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CARCERI/ Quando la pena ha un valore positivo

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Caro direttore,


sono Magistrato di Sorveglianza da circa 13 anni ed ho seguito con interesse la coraggiosa indagine del sussidiario.net sul tema carceri. Uso l’espressione “coraggiosa” perché, dal complesso delle interviste e delle riflessioni sinora raccolte, emerge l’idea che ripartire dal carcere è possibile in certe e a certe condizioni e che la pena detentiva non è un male metafisico in sé.


Sono sempre stata di quest’avviso, anche se la mentalità comune, che purtroppo serpeggia anche tra gli addetti ai lavori, non la pensa così. Con tanti colleghi abbiamo lavorato e lavoriamo sempre perché tutto, ogni opportunità, possa diventare per i nostri ospiti un’occasione per desiderare un cambiamento e perché il carcere possa diventare una ipotesi positiva da cui ripartire pur tra mille difficoltà e drammi.
Si oscilla spesso tra una visione severamente giustizialista e una eccessivamente perdonista che confondono e lasciano disorientato sempre più l’uomo comune, che a buon diritto pretende giustizia e sicurezza e che si straccia le vesti per il sovraffollamento delle carceri, ma grida vendetta quando ai provvedimenti clemenziali seguono impietose statistiche sull’aumento del tasso di recidiva. È difficile in questo clima credere nella positività del carcere e della pena, che comunque venga eseguita si pensa non debba servire a nulla.


Vorrei poter dare anch’io il mio contributo all’indagine del Suo giornale, aggiungendo qualche riflessione su funzione e significato sostanziale della pena in sé, che può perdere la sua connotazione negativa se si sgombera il campo da alcuni equivoci di fondo su cui si basa, a mio avviso, certa ottica giustizialista o perdonista.


1) Si ritiene che l’attuale sistema penitenziario sia assolutamente insufficiente ed inadeguato a soddisfare il bisogno umano di giustizia. Lo stimolo educativo che esso propone avviene in condizioni così sfavorevoli (privazione della propria libertà, dei propri affetti) che appare utopico che ad esso possa corrispondere un percorso positivo da parte del detenuto.
2) Una sanzione penale che si concretizzi in una detenzione è inutile poiché – così si pensa – il carcere è spesso luogo dove i detenuti finiscono con l’aggravare la loro capacità delinquenziale.
3) Il sistema dei benefici penitenziari si basa su una osservazione trattamentale, che va richiesta dal detenuto ma che finisce con l’essere strumentale poiché il condannato la chiede a fini utilitaristici.
4) L’intervento educativo si basa su un obiettivo ambizioso ed irraggiungibile che è quello del trattamento individualizzato. Che pertanto andrebbe abbandonato.
5) Il trattamento penitenziario si basa su istituti quali il lavoro e l’istruzione, pieni di limiti, che spesso si risolvono in un mero riempimento di una giornata vuota e priva di prospettive.
6) Il sistema penitenziario è in crisi perché è la sanzione penale ad essere in crisi. Il clima multiculturale proprio della nostra epoca ha fatto venir meno la corrispondenza tra i valori tutelati dalla norma penale (che storicamente affonda le radici in una concezione giudaico cristiana) e quelli diffusi, con la conseguenza che chi si trova a patire una condanna per violazione di un principio non appartenente alla propria cultura non capisce a cosa e perché deve essere rieducato.
7) A questo sistema in crisi, poiché fondato su valori ormai non più comunemente condivisi, si dovrebbe sostituire un sistema di carattere risarcitorio riparatorio, l’unico che forse può perseguire obiettivi di serie e comprovata rieducazione.


Qui è proprio in discussione il senso e il significato della pena e quale sia la sua funzione.
La mia esperienza quotidiana non mi consente di condividere il giudizio complessivo alla luce del quale l’ordinamento penitenziario fallisce sostanzialmente gli obiettivi primari della rieducazione e del reinserimento. Si tratta di un problema più pratico che teorico, perché le risorse dedicate alla esecuzione penale ed alla utile espiazione della pena sono poche e inadeguate. Scarso è il personale penitenziario, amministrativo e di polizia. Gli stessi Uffici di Sorveglianza sono sguarniti dal punto di vista degli operatori e dei magistrati. A ciò si aggiunge spesso una povertà umana desolante, mentre di fronte a chi più ha sbagliato occorre che ci siano persone professionalmente capaci, credibili e portatrici di senso, che suscitino in chi incontrano speranza e desiderio di cambiamento, offrendo vere opportunità. Voglio a questo proposito ricordare una bellissima lettera (inviatami per conoscenza dalla collega dell’Ufficio di Sorveglianza di Pescara) che i detenuti del carcere di Lanciano hanno scritto per il Natale al giornale Il Centro, dicendo che nelle giornate detentive si ha bisogno più di ogni altra cosa di credere nell’operato di qualcuno che la speranza la concretizza in realtà, dando e chiedendo fiducia.


È vero che il carcere è spesso luogo dove i detenuti finiscono con l’aggravare la loro capacità delinquenziale, ma non bisogna dimenticare che l’articolo 27 della Costituzione recita “la pena tende alla rieducazione…” significando che è nella libera scelta del condannato continuare a delinquere o cambiare rotta, desiderando un mutamento per sé e affidandosi al percorso rieducativo proposto in carcere.
Se nel carcere si registra una tendenza criminogenetica dobbiamo metterci di fronte alle nostre responsabilità, facendoci portatori di una strada credibile e praticabile per il nostro ospite, senza però nulla togliere alla necessità di una sanzione penale.
È vero che spesso l’interesse all’osservazione trattamentale ed in generale al trattamento offerto all’interno degli istituti penitenziari è dettato da motivi utilitaristici ed è strumentale alla richiesta di benefici, ma non bisogna dimenticare che l’ingresso in carcere non determina in sé un desiderio di cambiare. Questo desiderio (proprio come accade per ognuno di noi) è frutto e solo frutto di un lavoro libero su di sé, che non scaturisce dalla quantità di tempo passato in carcere. È un viaggio dentro di sé che determina questo desiderio di cambiare, è questo guardarsi dentro (che al limite una situazione come quella carceraria può favorire), non il tempo più o meno lungo passato in cella.
Non ritengo opportuno abbandonare il trattamento individualizzato perché si basa su istituti inutili. Sicuramente il trattamento deve essere migliorato, approfondito, rimpolpato, ma non è condivisibile il giudizio di chi ritiene che nell’istruzione e nel lavoro in carcere vi siano solo limiti.


In realtà, da quello che in questi anni abbiamo potuto vedere in Sicilia, in Abruzzo, in Piemonte, nel Veneto come altrove, il lavoro penitenziario è, sì, sempre scarso e riguarda poche persone, ma non è solo mezzo di assistenza indiretta, priva di valore educativo o - come spesso la mentalità comune lo definisce - un espediente per combattere la noia. Piuttosto, è il modo attraverso il quale il detenuto può provare ad impegnarsi di nuovo con la realtà, facendo fatica - ed accettando dunque di dover fare fatica - per procurarsi ciò di cui ha bisogno. Parlando con quelli tra i detenuti che hanno fatto l’esperienza delle borse lavoro in carcere o che lavorano in articolo 21 o.p. o che hanno partecipato ai lavori volontari per il recupero del patrimonio ambientale, emerge come costoro guardino a queste esperienze come a momenti in cui hanno l’opportunità di sentirsi di nuovo utili e produttivi, di vedersi in azione e dunque di sperimentare una positività indispensabile per poter progettare un qualunque futuro.
È inaccettabile il giudizio di sfiducia sulla stessa funzione della sanzione penale, in quanto basata su un’etica cristiana ormai non più condivisa né condivisibile. Quando un uomo commette un crimine è perchè non ha rispettato il suo rapporto corretto con la realtà e questo è vero per chiunque.


La norma costituzionale, lungi dal muoversi in un’ottica di mera pacificazione sociale, propone e chiede un lavoro su di sé, per recuperare innanzitutto il rispetto per se stessi, articolabile in due momenti: accettare davanti a sé che si è sbagliato, e conseguentemente disporsi ad un’espiazione che non sia vissuta come un’ingiustizia, ma come tempo nel quale recuperare quanto con il crimine si era rotto o incrinato, accettando delle opportunità valide per rendere più stabile il proprio percorso rieducativo.
La distinzione tra il bene ed il male e la possibilità di scegliere l’uno o l’altro è nel cuore di ogni uomo. L’articolo 27 della Costituzione propone un percorso vero per tutti coloro che hanno deciso di essere uomini sino in fondo e non bestie.
Non bisogna poi dimenticare che se il sistema sanzionatorio si priva di questo leit motiv di fondo, riducendo la propria pretesa e sostituendo al sistema della pena un sistema alternativo esclusivamente fondato sull’attività lavorativa risarcitoria e sulla cosiddetta giustizia ripartiva in generale, finisce davvero col privare il condannato della possibilità di impegnarsi per cambiare (tra l’altro non esonerando dal rischio di una recidiva). Se non si capisce perché si deve lavorare, cosa si deve risarcire perché il sistema non aiuta a capire se e perché si è sbagliato, davvero si finirebbe con l’infliggere pene alternative, ma ingiuste, perché comminate a prescindere dall’esistenza del bene, del male e dalla propria responsabilità e libertà.


Il nostro ordinamento penitenziario e la esecuzione della pena detentiva così come in esso viene prevista è forse ancora uno dei migliori modi possibili e rimane ancora il modo più adeguato (così come pensato dai nostri padri costituenti) per soddisfare il bisogno di giustizia dell’uomo nei termini che davvero esso richiede: desiderio di cambiamento e responsabilità, consentendo di partire, anzi di ripartire, proprio da dove si è sbagliato e salvaguardando la propria libertà.


Diversamente - ritenendo cioè che tutto ciò che è diverso o alternativo all’attuale sistema sia migliore - si fanno fuori le premesse di un percorso che non si capisce dove porti e il perchè valga la pena intraprenderlo. 


(Foto: Imagoeconomica)


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