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Politica

30 ANNI di 194/ 2. Cosa succede negli altri paesi?

ilsussidiario.net è andato a vedere la situazione legislativa sull'interruzione volontaria della gravidanza in diversi paesi del mondo. Abbiamo inoltre approfondito, con RICCARDO MARLETTA (Consiglio direttivo nazionale Libera Associazione Forense) le linee-guida della 194 promulgate dalla Regione Lombardia

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I vari tipi di legislazioni sull’aborto
«Diventare madre è una questione che riguarda le donne e dipende dalle loro decisioni personali. Entro i primi tre mesi di gravidanza su richiesta della madre, o quando necessario in presenza di malattie senza alcuna considerazione dell’avanzamento della gravidanza, l’aborto è eseguito dal personale medico in condizioni di ricovero ospedaliero. L’elenco delle malattie che giustificano l’interruzione della gravidanza è approvato dal Ministro della Salute».
Questo emendamento di tre righe alla legge sulla salute regolamenta l’aborto in Mongolia, un territorio grande cinque volte l’Italia con due milioni e settecentomila abitanti, un paese dove certo non c’è il problema della sovrappopolazione.
Più a Sud, nel continente indiano, la legge prevede che si possa abortire, accanto ai casi di stupro, di pericolo per la vita o per la salute mentale della donna, di rischio di handicap per il bambino, anche in seguito al fallimento dei metodi contraccettivi. In India cioè, si prevede esplicitamente che fino a 20 settimane di gravidanza - entro le 12 settimane con una procedura semplificata - l’utilizzo dell’aborto come metodo anticoncezionale, oltre che per eliminare i disabili. Non a caso l’India è la seconda nazione al mondo per numero di aborti (sei milioni stimati), dopo la Cina (dieci milioni denunciati quest’anno).
Nel mondo sono sostanzialmente due le tipologie di legge sull’aborto (là dove è legalizzato): la prima è basata sulla completa autodeterminazione della donna e quindi è sufficiente una sua semplice richiesta, senza motivazioni, sia pure con diversi limiti di avanzamento della gravidanza a seconda delle legislazioni. In altre parole, in questo tipo di legislazione è implicito il diritto all’aborto: basta chiederlo, senza motivarlo.
La seconda tipologia invece sottolinea - più o meno fortemente - la generale proibizione dell’aborto, tranne che in alcuni precisi casi, ed entra quindi nel dettaglio dei motivi per i quali si può abortire senza incorrere in sanzioni penali: in questa categoria si trovano tuttavia normative con motivazioni tanto ampie da rendere praticamente impossibile negare l’aborto - come dimostra l’esempio dell’India - ma vi sono anche alcune legislazioni più restrittive.
Comunque, scorrendo i testi delle leggi sull’aborto di tutto il mondo, tra le motivazioni elencate si trova sempre quella espressamente eugenetica, cioè la malformazione del feto come causa di aborto, accanto allo stupro. Le eccezioni a riguardo sono pochissime. E se l’aborto selettivo delle femmine, per il quale mancano all’appello milioni di donne nel mondo, avviene almeno formalmente nell’illegalità, l’aborto degli handicappati è quasi sempre regolarmente previsto dalle normative. Una discriminazione sistematica e pressoché omogenea nel pianeta, che sembra non preoccupare più nessuno: se la mancanza delle donne crea inevitabilmente un allarme sociale, difficilmente qualcuno chiederà mai conto dei disabili non nati.

Un drammatico giro del mondo
Qualche esempio in giro per il mondo.
In Svezia la normativa è molto semplice: l’aborto si può effettuare su richiesta fino a 18 settimane, limite che può essere superato in presenza di grave pericolo di vita o per la salute della donna.
In Olanda è permesso, su richiesta della donna, fino a che il feto non è “viable”, espressione che si può tradurre con “possiede vita autonoma”, limite che la legge individua nelle 24 settimane, ma nella prassi è ridotto alla ventiduesima. Anche nella lontana Singapore una richiesta scritta della donna è sufficiente fino a 24 settimane , ma si può abortire anche dopo nel caso di grave pericolo per la sua vita o la sua salute fisica e mentale.
In Portogallo, dallo scorso anno, nelle prime dieci settimane di gravidanza si può abortire su richiesta, fino alla ventiquattresima settimana in previsione di malformazioni del nascituro e senza limiti per feti valutati troppo gravi, in caso di pericolo di vita o per danni irreversibili o prolungati alla salute fisica e psichica della madre.
In Norvegia è su richiesta fino a 12 settimane, successivamente se la gravidanza, il parto o la cura del bimbo possono danneggiare la salute fisica e mentale della donna, o crearle “circostanze difficili”, se c’è rischio elevato che il figlio soffra una seria malattia, se la gravidanza è dovuta a stupro o se la donna ha malattie o ritardi mentali. Dopo le 18 settimane l’aborto è ammesso per motivazioni eccezionali, ma è comunque vietato se il feto è “viable”.
In Danimarca si può abortire su richiesta fino a 12 settimane e, senza particolari autorizzazioni, anche successivamente se c’è rischio per la vita o la salute fisica e mentale della donna; con l’autorizzazione di un comitato medico, la gravidanza può essere interrotta se si accertano seri disordini fisici e mentali del nascituro, per particolari circostanze sociali ed economiche, o se la donna non è giudicata in grado di prendersi cura del figlio, perchè incapace o immatura.
In Finlandia si può abortire fino a 12 settimane in caso di stupro, se la donna ha meno di 17 o più di 40 anni, se ha già quattro figli; inoltre, se la prosecuzione della gravidanza o la nascita del figlio mettono in pericolo la vita o la salute della donna nel caso in cui questa abbia qualche malattia, difetto fisico o “debolezza”, o possono procurare uno stress notevole alla donna, considerando le sue condizioni di vita, quelle della sua famiglia, e altre circostanze; se ci sono condizioni per presumere che il bambino sarà mentalmente ritardato o avrà, o svilupperà, una malattia o un difetto fisico severi. L’aborto può essere eseguito anche dopo le 12 settimane in presenza di malattia o difetto fisico della donna e, fino a 24 settimane, se mediante diagnosi prenatali sono state individuate patologie o disabilità serie nel nascituro.
La capacità della donna di prendersi cura del figlio, nel caso di Norvegia e Danimarca, o le considerazioni fatte in Finlandia sulla sua presunta “debolezza”, sono l’eco evidente di passate legislazioni eugenetiche, notoriamente adottate nei paesi del Nord Europa anche nel secondo dopoguerra.
In Gran Bretagna l’aborto non è formalmente su richiesta, ma le condizioni per interrompere la gravidanza sono tali da renderlo praticamente libero nelle prime 24 settimane: lo si può effettuare a salvaguardia della salute fisica e mentale della donna o di altri bambini già nati e componenti della sua famiglia, se la donna rischia la vita e, come sempre, se c’è il rischio che il nascituro abbia anomalie fisiche o mentali o sia seriamente handicappato. È da notare che proprio in questi giorni la Camera dei Comuni ha rigettato un emendamento, proposto dal governo laburista, per ridurre il limite a 22 settimane.

L’importanza di un contesto favorevole alla maternità
Va però detto che il tasso di abortività non dipende solamente dalle condizioni richieste per accedere ad una interruzione di gravidanza, o dalle enunciazioni di principio, ma soprattutto dalla presenza di una parte preventiva e dissuasiva, dal rapporto con strutture private e dalla loro tipologia, ovvero se come scopo perseguono un effettivo sostegno alla maternità, o se si limitano ad eseguire pratiche abortive, magari per profitto.
Valga per tutti il paragone fra Spagna e Polonia. Le condizioni richieste per abortire sono sostanzialmente simili: in Spagna si può abortire senza limite in caso di pericolo per la salute fisica e psichica della donna, fino a 12 settimane di gravidanza in caso di stupro e fino a 22 per diagnosi di disabilità fisiche o mentali del nascituro. Pressoché identica la situazione in Polonia. Il numero degli aborti, però, è abissalmente differente: in Polonia nel 2005 ne sono stati conteggiati 225 (pari a 0,62 su 1000 nati vivi), a fronte dei 91.664 spagnoli (pari a 197/1000 nati vivi). Ciò che è differente, infatti, è il contesto, e i due testi di legge andrebbero paragonati per intero. Nel testo polacco si enuncia il diritto alla vita dal concepimento, ci sono interi articoli dedicati al sostegno della maternità e si legge, per esempio, che «le agenzie dell’amministrazione statale e territoriale mantengono relazioni di cooperazione e assistenza con la Chiesa Cattolica e altre chiese, associazioni religiose e organizzazioni civiche che assicurano la protezione delle donne in gravidanza, organizzano sistemazioni in “famiglie surrogate” o contribuiscono all’adozione dei bambini». In Spagna tutto questo non c’è, e il 98% degli aborti si esegue in cliniche private, con ciò che consegue in termini di profitto.
Se consideriamo la situazione in Italia, non è difficile accorgersi come purtroppo, anche nella legge 194, la parte meno applicata sia proprio quella relativa alla prevenzione.

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