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Politica

CARCERI/ Manconi: bene il braccialetto elettronico, ma evitiamo i messaggi ad effetto

Secondo l’ex sottosegretario alla Giustizia la proposta del braccialetto può essere utilizzata come alternativa alla pena carceraria, fin dall’inizio. Non bisogna inoltre aggiungere nuovi posti-carcere, giudicando normale il fatto che la popolazione carceraria aumenti

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Il dibattito in tema di giustizia si è in questi giorni spostato sul versante carceri. Due le proposte sul tavolo, per facilitare la riduzione della popolazione carceraria: il braccialetto elettronico, per permettere di scontare una parte residuale della pena fuori dal carcere, e l’espulsione dei carcerati stranieri, per far sì che possano scontare la pena nel loro Paese. Entrambe le proposte, secondo Luigi Manconi, ex sottosegretario alla Giustizia, rischiano però di essere semplici «messaggi ad effetto».

 

Professor Manconi, cosa pensa della proposta del braccialetto elettronico, per permettere di scontare la pena fuori dal carcere?

 

Preciso subito che non trovo assolutamente scandalosa questa ipotesi, ma vorrei che venisse considerata tenendo presenti tutti i dati. Il primo dato di cui essere avvertiti è il seguente: tra coloro che sono agli arresti domiciliari o in detenzione domiciliare, la percentuale di quanti violano le norme o commettono nuovi reati è oscillante tra lo 0.5 e l’1,7 %. Percentuale irrisoria, e statisticamente insignificante. Il che dice immediatamente che il braccialetto elettronico, lungi dall’essere un pericolo, è semplicemente, in questo senso, superfluo.

 

Quindi secondo lei il braccialetto non cambierebbe nulla rispetto alla situazione attuale?

 

Una cosa potrebbe cambiare. Oggi chi è stato condannato per reati non gravi e deve scontare solo due anni residui può già essere ammesso alla detenzione domiciliare. Ma l’elemento esenziale è quel “può”, cioè è decisione discrezionale della magistratura di sorveglianza. Il braccialetto elettronico – ed è questo il motivo che mi rende non ostile alla proposta – potrebbe far diventare automatica una decisione che adesso è solo discrezionale. Certo, fatta salva la garanzia effettiva del braccialetto in termini tecnici, e chiarito che stiamo parlando di coloro a cui mancano due anni e non sono responsabili di gravi reati.

 

Si è parlato anche di espulsione dei detenuti stranieri, per mandarli a scontare la pena nel loro Paese: è un’ipotesi realizzabile?

 

Si deve procedere ancora una volta con lucidità e dati di realtà. Quanti sono i paesi di provenienza degli immigrati con cui ci sono rapporti bilaterali? Non solo: quali di questi accordi prevedono non il semplice rientro, ma l’espiazione della pena nelle carceri locali? Da ciò che ho capito è che siamo molto al di sotto di un provvedimento effettivamente deflativo della popolazione carceraria, oggi più che sovraffollata. Il rischio ancora una volta è che ci siano messaggi ad effetto: si annuncia qualcosa il cui suono appare rassicurante, ma senza reali conseguenze, perché se si tratta di qualche centinaia, o anche qualche migliaia di detenuti espulsi, non vi vedo nulla di risolutivo. Non dobbiamo dimenticare che nei pochi mesi del governo Berlusconi il numero degli immigrati arrivati sulle coste italiane è cresciuto in maniera abnorme. È forse colpa del governo? No: il nodo è che i provvedimenti annunciati non sono in grado di rispondere a un fenomeno che non è di ordine pubblico e di controllo delle frontiere. Non è colpa di Maroni, è però il segno dell’inefficacia dei messaggi ad effetto.

 

Si è detto in questi giorni (ne ha parlato soprattutto Di Pietro) che per risolvere il problema del sovraffollamento bisogna costruire nuove carceri: è d’accordo?

 

Assolutamente no. L’aumento dei carcerati nei prossimi mesi e anni sarà sempre maggiore, e il problema è che tutte le commissioni tecniche certificano che il tempo medio per la costruzione di un istituto penitenziario è di 12-14 anni. Io, da sottosegretario, ho addirittura inaugurato un istituto che era stato iniziato negli anni ’50. La posizione non mi sembra dunque assolutamente convincente. Innanzitutto non mi convince il fatto che noi inseguiamo un aumento della popolazione detenuta aggiungendo nuovi posti-carcere, immaginando quindi che questa popolazione è giusto che cresca. Questo è un grave errore strategico. Non dobbiamo dimenticare i dati sulla criminalità: nella più pessimista delle interpretazioni danno un panorama della situazione nazionale non allarmante, e il dato degli omicidi è drasticamente crollato. Di fronte a questo non possiamo continuare a parlare solo di aumento della popolazione carceraria, come se questo fosse normale.

 

Lei è tornato a parlare in questi giorni di indulto, un provvedimento che però ha fatto molto discutere…

 

Ho parlato di indulto con amnistia annessa, e con una capacità di accoglienza maggiore di quella che c’è stata nel 2006. In particolare rifiuto una lettura puerile e totalmente falsa degli effetti dell’indulto. Oggi siamo a una percentuale di recidiva largamente inferiore alla percentuale di coloro che non hanno beneficiato dell’indulto stesso. I dati contano o non contano? Se la persona sconta la sua pena fino alla fine, esce e delinque nella percentuale del 65% circa dei casi; chi è uscito con l’indulto con una percentuale del 25-30% circa. La decisione di un indulto con amnistia, dunque, continuo a ritenerla una cosa saggia, ma una cosa che la classe politica, per la sua codardia e scarsa lungimiranza, non farà certamente. Invece, a mio avviso, bisogna depenalizzare.

 

Come?

 

Ad esempio, per tornare al punto iniziale, usando il braccialetto come forma di pena e non solo come misura di sicurezza. Ora si pensa di utilizzarlo solo per assicurarsi che una persona che sconta l’ultima parte della pena fuori dal carcere non cerchi di scappare o delinquere: ma perché non utilizzarla come pena alternativa al carcere fin da subito? La logica può essere che nel caso di un reato di non particolare allarme sociale, quella persona stia in detenzione domiciliare con braccialetto fin dal primo giorno della condanna. Questo sarebbe un fatto positivo.

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