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DPEF/ Toccafondi: «Vogliamo dare fiducia a chi produce. E far leva sulla forza riformatrice della sussidiarietà»

Ilsussidiario.net ha intervistato l’on. GABRIELE TOCCAFONDI (Pdl), relatore oggi del DPEF 2009-2013. «Prioritario ridurre il deficit e abbattere la pressione fiscale. Solo valorizzando la persona è possibile avere una vera chance nel futuro. Sulla questione educazione e capitale umano, occorre non tanto mettere le risorse, ma liberare le capacità che l'impresa e le persone hanno». Leggi il commento al DPEF di GIOVANNI MARSEGUERRA

parlamento1_FN1.jpg (Foto)

Onorevole Toccafondi, lei è relatore del Dpef. Quali sono secondo lei le misure più caratterizzanti in questa manovra?

 

L'Italia ha un deficit che è più del 100% del Pil. Uno degli aspetti di questa manovra che la pone in continuità con le precedenti manovre del governo Prodi è quello di rispettare gli impegni presi a livello europeo per un abbassamento del deficit. In un momento di scarsità di risorse e di difficoltà per il paese e per i redditi medio-bassi, era doveroso rispettare i vincoli europei. Mi spiego con un paragone. La situazione del paese è un po’ come quella di una famiglia che ha bisogno di aiutare i figli che crescono e che lasciano casa, ma che deve ancora pagare un mutuo altissimo, e che per questo fa una scelta economica lungimirante: cerca di estinguere il prima possibile il mutuo, così da poter aiutare maggiormente i figli che escono di casa.

L'Italia ha fatto questa scelta, di alleggerire innanzitutto il debito pubblico, per avere più risorse disponibili e quindi poter dare fiducia a chi in Italia la ricchezza la produce. Come ha detto lo stesso ministro Tremonti l’altro giorno in audizione, appena ci saranno le risorse necessarie - e le risorse in questo piano dovrebbero cominciare ad esserci a partire dal 2010 - tutti gli interventi andranno sul lato dell'offerta, cioè per aumentare il potere d'acquisto, quindi il reddito del lavoro dipendente, delle famiglie e dei pensionati. Con particolare riguardo alla famiglia.

 

Proprio la famiglia, uno dei punti principali del programma del Pdl in campagna elettorale, fino a prima dell'audizione era un aspetto della manovra economica rimasto in subordine.

 

È da sessant'anni che la famiglia è in subordine nelle politiche economiche italiane. Questo governo intende invertire la rotta. Io, personalmente, intendo vigilare perchéin questa legislatura un impegno così importante sia mantenuto. Ma lo stesso ministro lo ha ribadito in audizione. Intanto faccio presente che il primo vero atto di natura economica di questo governo – promesso e realizzato - è stato l'abolizione totale dell'Ici sulla prima casa.

 

Cosa risponde a chi dice che è facile abolire l’Ici ma è molto più difficile far fronte al mancato gettito?

 

Sono stato anche consigliere comunale e so bene cosa vuol dire per i Comuni non poter avere disponibili entro breve – cioè giugno e luglio – i soldi che arrivano dal gettito Ici. Ma il governo - e l'Anci, Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, lo sa - ha dichiarato che entro la fine di luglio la prima tranche, ovvero più del 50% del mancato gettito, sarà ripartita tra tutti i Comuni italiani e la seconda tranche entro gennaio 2009. Poi magari qualche Comune schierato politicamente, su questo, ci gioca.

 

Sta dicendo, in pratica, che quella del mancato gettito è una favola.

 

Non passa giorno senza che sui giornali si legga di Comuni che, senza l'Ici, non avranno più i soldi per pagare la benzina dello scuolabus, oppure la carne nelle mense. Ma non è così. La verità è che con l'abolizione totale dell'Ici prima casa rimarranno nelle tasche degli italiani 1.700 milioni di euro. È un aiuto alle famiglie perchè quella dell’Ici poteva essere l'ennesima manovra che gravava su qualche tipologia di contribuenti. È la prima volta, invece, che non si chiedono maggiori risorse agli italiani e non ci sono costi aggiunti per i comuni. Però devo ammetterlo, questo messaggio non è stato recepito perchè in Italia sembra che i Comuni siano senza cassa e che i cittadini non abbiamo ricevuto benefici. Invece non è così.

 

Nel Dpef si distingue tra una prima fase della manovra, dedicata alla riduzione della spesa, e una seconda fase dedicata alla riduzione delle imposte. Tra l'altro anche Draghi, in audizione, ha detto che ci si aspettava un'azione più incisiva sul versante della riduzione delle imposte. Lei cosa risponde? Potrebbe precisare meglio queste due fasi, prima di contenimento della spesa e poi di riduzione delle imposte?

 

Certo. Innanzitutto diciamo un'altra verità che in pochi conoscono: che quest'anno, grazie anche al primo decreto cui accennavo prima sull'abbattimento totale dell'Ici prima casa, la pressione fiscale è scesa di 0,3 punti. Sono pochi, siamo tutti d'accordo, ma è comunque un segnale forte.
Nei prossimi due anni la pressione fiscale, queste sono le stime, non scenderà ma, è bene sottolinearlo, nemmeno aumenterà. Si ritorna alla premessa iniziale: se l'obiettivo è quello di ridurre il deficit, tutte le risorse nuove che arriveranno, e non da imposte, dovranno servire per abbattere questo deficit. Ci sono nuove tasse, non sui cittadini ma sugli extra gettiti, quindi vanno a colpire le assicurazioni, le banche, le industrie petrolifere e l'evasione fiscale. Queste sono le maggiori entrate a cui, però, faranno fronte soprattutto tante minori spese.

 

Parla dei tagli previsti alla spesa pubblica?

 

Sì, i tagli agli enti decentrati ma soprattutto ai ministeri.

 

Si parla da giorni di inflazione. In un'intervista al sussidiario.net Guido Gentili dice che siamo di fronte ad un'inflazione importata, nei confronti della quale possiamo fare ben poco; due cose però possiamo fare, agire sulla contrattazione e aumentare la produttività. Ebbene, il Dpef prevede delle misure di sostegno alle Pmi? Sono previste misure di fiscalità di vantaggio?

 

Soprattutto nelle manovre collegate, non tanto sul Dpef, sono contenuti provvedimenti atti a sviluppare la nostra azienda, principalmente basata sulla nostra piccola e media industria. Si cerca di semplificare la vita a chi cerca di produrre, togliendo soprattutto aspetti burocratici. Emblematico è l'articolo che la stampa ha chiamato “Impresa in un giorno”, sulla quale l'on. Vignali aveva già presentato un ottimo progetto di legge.

 

Su cosa si fonda?

 

Sulla riduzione degli adempimenti. Nel Dpef l'aspetto centrale è da una parte l'abbattimento del deficit, dall'altra dare fiducia il più possibile a chi la ricchezza la produce e la ricchezza non la produce uno Stato, ma la singola persona che mette su l'impresa. Il presidente dell’Istat Biggeri ha comunicato un dato rilevante: nei primi tre mesi del 2008, ha detto, la nostra bilancia delle esportazioni è aumentata quasi del 50%. Se le imprese italiane esportano e riescono a vendere nonostante tutto - nonostante l'aumento dei prezzi, nonostante l'euro sia più forte del dollaro - l'Italia funziona ed è l'Italia delle piccole imprese. Quello che non funziona è che mentre l'esportazione è aumentata del 50%, la bilancia commerciale sul solo prodotto importato energetico, quindi il petrolio e l'elettricità, aumenta del 70%. Questo vuol dire che se è vero che si esporta di più - e quindi entra richiesta, e aumentano lavoro e occupazione - è anche vero che l'imprenditore che ricava di più deve spendere molto di più per produrre. Ma vuol dire che non può aumentare né il reddito dell'imprenditore, né le buste paga dei suoi dipendenti, né lo Stato può chiedere di più come tasse. Quindi è chiaro che il punto centrale - e ritorno alla domanda sull'inflazione - è il prezzo del petrolio. Cioè abbiamo un'inflazione importata che condiziona il rincaro del nostro prodotto. E un punto fondamentale del Dpef è quell’1,7% di inflazione programmata, contro un'inflazione reale al 3,4% o addirittura maggiore.

 

Il governatore Draghi, in molti suoi interventi, è tornato sull’investimento in capitale umano come fattore essenziale per promuovere il nostro sviluppo. Tanti anni però ci hanno insegnato che è molto facile spendere in risorse, ma a queste risorse non sempre corrisponde un aumento della qualità nei servizi. Che ne pensa?

 

Nella mia relazione parlerò sia di capitale umano sia dell'emergenza nazionale dell'educazione, sia della questione della sussidiarietà. L'Italia ha avuto altri momenti difficili, e li ha superati, ma a mio avviso non ha saputo investire su quello che l'ha da sempre contraddistinta cioè la persona, la voglia di fare, di muoversi, la genialità, la creatività del nostro popolo. Così in tutti questi anni siamo riusciti ad aggravare ancor più la nostra situazione. Nella mia relazione ho inserito questi tre punti perchè solo valorizzando la persona è possibile avere una vera chance nel futuro. Sulla questione educazione e capitale umano, occorre non tanto mettere le risorse, ma liberare le capacità che l'impresa e le persone hanno.

 

Come la sussidiarietà è un fattore chiave?

 

Sotto questo aspetto la sussidiarietà è, direi, lo strumento che libera dalla burocrazia. Anche perchè nessuno vorrebbe un livello di sussidiarietà in cui i Comuni hanno poteri troppo forti rispetto a uno Stato centrale: con uno Stato centrale oppressivo, ma un Comune ancora più oppressivo, perchè ancora più vicino, finiremmo per peggiorare la situazione delle imprese. Non basta dire "facciamo la sussidiarietà", così come non bisogna solo limitarci a dire "evviva il capitale umano".

 

Molto spesso, invece, sembra proprio il rischio che si corre.

 

Capisco, cioè diventano solo parole vuote. Per questo io ho intenzione di concludere la mia relazione rilanciando la persona come vero fattore di ricchezza. Non solo naturalmente in campo economico ma anche in campo educativo: chi è che educa? Un apparato? Non mi interessa uno Stato che investe risorse in un apparato, cosi come non mi interessa uno Stato che dica sì alla sussidiarietà, ma che poi nella realtà si traduca in un controllore più prossimo.

 

(Foto: Imagoeconomica)
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