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ELUANA/ Roccella: occorre fare chiarezza per evitare l'"ingegneria sociale"

Il sottosegretario al Welfare affronta i temi principali dell’agenda “biopolitica” del governo, in particolare riguardo alla sentenza Englaro e al pronunciamento della Regione Lombardia, che di fatto ne blocca l’attuazione

eluanaR375_03set08.jpg (Foto)

Continua, sempre più serrato, il dibattito sui cosiddetti “temi etici”, in primis la questione del testamento biologico. Nei giorni scorsi la polemica riguardo all’editoriale di Lucetta Scaraffia sull’ Osservatore Romano, riguardo al concetto di «morte cerebrale»; m ancor più importante, ieri la notizia del pronunciamento della Regione Lombardia sulla “sentenza Englaro”, secondo cui la richiesta del padre di Eluana non può essere accolta «in quanto le strutture sanitarie sono deputate alla presa in carico diagnostico-assistenziale dei pazienti, che si sostanzia nella nutrizione, idratazione e accudimento delle persone».

Eugenia Roccella, sottosegretario al Welafare, si occupa direttamente di queste questioni, e a lei ilsussidiario.net chiede di fare il punto sulla posizione del governo in merito. 

Sottosegretario Roccella, il governo sembra sempre più in prima linea nella difesa della vita, sia per quanto riguarda la 194, sia il testamento biologico. Sembrano lontani i timori di un PdL come partito dell'anarchia morale: possiamo parlare di un impegno più diretto sui temi etici? 

In primo luogo non amo parlare di temi “etici”. Personalmente preferisco parlare di “biopolitica”, cioè di come viene concepito il potere politico in relazione al corpo, alla maternità, alla paternità e al “bios”, la vita. La vita si può sacrificare per tanti motivi. Non può essere sacralizzata, e tanto meno analizzata in laboratorio, senza contesto. I martiri sacrificavano la vita perché le riconoscevano un preciso significato e valore.

Secondo me è importante capire che il senso dell'umano è proprio nella inscindibilità della biologia e della relazione con gli altri. Il corpo umano è costituito da entrambe le cose, in modo inscindibile e indistricabile. Questa è l'essenza dell'umano. Ed è per tale motivo che utilizzo il termine “biopolitica”. Penso che politicamente occorra alzare lo sguardo perché il vero rischio è nell'orizzonte in cui si muove la ricerca e in cui si muoverà nei prossimi decenni. In quell'ambito si corre davvero il rischio che gli scienziati si mettano a giocare a fare Dio, come è stato detto nella copertina di Times. Si corre il rischio dell'uomo fatto dall'uomo.

Qual è il punto culturale e antropologico di questa posizione? 

Esiste una malevola volontà di realizzare e spostare le vecchie utopie novecentesche sul piano della genetica e della biologia. Ma sempre di utopie si tratta. Utopie che riguardano la perfettibilità dell'uomo. Credo invece sia più opportuno tenersi stretta la nostra imperfezione, perché quest'ultima è la garanzia della nostra unicità. Dovremmo capire che i temi di biopolitica oggi devono mettere al centro proprio in discussione la questione antropologica di cui ha parlato Ruini con lungimiranza, cioè la definizione dell'umano. 

Andando sull’aspetto più prettamente politico, si può parlare di una vera e propria “agenda” di governo su questi temi? 

L'agenda è già cominciata, e abbiamo già in corso una serie di appuntamenti, per esempio in merito alla scelta se fare o non fare entrare in Italia le biobanche private. Poi, sul tema dell'aborto, c'è in pendenza l'argomento della pillola Ru486. Personalmente intendo senz'altro realizzare qualcosa, come, ad esempio, la pubblicazione di alcune linee guida sull'aborto. Un'iniziativa però che si può portare in atto solamente con l'accordo fra le regioni.

Sono ben contenta di quanto ha affermato il premier sulla 194. Tra l'altro lo aveva fatto già in occasione del discorso di insediamento alla Camera. Io non mi preoccuperei del fatto che fra le fila del Pdl ci sia anarchia, come è stato detto. Ritengo che quel termine si riferisca al fatto che è un partito non costrittivo, dove ognuno può mantenere la propria libertà di coscienza, ma non che si tratti di un movimento anarchico dal punto di vista delle scelte antropologiche. 

Il dibattito più serrato riguarda adesso il testamento biologico, soprattutto con la sentenza Englaro e il pronunciamento di ieri della Regione Lombardia: qual è la sua opinione in merito? 

La “sentenza Englaro” è il punto di arrivo di una tendenza ideologica che c'è da molto tempo, e di cui forse ci siamo accorti tardi, di interpretazione dell'articolo 32 della Costituzione. Si tratta di un'interpretazione molto forzata che ha prodotto una sentenza definitiva. Quindi crea un precedente da cui per tornare indietro occorre una complessa procedura, inevitabile però per scongiurare il rischio di cadere nell’“ingegneria sociale”. Se si deduce la volontà di un malato mediante dichiarazioni espresse a 15 anni, come alcune utilizzate dalla sentenza, il meccanismo diviene davvero rischioso. Occorre almeno che si ricorra a un preciso consenso informato, il che significa un atto sottoscritto da un notaio o comunque assolutamente certificato. È infatti facile che ciascuno di noi nel corso della sua vita abbia detto la frase: «se mi trovo in uno stato vegetativo staccatemi la spina». Quindi io trovo che occorra ristabilire la certezza del consenso e maggiori garanzie.

Quindi occorre una legge, per “disinnescare” questa sentenza? 

Questa è una sentenza che porta a qualcosa di peggio dell'eutanasia; insisto col definirla “ingegneria sociale”, funzionale a una mentalità spietata perché, in base a questa logica, qualsiasi malato, che costi troppo al sistema della sanità, può essere eliminato. Per avere chiarezza occorre dunque una legge che sia il più possibile garantista nei confronti del malato, che ribadisca l'alleanza terapeutica, che lasci sempre l'ultima parola al medico e che elabori dei parametri più che validi, perché in gioco c'è la vita. 

Cosa pensa, in particolare, della risposta ufficiale che il direttore generale della Sanità della Regione Lombardia Carlo Lucchina ha dato al padre di Eluana, dicendo sostanzialmente che la sua richiesta di fornire una struttura dove eseguire la sentenza non può essere esaudita? 

Dalla sentenza non si evince che sia competenza delle regioni creare le condizioni per darne esecuzione: la sentenza non indica il luogo, e non indica che l’interruzione dell’alimentazione debba essere fatta dal servizio pubblico. Non obbliga nessuno, accoglie solo l’istanza del padre. La cosa fondamentale che resta in piedi, poi, è che c’è un ricorso della procura di Milano, quindi se la sentenza viene eseguita torna il rischio che già avevo denunciato all’inizio: se poi questo ricorso porta a una sentenza opposta a quella della Corte d’appello, che facciamo? Intanto Eluana è morta. È una responsabilità molto pesante, politica e giuridica, che esula dalla questione medica.

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