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GIUSTIZIA/ Politica, magistratura, caso Eluana: il problema di una società afflitta da spirito di parte

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Stiamo assistendo da ormai diverso tempo a conflitti tra poteri. La cosa non è nuova, ma in questi anni gli spunti per parlarne abbondano. Le caste, i sindacati, l’università La Sapienza, le intercettazioni, i fannulloni, la stampa, i magistrati, i politici... Sono parole che lette così, da sole e senza ulteriori spiegazioni, rimandano a vicende recenti di contrasti e di potere: una parte sociale vuol dire all’altra cosa deve fare e come.

È un fatto che non ci sorprende: se non il conflitto, almeno le divergenze sono un elemento tipico, e in alcuni casi perfino necessario, di una società plurale come la nostra. Quindi, dal momento che viviamo in una società plurale, e vogliamo restarci, con queste divergenze e litigiosità siamo destinati a convivere. Esse trovano origine sia nel modo in cui è concepito lo Stato – la sempre evocata divisione dei poteri dello stato di diritto –, sia in una separazione tra poteri pubblici, chiese, giornali, radio e televisioni, società e famiglie (grandi o piccole che siano), associazioni e singole persone. Questo è lo sfondo generale, tanto generale che quasi è inutile parlarne. Tuttavia c’è un punto in cui tale pluralità non può più restare tale e in cui si deve arrivare a una decisione, una sola. Questo posto è il tribunale. Allora ci chiediamo, cosa succede in tribunale? Cosa succede quando convocata innanzi al giudice non è l’accusa o la difesa, bensì la pluralità?

Per parlarne dobbiamo trasferirci in un tribunale. Solitamente, per risolvere una causa, si parte dalle leggi: il giudice le applica, le adegua alla situazione concreta, ed emette la sentenza. Finita lì, nessun problema. Capita, a volte, che la legge è poco chiara, contraddittoria, così che chi è chiamato a decidere una causa si trovi innanzi a una fessura nel dato normativo, a una indecidibilità formale del problema giuridico. Allora il giudice è più creativo; tuttavia, una certa compattezza della società gli consente tale creatività, perché, pur nella creatività, egli sintonizza la sua decisione con quegli elementi che tengono unita la società di cui anch’egli è parte, così risolve la controversia e allo stesso tempo non impone la sua visione particolare, in quanto applica quella generale.

Ma può accadere, infine, che una lacuna nel diritto non sia dovuta solo a un problema di leggi mal redatte, ma ad un contrasto interno e ben profondo della società. Il punto è rilevante perché se dentro la società, su determinati problemi, ci sono forti correnti contrapposte e un giudice può decidere a favore dell’una e dell’altra, si pongono dei rischi per la società stessa; si potrebbe dire che si apre una questione di laicità, prendendo tale termine in senso letterale. Laicità non è parola che riguarda solo Papi e Presidenti: così la usano alcuni, ma in verità laicità è parola che riguarda il popolo. Essere laici significa rispettare il popolo. Allora, nel caso prospettato, il giudice può decidere in maniera faziosa e non in maniera neutra, laica, bensì secondo il suo interesse, facendo uso di un potere che nessuno gli ha dato.

A questo punto vi sono due scenari possibili. Prendiamo in considerazione il primo: la società è divisa, ma almeno la legge è chiara. Insomma, nonostante la spaccatura tra i cittadini, il Parlamento ha prodotto una legge chiara. Tuttavia il giudice, simpatizzando per le idee della parte sconfitta in Parlamento, decide contro la legge e riafferma le tesi di quella determinata parte. Tale ipotesi è così imbarazzante, seppure molto attuale, che non merita neppure di essere troppo considerata: ad ogni modo, in tal caso il giudice ha sbagliato, può succedere, e una corte di livello superiore rimetterà le cose a posto annullando la sentenza obbrobriosa. Nello stato di diritto la legge viene prima del giudice, e se il giudice la scavalca viola il suo compito.

Vi è poi un secondo scenario: ossia che alla spaccatura della società su un determinato tema corrisponda un’incapacità del Parlamento a legiferare su di esso. Il magistrato, così, può giocare tra le pieghe di questa lacuna e diventare creativo. Rispetto all’ipotesi appena considerata almeno non viola la legge del Parlamento; egli, però, cosa sta facendo? Si sta comportando come nell’ipotesi vista all’inizio, quando il giudice poteva essere creativo grazie al contesto sociale unito da cui traeva ispirazione per la sua creatività? No, perché in questo secondo caso l’operato fantasioso del giudice non affonda le radici in una società compatta, ma in una parte di essa. Si tratta di un atto di presunzione del magistrato il quale spera così di divenir legislatore e, ancor peggio, pacificatore. È come se dicesse, “non sapete mettervi d’accordo? Posso farlo io”. Però in tal modo egli, di fatto, sceglie una parte, una soltanto, non si pronuncia né per la legge, né per la maggioranza, ma per quell’idea che piace a lui, e non pacifica un bel niente, ma, anzi, esacerba il contrasto violento e l’incomprensione, minando la credibilità della legge e dei giudici, non più visti come neutri, ma come strumento per imporre le idee. Una parentesi: non dimentichiamo quello che purtroppo ci insegnano le relazioni internazionali, ossia che dopo il diritto non c’è il nulla, ma c’è la guerra; l’uomo di diritto ha una responsabilità grande e se la usa male può far più danni che altro. Se usa male le leggi e nasconde l’arbitrio dietro la retorica formale, crede di risolvere un dubbio interpretativo e riannodare i pezzi di una società divisa, ma si sbaglia: al contrario, egli sconcerterà, esaspererà i toni, creando più tensione che quiete.

Le camere di un tribunale sono l’ultimo dei luoghi in cui tali cose devono accadere. Siamo in una società plurale. Nel libero confronto delle idee prima ci sono una vita condivisa ed il confronto aperto. Poi c’è il Parlamento, il quale riassume e rappresenta la nostra società. Poi, infine, tocca ai tribunali. Cos’è il diritto, se non una politica che è riuscita? Esso viene dopo tutto, alla fine. Non può venire prima. Non può venire prima delle leggi, e neppure prima della società. Allora il diritto è inutile? No, è utilissimo, perché quando un singolo si perde e diventa nocivo, tocca al giudice fermarlo e riportarlo lungo quel sentiero che, grossomodo, in molti altri stanno seguendo. Il sentiero però non possono farlo i giudici: tocca a noi farlo, camminando e, dietro a noi, alla politica.

(Sante Pollastro)

© Riproduzione Riservata.

 

COMMENTI
19/07/2008 - giustizia (belli giorgio)

Non so, l'articolo di Pollastro è didascalico e anche ammirevole per la tensione all'equilibrio che esprime, ma alla fine mi pare che non colga il bersaglio. Alla fine,come molto molto spesso in Italia, ci si condanna a una sorta di "azzeccagarbuglismo" che sembra avere l'unico scopo di imbrogliare le ideee ai renzitramaglini, cioé al "popolo" -quello il cui sentiment il magistrato, in presenza di leggi ininterpretabili oggettivamente, dovrebbe in primis rispettare nonché seguire-, e di ostacolare il meno possibile i potenti, sempre in nome di quel diktat che sarebbe la volontà del "popolo", qui tra virgolette perché in nome di esso -che però è di quanto più indistinto- tutto precisamente può farsi. Ma la democrazia non mi pare limitarsi alle maggioranze delle urne, essenso fatta di divisione di poteri e di compiti, come sa anche l'ultimo degli ignoranti, ed essendo fatta per alcuni -Pollastro è tra questi?- anche di un sostrato etico che vieterebbe di dare legittimità a un, per esempio, Hitler solo perché votato dalla maggioranza dei cittadini. Oppure vogliamo dire -io lo direi anche, ma non so Pollastri- che per lo stesso ragionamento argomenti come la legittimità dell'aborto terapeutico sarebbero già decisi perché così vuole sempre quello stesso popolo? Insomma, più opportuno sul tema mi sembrerebbe seguire una logica di buon senso: taluno, premier o meno ed eletto, delinque? Corrompe? Falsifica? Che il giudice di Berlino lo decida in dibattimento. O no, caro Pollastro?

RISPOSTA:

Il popolo è parola ambigua: è sovrano, ma può cadere in derive populiste. Vero. Ma non si sta parlando di questo. Il popolo può fare leggi ingiuste. Vero, ma si sta parlando di altro: sopra si è descritta una situazione nella normalità della vita politica e sociale, normalità che a noi viene sempre più negata e che spero ritorni. Di Hitler parleremo se rischieremo una dittatura. Oggi non siamo in quell’emergenza. Proprio per il buon senso che lei invoca preferisco parlare dell’oggi e non dell’ipotetico: le sembra normale la sentenza su Eluana (l’ha letta?), il caso Mastella (la moglie del Ministro della giustizia viene arrestata il giorno in cui il marito presenta la relazione sulla giustizia) o le intercettazioni a Saccà (lo sa che quelle pubblicate sono state dichiarate irricevibili dai giudici? In poche parole, si è origliato senza autorizzazione)? Sono solo pochi esempi. Siamo seri: non si può evocare lo spauracchio di Hitler per dire che la volontà del popolo è spazzatura nei giorni in cui una sentenza introduce nel nostro ordinamento l’eutanasia. Poi, un’altra volta, potremo anche parlare del fatto che nessun sistema formale può di per sé essere garanzia del buon funzionamento della comunità degli uomini, o del fatto che esistono leggi ingiuste. Per questa volta, però, non parleremo di Eliot e di Antigone: non ci sta tutto in un articolo. Magari in futuro... e allora mi farà altri commenti, così da continuare la chiacchierata. Saluti, Sante.

 
19/07/2008 - Il caso di Eluana Englaro (giampaolo cottini)

la parola dignità è risuonata insistentemente nel drammatico caso di Eluana sulla bocca del padre, che ha preteso non solo rispettare una volontà espressa dalla figlia ma fare di essa il principio per realizzare la tutela della dignità della sua morte. Con ciò la vicenda di Eluana, complice anche una certa morbosa curiosità dei media, è passata da fatto privato ad evento pubblico, e finisce ad investire la coscienza di tutti ponendo questioni etiche rilevanti non riducibili alla sola scelta individuale perché investono i fondamenti stessi del vivere collettivo. Al di là della considerazione sulla liceità di interrompere il trattamento di nutrizione ed idratazione decretando la fine di una vita che in sé sarebbe autonoma nelle sue funzioni essenziali, c’è una domanda che diventa ineludibile: esiste il diritto di morire, espresso mediante il suicidio assistito (eutanasia)? E più alla radice: quando si verificano casi drammatici come quello di Eluana, cosa rispetta veramente la dignità del malato? Ancora, per rispettare la dignità del morire è sufficiente salvaguardarne la libertà di scelta tra assistenza e abbandono? Il dilemma è in sé semplice: se uno esprime il desiderio di non essere in alcun modo assistito, è più dignitoso lasciarlo morire o difenderne la sopravvivenza? La risposta insidiosa del relativismo moderno sta nel porre come criterio di dignità la pura accettazione di un arbitrio individuale: non si parte più dall’esistenza dell’io come creatura, ma dalla sua volontà puramente soggettiva di poter disporre di ogni cosa, compresa la propria vita. La conseguenza è che l’uomo vale solo se dice di valere o non valere, non perché è voluto da un Altro che lo ha creato e lo mantiene in vita. Più semplicemente, Eluana ha più dignità se la si lascia morire per rispettarne una volontà (ammesso che questa sia ancora valida non potendo essere riconfermata in modo consapevole), oppure se la si accompagna nella sua sofferenza con l’amore di chi si prende cura di lei come persona qualunque ne sia la condizione? È più dignitoso morire abbandonati (contro il comando evangelico del “dare da mangiare agli affamati e da bere agli assetati”), oppure essere circondati da cure che, se anche impotenti a ridare coscienza e benessere, testimoniano che ognuno è fatto per essere amato e ben voluto nell’esistenza? Qui è il nodo oggettivo, al di là delle contrapposizioni di opinioni: la dignità non si misura dallo standard di vita cui si giunge e nemmeno dal grado di coscienza, ma si fonda nel Mistero che ci fa esistere ben prima di ogni nostra decisione. Così Eluana vale in sé, perchè la sua vita è un dono amato da Dio, che chiede di essere amato anche dagli uomini.