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PIANO BRUNETTA/ Oltre la retorica dei fannulloni cosa cambierà davvero?

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Il Piano Brunetta sulla pubblica amministrazione è un intervento complesso, articolato su più livelli, che diventeranno operativi in tempi e modi diversi. È possibile suddividere i 34 punti della riforma secondo 4 macro-categorie: interventi finalizzati a modificare gli attuali equilibri del rapporto di lavoro nel pubblico, azioni per rilanciare la PA come fattore di sviluppo per il sistema Paese, misure di contenimento (organizzativo ed economico), piccole semplificazioni a costo zero.
Nella prima categoria rientrano l’aumento della mobilità dei dipendenti pubblici, l’aspettativa per chi vuole aprire un’attività imprenditoriale, i concorsi territoriali, la valutazione del personale e i premi di merito, la riforma della dirigenza e della contrattazione collettiva, la lotta ai fannulloni. Quest’ultimo punto è quello che ha suscitato il maggior interesse mediatico, anche a causa delle continue dichiarazioni del Ministro, che sembrano finalizzate più a cavalcare l’ondata di malcontento popolare che a cercare la collaborazione di tutte le forze vive - e sono la maggior parte - che operano in un settore strategico, come è quello della pubblica amministrazione. Non mi soffermerò dunque sulla possibilità di licenziare i dipendenti che presentano certificati di malattia falsi o di punire i medici mendaci. Non perché sia sbagliato, ma perché non è da qui che conviene ripartire.
L’elemento più interessante è l’obiettivo dichiarato nel primo articolo del disegno di legge delega: favorire la convergenza del mercato del lavoro pubblico con quello privato. Si tratta di una scelta innovativa e non più rimandabile. Infatti, fatta salva la specificità della funzione pubblica, aumentare la produttività della PA è essenziale per renderla più efficiente e competitiva. Il Piano del Ministro compie alcuni passi in questa direzione, ma sembra perdere coraggio sul più bello. Vediamo perché.
I meccanismi che agiscono nel mercato del lavoro privato e che non sono ancora presenti in maniera sufficiente in quello pubblico sono due: da un lato il bilanciamento contrattuale tra la prestazione del lavoratore e il compenso pattuito, dall’altro la libertà del datore di assumere chi vuole. Brunetta interviene sul primo aspetto, ma non sul secondo. Porre fine agli aumenti a pioggia e agli scatti di carriera per anzianità e prevedere l’obbligo di adottare sistemi di valutazione prima di elargire retribuzioni di risultato è un primo passo verso una razionalizzazione del rapporto di lavoro: gli incentivi, se distribuiti in modo indifferenziato, cessano infatti di essere tali. Ben venga dunque un legame più stretto tra esiti raggiunti e trattamento economico, prima di tutto per i dirigenti.
Questi interventi risultano però monchi se, mentre si chiede al dirigente di rispondere dei risultati dei propri collaboratori, non gli si dà la possibilità di scegliere le persone più idonee a rivestire un certo ruolo o a svolgere una determinata funzione. Ma da questo punto di vista, nulla si muove. Anzi, il governo propone di limitare il ricorso ai contratti di lavoro flessibile (in netto contrasto con ciò che avviene nel privato) e punta ancora tutto sui concorsi, anche se organizzati su base territoriale. Eppure negli anni è divenuto sempre più evidente che in questo modo non si garantisce la trasparenza dei procedimenti e la selezione dei migliori candidati, ma si finisce solo per generare costi improduttivi. Infatti, si viene selezionati sulla base di criteri poco attinenti al lavoro che si andrà effettivamente a svolgere e, una volta ottenuto il posto, esso è praticamente garantito a vita.
Anche l’articolo 97 della nostra Costituzione, che prevede l’accesso alle cariche pubbliche tramite concorso, lascia alla legge la possibilità di stabilire altre forme e modalità di ingresso. È tempo di ripensare tutto il sistema, per esempio attraverso corsi-concorsi che diano occasione di vedere i candidati all’opera, assegnando ai dirigenti una vera libertà di selezione. Altrimenti, ed è il caso di questo provvedimento, si finisce per intervenire sul tetto prima che sulle fondamenta.

(1. continua)



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COMMENTI
04/07/2008 - risorse umane (eugenio recalcati)

Giustissimo, il problema non è licenziare i fannulloni, ma poter assumere risorse professionali nuove, giovani. La PA non è univoca, anche i comuni da più di 15 anni, sostanzialmente, non hanno potuto assumere profili nuovi adeguati alle mutate competenze, rivolte allo sviluppo, non alla gestione solo dell'esistente, all'utilizzo di nuove strumentazioni tecniche, nella gestione di progetti e finanziamenti ecc... Poche risorse umane capaci, preparate, potrebbero far lavorare di più e meglio la stragrande maggioranza dei dipendenti volenterosi, ed in molti casi anche la minoranza di "fannulloni". Occorre il coraggio di investire in risorse umane, con nuovi metodi di selezione, è stata fatta troppa teoria sull'organizzazione, ai dirigenti va data la possibilità di assumere poche persone ma preparate, "fresche". Non si tratta di avere grandi risorse economiche nei bilanci, ma risorse umane e professionali in grado di utilizzarle in modo efficiente ed efficace. Uffici pubblici e personale preparato, in grado di svolgere efficacemente e con autorevolezza i compiti assegnati, contribuirebbero, inoltre, nel rendere reale la separazione delle competenze fra politici e tecnici. Problema, quest'ultimo, non di poco conto nella gestione della cosa pubblica.