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GIUSTIZIA/ Sul lodo Alfano troppe proteste ideologiche

Il leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro ha depositato ieri presso la Corte di Cassazione il quesito del referendum abrogativo del tanto discusso lodo Alfano. Per PAOLO TOSONI, Presidente della Libera associazione forense, chi si schiera ideologicamente contro questo provvedimento non ne capisce la reale portata per iniziare il cammino delle grandi riforme. All’interno il Dossier Giustizia

giustizia ministero_FN1.jpg (Foto)

Il lodo Alfano è stato promulgato con la firma del presidente Napolitano: ovviamente ciò ha provocato molte reazioni contrarie.
L’opposizione ha dichiarato che la “frettolosità” con cui si è pervenuti al voto della nuova legge a protezione delle principali cariche dello Stato è tale da apparire autoritaria e segno della volontà di sottrarre il premier ai processi in corso, più che di dotare il Paese di uno strumento indispensabile per la buona governabilità.
Il vice-presidente del Csm, Nicola Mancino, ha sostenuto che il provvedimento andrebbe rafforzato con una legge costituzionale: sostenitori della via costituzionale sono anche i rappresentanti dell’Udc, che non hanno mai fatto mistero di ritenere l’immunità parlamentare una misura da ripristinare necessaria per la nostra democrazia.

La voce più contraria, dai toni allarmati - e chi ne avrebbe dubitato - è stata quella di Di Pietro dell’IDV che ha dichiarato che si tratta di una legge “immorale”, tacciando indirettamente di immoralità il Capo dello Stato che l’ha firmata (anche l’Unità è stata critica nei confronti di Napolitano, costringendo i vertici del Pd a prendere le distanze dall’articolo di A. Padellaro) e propone, addirittura, la raccolta di firme per un referendum abrogativo che spazzi via questa “zozzeria tutta italiana”.

Cerchiamo di ragionare in termini di buon senso, uscendo dalle logiche partitiche ed avendo a cuore il bene comune del Paese.
Abbiamo più volte affermato e documentato (negli articoli precedenti su questo tema) come fosse importante trovare al più presto una via d’uscita dal conflitto politica/magistratura - e dal conseguente conflitto interno agli schieramenti - per poter dare alla nazione le riforme di cui tutti, concordemente, invocano l’urgenza.
Non vi è chi non veda, quindi, come il lodo Alfano, pur con tutti i limiti di un provvedimento emanato in tempi rapidi e senza un consenso largamente condiviso, sia il primo indispensabile passo per la governabilità e, si auspica, per iniziare il cammino delle grandi riforme.
Una tra queste, potrebbe essere proprio quella di ripristinare, dopo ampia discussione bipartisan, l’immunità parlamentare con legge costituzionale, per riallineare il Paese alle altre democrazie occidentali.

Chi si schiera contro, in modo ideologico e interessato, all’evidente necessità di un “filtro” istituzionale che garantisca il primato della politica e, al tempo stesso, l’indipendenza responsabile della magistratura, non ha a cuore veramente il benessere del popolo.
Di Pietro e quel movimento di piazza che lo affianca confondono la legalità (la legge è mero strumento per permettere una corretta convivenza civile) con la moralità (che è valore iscritto nel cuore dell’uomo, cui liberamente aderisce) che, invece, spesso non coincidono: avendo questo errato concetto di legalità come unica ragione del proprio esistere sulla scena politica e del proprio “successo” personale, non ci stupiamo di assistere a una reazione violenta, inevitabile sviluppo dell’intolleranza espressa in piazza Navona.

Ci sia, infine, consentita un’ultima considerazione.
Si annunciano, da parte della maggioranza, imminenti importanti riforme della giustizia, da attuarsi nel prossimo autunno.
Per esperienza, soprattutto negli anni recenti, settori così delicati per l’assetto democratico, che riguardano interessi primari dei cittadini, quali appunto l’amministrazione della giustizia, non devono essere riformati a colpi di maggioranza: si rischiano, infatti, riforme improvvisate che anziché risolvere i problemi li amplificano, oppure - in una logica dell’alternanza - vengono poi cancellate o stravolte dai nuovi governanti, con grave danno per l’intero sistema.

La giustizia nel nostro Paese deve essere completamente riformata e resa un servizio serio ed efficiente per i cittadini utenti: ciò però necessita, per l’importanza della materia, di una profonda e condivisa riflessione tra tutte o le principali componenti rappresentative dei cittadini in Parlamento; questo impone che si cerchi e si trovi il dialogo (come ha giustamente richiamato il Capo dello Stato lunedì u.s.), anche a costo di attendere che questo maturi nel tempo.
La maggioranza, in tal senso, darebbe al Paese un segnale di grande responsabilità - dopo aver forzato (legittimamente) i tempi del lodo Alfano - e l’opposizione, se non dimostrasse nel tempo di essere lealmente disponibile al dialogo, mostrerebbe la strumentalità delle proprie denunce sul metodo di legiferare degli attuali governanti.

Noi, fiduciosi, ci attendiamo una prova di responsabilità e di coraggio da parte della politica, non volendo cedere alla tentazione, insinuatasi in questi decenni di conflittualità e confusione, di pensare che tutto ciò che è politica sia negativo: la politica è servizio al bene comune… è tempo che essa si riappropri della propria origine e del proprio scopo.

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