente Cisl e Uil non sarebbero disposte a seguire la Cgil in una nuova avventura. In sostanza, il problema dei sindacati in queste ore si riassume nell’assunzione di un comportamento specifico: la risindacalizzazione. Il sindacato – in altre parole – deve tornare a fare il proprio mestiere, in primo luogo contribuendo a definire nuove regole nel campo delle relazioni industriali: un compito ormai obbligato a cui i sindacati si sono fino ad ora sottratti.
La storia si ripete ormai da quattro anni: quando riparte il negoziato sulla riforma della struttura della contrattazione c’è sempre qualcuno che si defila. L’ultima volta è stato il vice presidente incaricato, Alberto Bombassei, a pronunciare parole di fuoco, minacciando la fuoriuscita delle imprese dal Protocollo del 1993 e la ricerca di intese salariali direttamente con i propri dipendenti. “Dal 2004 stiamo aspettando – ha detto Bombassei – che Epifani chiarisca qualche cosa, lo dico con rispetto, ma se dovessimo gestire così un’azienda saremmo falliti”. E pensare che l’attuale gruppo dirigente della Confindustria - Montezemolo in testa - aveva sconfitto, quattro anni or sono, il candidato di Antonio D’Amato sulla base di un programma riassumibile in poche parole: mai più contro la Cgil. Ma come la falena notturna si avvicina alla lampada accesa senza porsi il problema di non finire bruciata, così anche la più importante organizzazione del mondo imprenditoriale ha continuato a fare un tifo, discreto ma visibile, per il Pd di Veltroni.
Emma Marcegaglia ha assunto la direzione di una Confindustria che a Palazzo Chigi si era adattata a “fare da tappezzeria” e a sottoscrivere (è successo col protocollo del luglio scorso) gli esiti di negoziati da cui era stata emarginata. Per tornare al centro della scena e non accontentarsi solo di qualche taglio al cuneo fiscale, l’associazione datoriale deve prendersi la responsabilità di “creare il problema” non solo ai sindacati, ma anche al nuovo governo. La presidente ha manifestato l’intenzione di arrivare al più presto alla ridefinizione delle regole contrattuali, attraverso un negoziato sollecito e fattivo, che conferisca un ruolo agli stessi sindacati, se vorranno e sapranno esercitarlo. Ma se ancora una volta dovessero prevalere i “professionisti del veto”, la Confindustria farebbe bene ad adottare delle misure forti: la disdetta del protocollo del 1993, ad esempio, accompagnata dalla dichiarazione di non sentirsi più vincolati al rispetto di quell’impianto normativo. Sarebbe un po’ come “uccidere un uomo morto”, ma a quel punto la questione degli assetti contrattuali diventerebbe un problema di rilevanza strategica, fino a chiamare in causa la responsabilità del governo. Berlusconi, Calderoli e Tremonti preferirebbero evitare una nuova conflittualità sociale. Ma non potranno confondere il dialogo con l’acquiescenza all’immobilismo.



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