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CARCERI TESTIMONIANZA/ L'incontro di Joshua, dietro le sbarre di una prigione americana

Il detenuto americano Joshua Stancil racconta la sua esperienza in un carcere della North Carolina. Un giorno iniziò a leggere i libri di don Giussani. Fu l'inizio di una lunga strada di conversione che lo ha portato a una nuova speranza. Joshua nei giorni scorsi è stato trasferito in un’altra prigione in uno stato meridionale degli Usa

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Proponiamo una testimonianza del detenuto Joshua Stancil, dal North Carolina, che racconta la sua vita nel carcere di Hoffman.
Un giorno iniziò a leggere i libri di don Giussani. Fu l'inizio di una lunga strada di conversione che lo ha portato a una nuova speranza. 
Joshua nei giorni scorsi è stato trasferito in un’altra prigione in uno stato meridionale degli Stati Uniti.


Non è difficile perdere la speranza in carcere. Quando sei chiuso qua dentro, come lo sono io da molti anni, diventi amaro e pessimista rispetto all'umanità. Con il tempo, senza neppure accorgerti, cresce in te il nichilismo e gli altri uomini ti sembrano perduti, irrecuperabili. Anch'io ho corso il rischio di cadere in questa spirale. Eppure oggi posso dire non solo di avere speranza, ma di considerarmi un uomo libero, anche se vivo in una prigione. Una Presenza entrata nella mia vita, in modo inatteso, è la fonte della mia certezza. La vita in carcere non è meno pesante, le frustrazioni non spariscono, ma non sono più qualcosa che mi schiaccia. La consapevolezza che c'e un Altro che si interessa a me, insieme alla compagnia di amici che mi aiutano a riconoscerLo, rende la vita lieta. Anche se la trascorri in una cella.


Sono un detenuto del carcere Morrison Correctional, in North Carolina. Per le autorità penitenziarie, non sono tanto un nome e un cognome, quanto un numero: 0594801. La mia vita è segnata dalla routine di giornate scandite da ritmi sempre uguali. Sveglia all'alba, colazione alle 6.15, poi al lavoro nell'infermeria del carcere, dove sono un assistente; pranzo alle 11; in cella per attendere la posta, il momento più eccitante della giornata, poi la cena alle 17 e due passi in cortile. Prima di andare a dormire, spesso faccio sosta nell'area del telefono, dove ho diritto a fare una chiamata di 10 minuti, a carico del destinatario, come sempre sotto gli occhi delle guardie. Molte volte è per mia madre, altre volte per i miei amici. Dedico molto tempo alla lettura e da qualche tempo anche allo studio, perché sto cercando di conseguire una laurea. La mia passione per i libri è stata anni fa anche all'origine della mia conversione. Vivo nella “Bible Belt” americana, una parte del Paese dove domina un cristianesimo protestante fondamentalista e anche le mie origini sono protestanti. Sono diventato cattolico in completa solitudine e in modo intellettuale, per effetto delle mie letture. Non avevo membri cattolici nella mia famiglia, non avevo nessuno con cui con dividere la mia fede. Il rischio, per me, era che diventasse un mero esercizio cerebrale, o una somma di regole morali da seguire. Tutte cose interessanti, ma certo non abbastanza per sostenere la speranza in carcere o permettere di gustare la libertà. Poi è accaduto qualcosa.


Una delle pubblicazioni cattoliche che mi facevo spedire in carcere era il mensile “Magnificat", e ogni mese la lettura che mi colpiva di più era tratta dagli scritti di un sacerdote italiano a me sconosciuto, don Luigi Giussani. Ho fatto fare qualche ricerca a mia madre ed è saltato fuori questo movimento di cui a sua volta non sapevo niente, Comunione e Liberazione. Mi misi in contatto. Cercavo riviste, materiale. Mi mandarono invece due persone, Elisabetta e Tobias. Dopo il primo incontro con loro, tornando in cella, non mi resi conto che avevo stampato sul volto un sorriso un po' idiota. Non riuscivo a smettere di sorridere! Uno dei compagni di dormitorio mi guardò incuriosito: «Ehi bello, sei raggiante! Ti sei drogato?». Secondo l'esperienza di chi sta in carcere, se uno sorride o appare lieto, leggero, la spiegazione può essere solo che ha trovato il modo di procurarsi un po' di “roba”. Il carcere è un luogo caotico carico di tensioni, rumoroso. Quando qualcuno, come me, appare quieto, concentrato sui libri, poco interessato a passare tutto il tempo in discussioni che diventano inevitabilmente lamentele, allora attira attenzione. Nel mio caso, e accaduto che alcuni compagni di detenzione hanno cominciato a mostrare interesse per quello che leggevo e per i rapporti che intuivano avevo con persone insolite fuori dal carcere (non e usuale, qui a Hoffman, vedere arrivare la domenica mattina nella sala colloqui della prigione degli italiani che viaggiano 6 7 ore per passare un’ora e mezzo con me). C'era un ragazzo che ha cominciato a voler stare sempre con me, voleva sapere quello che facevo, cosa leggevo. Si capiva che era pieno di curiosità.


Un giorno si è messo a sbirciare da dietro le mie spalle il libro che stavo leggendo. Era “Il senso religioso” di don Giussani. Un po’ esasperato, gli ho prestato il libro perché lo leggesse. Ne è rimasto così colpito, che lo ha proposto come testo di lavoro a un gruppo “spirituale” che frequentava con altri detenuti. Ed era un gruppo che si occupava di streghe e magia nera! Di fronte alle loro obiezioni «è roba di religione, non ci interessa», ha risposto: «Non avete capito niente, questo libro non parla di religione, parla della vita». Il tipo di cristianesimo che la gente è abituata a conoscere qui, con il suo fondamentalismo, tende a suscitare ostilità o, al contrario, un'adesione fanatica. I detenuti che vivono qui con me pensano che il cristianesimo sia solo questo. Non hanno mai conosciuto altro. E ciò che rigettano e respingono è quindi questa versione del cristianesimo. Non sanno niente del messaggio cattolico, come non lo sapevo io. E anche per me è stato difficile superare tante incomprensioni iniziali: penso, per esempio, alla figura della Madonna. Oggi mi affido totalmente a Lei, ma per chi cresce nella “Bible Belt” la devozione a Maria resta quasi sempre un qualcosa di “estraneo” e sospetto. Se ripenso a quello che ero, alla mia esperienza solitaria di convertito e al rischio costante di cadere nella depressione, non posso fare a meno di riconoscere che ho compiuto un'inversione di 180 gradi rispetto al “vecchio” me stesso. Questo non elimina le fatiche, non cancella il peso di vivere in carcere. E un lavoro, è un cammino. Ma ora mi scopro con una speranza che non avevo riconosco che Cristo mi ha raggiunto attraverso gli amici e che tutto quello che devo fare e lasciarLo operare nella mia vita. È questa la Sua vittoria sul nulla.


(Joshua Stancil)

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