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Politica

Cosa serve al Berlusconi IV per non tradire la fiducia di un popolo

Secondo il direttore di Libero Mercato OSCAR GIANNINO le prospettive del prossime governo sono buone, vista la solidità dello scenario politico in cui nasce. Alla prova dei fatti, al nuovo esecutivo non potranno essere fatti sconti sul modello lombardo. Leggi gli approfondimenti del giornalista ed editorialista LODOVICO FESTA e di GIULIO SAPELLI (Docente di Storia economica all'Università di Milano)

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Tre sono le condizioni che questa volta congiurano a favore del governo Berlusconi appena entrato in carica. Dico “questa volta”, perché in nessuna delle due altre occasioni, né nel 1994, né nel 2001, sono ricorse in maniera paragonabile. La prima, è di forza oggettiva. La seconda, di consapevolezza. La terza, di coesione esterna.
La forza oggettiva è data dalle proporzioni nettissime della vittoria elettorale, dalla mancanza di insidie numeriche nella solida maggioranza parlamentare, dal fatto che frenatori del passato come l’Udc hanno fatto una scelta diversa e sono fuori dalla coalizione, mentre il rapporto con Lega, An e MpA è solidamente instradato su prospettive di non conflittualità. La consapevolezza, attestata nelle reiterate dichiarazioni tanto di Berlusconi che di Tremonti, Bossi e di tutti gli altri esponenti di primo piano della maggioranza, è che questa volta non sarà possibile invocare attenuanti e scusanti in caso di provvedimenti di governo dilazionati o incerti. Berlusconi non ha promesso bacchette magiche in campagna elettorale, ed è stato un bene. E ripete che ora gli italiani che l’hanno votato tanto numerosi non ammettono prove d’appello, si aspettano non chiacchiere e polemiche ma soluzioni rapide e, soprattutto, tangibilmente efficaci. Quanto alla coesione esterna, la dinamica che ha condotto all’implosione dell’esperienza dell’Unione prodiana e alla sconfitta secca dell’”andiamo da soli” veltroniano si aggiunge a un insolito allineamento astrale, che riguarda le parti sociali. La Confindustria fa punto e a capo, con la fine del mandato di Montezemolo, assai rumoroso ma insieme avarissimo di risultati concreti. In questi giorni, non casualmente, va a buon fine il tenace sforzo di Raffaele Bonanni, il leader della Cisl che ha lavorato ai fianchi per due anni la Cgil di Epifani, prendendosi tutto il tempo necessario ma con l’assoluta certezza di riuscire a condurlo ad accettare un’intesa sulla contrattazione decentrata a livello territoriale e aziendale. Bonanni c’è riuscito, proprio approfittando della vacatio tra il governo Prodi e il governo Berlusconi. E questa intesa consente al governo Berlusconi di iniziare subito con un passo che inevitabilmente non può che riunire al tavolo sindacati e imprese: la massima decontribuzione possibile per il salario di produttività, in modo da accrescere insieme reddito dei lavoratori e miglior utilizzo degli impianti e dei tempi aziendali. Berlusconi, Sacconi e Tremonti sanno che l’errore da evitare è la ripetizione dello scontro pregiudiziale che anni fa avvenne sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Era giusto, ma non portò a nulla se non ad alimentare un’atmosfera di scontro sociale che, alla fine, minò alla base la fiducia popolare nei confronti dell’esecutivo. A cominciare dalla temibile vicenda che riguarda Alitalia, il governo stavolta dovrà insieme saper parlare una lingua di rigore ma di estrema attenzione alle reali disponibilità sindacali. Non si tratta di procedere al passo più lento imposto da chi è più carico di veti e pregiudizi, ma di aprire subito un confronto di poche settimane, al fine di indicare con chiarezza a imprese – tutte le imprese stavolta, a cominciare dalle piccole e medie, dagli autonomi, commercianti e artigiani, non solo Confindustria che tanto piaceva alla sinistra – e sindacati le priorità quinquennali che il governo intende perseguire.
Ripeto: l’obiettivo non è la concertazione fine a se stessa. Anche perché, su materie come la sanità e l’istruzione – che a noi stanno care come priorità assolute per realizzare la sussidiarietà, aprire al terzo settore e al decentramento, a una maggior compartecipazione dei flussi finanziari locali come a logiche di gestione e responsabilità larghissimamente autonome dallo Stato centrale – sicuramente il governo deve compiere svolte che risultano ancora molto lontane dalla sensibilità dei sindacati. Berlusconi a mio giudizio ha già commesso un errore: l’esportazione a Roma del modello-Lombardia è stato predicato in campagna elettorale, candidando Formigoni e una pattuglia di suoi assessori e chiedendo loro anche di fare campagna nazionale, per poi rimangiarsi l’impegno nella costituzione del governo. I dieci punti che dalla Regione Lombardia sono stati consegnati al governo prima ancora di nascere, di richieste precise e concrete su cui giudicarlo, indicano con chiarezza che in materia di federalismo fiscale e istituzionale, sussidiarietà e buoni-scuola il tempo delle parole è finito. Il mio consiglio a Formigoni e a chi si identifica nel modello lombardo è di non fare sconti. Di nessun tipo. Perché nella sfida di cambiare l’Italia, che è aperta con prospettive come mai invitanti per l’attuale governo, c’è anche sin da ora il capitolo che riguarda il dopo-Berlusconi.

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