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BIOPOLITICA/ Quando l’obiezione di coscienza non basta più

Pubblicazione:mercoledì 10 settembre 2008

dna_elica1R375_9set08.jpg (Foto)

Gregory Katz, docente di Bioetica e innovazione terapeutica all’Essec di Parigi, sta per pubblicare in Italia il suo ultimo libro “La cifra della vita”. Al Meeting di Rimini, dove ha anticipato alcuni contenuti del volume, Ilsussidiario.net lo ha intervistato sui temi principali che la ricerca genetica pone all’uomo e alla sua domanda sul significato delle cose: se cioè il codice genetico predetermina in qualche modo la libertà umana, e quindi l’interazione tra spirito e materia; l’esistenza di un protolinguaggio universale che ha determinato i meccanismi evolutivi e lo scambio di informazioni. Fino alle questioni di più scottante attualità, come i problemi che stanno al confine tra scienza ed etica e che riguardano quello che l’uomo può fare oggi della natura e quindi di se stesso.

Dei temi emersi durante l’intervista a Katz ilsussidiario ha parlato con Assuntina Morresi, docente di Chimica fisica all’Università di Perugia e opinionista.

 

Secondo Gregory Katz «esiste uno stretto legame tra delle strutture chimiche, il DNA, e delle strutture semantiche basate su un codice, e – aggiunge – in tutto questo c’è un vero mistero». E dice che il linguaggio genetico, di fatto, fa da trait d’union tra la materia e il mondo del significato, tra il substrato chimico e la domanda sul senso.

 

Sempre, nel progresso della scienza, c’è stato un richiamo a domande “altre”, sul significato e sul senso delle scoperte che si venivano facendo, e su dove sono collocate queste scoperte nel tutto del pensiero dell’uomo. La scienza non è autoreferenziale, ci sono domande che la scienza pone a cui possono rispondere altre discipline, ma la scienza è sempre “amica” di chi pone domande autentiche e se uno la interroga essa darà sempre indicazioni preziose.

 

Può fare un esempio?

 

L’epigenetica studia l’influenza dell’ambiente sui geni. Ci sono caratteristiche che appartengono al codice genetico e che sono immutabili ma che possono essere attivate o no a seconda di reazioni chimiche che avvengono a carico del Dna e a seconda dell’ambiente in cui il Dna si trova. Due gemelli omozigoti sono identici nel codice genetico, ma non sono certamente fotocopia o clone l’uno dell’altro. Quindi anche l’ambiente influenza il codice genetico e questo risponde al principio filosofico dell’unicità della persona, al fatto che non siamo predeterminati e non siamo solo frutto del nostro codice genetico.

 

Secondo Katz molto del dibattito che oggi riguarda temi scottanti, come ricerca su cellule staminali, aborto ed eutanasia non è più soltanto etico, ma politico. Lei che ne pensa?

 

È proprio così, perché se noi releghiamo nel campo della coscienza e delle risposte personali temi come quelli citati, rischiamo di non capire l’impatto che possono avere sul bene comune. Ed è un impatto che si misura in termini politici.

L'esempio classico è quello del cordone ombelicale: le cellule staminali contenute nel sangue del cordone ombelicale di per sé non dovrebbero porre problemi etici, perché non coinvolgono embrioni. La questione è: si possono donare o vengono considerate un bene per se stessi? Secondo problema: le conserviamo nel circuito pubblico o privato? Mettendo da parte l'aspetto scientifico, sembrerebbe che si tratti di una questione semplicemente organizzativa, ma non è così. Perché, se queste cellule sono contenute nel sangue, immaginiamo cosa succederebbe se il circuito del sangue o quello dei trapianti fossero affidati a una rete privata anziché pubblica. Non potremmo mai accettarlo: non è un diritto individuale quello di donare il sangue o di donare organi per i trapianti, ma una considerazione di solidarietà e di bene pubblico. Non esistono cittadini di serie A e di serie B e deve esserci la solidarietà di ciascuno verso tutti. In teoria si potrebbe dire che ogni famiglia può tenersi il proprio sangue, invece col circuito solidaristico del sangue si crea un bene comune.

Ma non è tutto. Se tenere per sé e per il figlio il sangue del cordone ombelicale è un diritto e io pago per goderne, cosa succede in sala parto quando un'ostetrica deve scegliere tra raccogliere il sangue del cordone ombelicale di un bambino, e aiutare un'altra donna incinta per assisterla meglio durante il parto? Se una persona ha il diritto di donare il sangue del cordone ombelicale e lo Stato non la mette in condizioni di farlo, questa persona può sporgere denuncia. Si crea un conflitto tra assistenza al parto e donazione del sangue, che a questo punto diventa un servizio personale. Occorre stare attenti nel trattare questi temi in termini di diritti individuali: non sono solo questo, si traducono in scelte politiche.

 

La semplice scelta etica dell'obiezione di coscienza allora non basta più?

 

No e possiamo fare l'esempio della pillola del giorno dopo, cioè quella che si assume entro 72 ore da un rapporto non protetto. Molti medici, dal momento che la pillola potrebbe essere abortiva, fanno obiezione di coscienza: ciò va bene per i farmacisti, che possono avere problemi a negare un farmaco per cui viene una regolare ricetta, ma il medico chiude la questione se sceglie di fare obiezione di coscienza.

Invece, se io fossi un medico direi: per questa pillola è stato deciso in Italia che è necessaria la ricetta (tra l'altro questo è stato stabilito da Umberto Veronesi che non è un medico cattolico). Si tratta quindi di un farmaco con controindicazioni. Il medico, in scienza e coscienza, può non prescrivere direttamente la pillola (ad esempio, se una ragazza arriva in pronto soccorso nel mezzo della notte), ma mandare la ragazza il giorno dopo dal suo medico di base, che potrà verificare se ci sono le condizioni per prescrivere il farmaco.

Si tratta perciò di considerare, accanto agli oggettivi risvolti etici, anche gli aspetti di deontologia professionale che influenzano anche la sfera politica, perché risulta evidente che non basta a risolvere il problema una legge che consenta l’obiezione di coscienza. Si pone cioè anche una domanda radicale su cosa sia la professione medica, quindi non solo una questione etica in senso stretto, abortiva o non abortiva, ma si tratta di una presa di posizione che può anche cambiare l'organizzazione sanitaria.

 

Il caso di Eluana Englaro ha sortito l'effetto di aprire il dibattito e render urgente la scelta sull’opportunità o meno di fare una legge sul testamento biologico. Quali sono i requisiti che dovrebbe avere in Italia una legge su questa materia?

 

È stata determinante la sentenza della Cassazione dello scorso ottobre, stabilendo che le volontà di una persona possono essere dedotte dagli stili di vita e dai comportamenti presunti, per cui a Eluana Englaro si potrebbe staccare il sondino per affermazioni fatte a 15 anni davanti ad amiche. È lecito pensare che non fosse pienamente informata su cosa fosse uno stato vegetativo, di quali fossero le diverse condizioni di coma.

 

Una sentenza che ha scavalcato le prerogative del Parlamento, che non ha caso ha sollevato il conflitto di attribuzione.

 

Una sentenza che è andata oltre l'organo legislativo e oltre tutte le proposte di legge depositate in Parlamento. Neanche i Radicali hanno depositato una proposta di legge sul testamento biologico con le dichiarazioni anticipate orali. Questo precedente richiede una nuova azione legislativa che disciplini la materia. La sentenza della Cassazione si basa su un'interpretazione ampiamente liberale dell’autodeterminazione di cui all'articolo 32 della nostra Costituzione. Occorre correggere e specificare quest'interpretazione: c'é senz'altro la libertà di cura, ma non è la libertà di suicidio assistito.

 

Ipotizziamo una legge sul testamento biologico: come deve essere per non scivolare verso l'eutanasia?

 

A mio avviso dovrebbe avere tre punti: gli stessi – sui quali discuterà il Parlamento – posti dal Comitato nazionale di Bioetica del 2003. Anzitutto il testamento biologico non deve essere obbligatorio per i cittadini, non deve essere vincolante per il medico - che ne deve tenere conto, ma non sentirsi obbligato a eseguire le volontà del paziente, deve cioè essere libero di agire secondo scienza e coscienza – e infine l'alimentazione e l'idratazione artificiale non devono essere in nessun modo considerate terapie, altrimenti il passaggio dal sondino nasogastrico di Eluana al cucchiaio del malato di Alzheimer è breve.

 

La Regione Lombardia ha detto che il suo personale sanitario non può sospendere l’idratazione e l’alimentazione artificiale che tiene in vita Eluana. Che ne pensa?

 

La Regione fa bene a rifiutarsi, perché la sentenza della Corte d’Appello di Milano non obbliga qualcuno a staccare il sondino a Eluana, ma dà l'autorizzazione al tutore, cioè al padre, di interrompere l'idratazione e l'alimentazione. Non dice chi deve farlo e soprattutto non obbliga a farlo, quindi non spetta alla Regione intervenire in merito. 



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