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Politica

AVVOCATI/ Troppi slogan fuori posto. Bene il ddl di riforma, no al falso liberismo

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Il quadro dunque è allarmante, ed è davvero stupefacente constatare come ancora oggi autorevoli opinionisti e rappresentanti di importanti istituzioni pubbliche (vedi le pesanti censure mosse all’attuale progetto unitario di riforma dell’ordinamento forense da parte del presidente dell’Antitrust, Catricalà) in nome di un malinteso liberismo e con il pretesto di favorire una maggiore libertà di scelta da parte degli utenti, invochino il “mercato” quale unico rimedio ad un simile male. Maggiore è il numero degli avvocati – sostengono costoro – e maggiore è la facoltà di scelta da parte del cittadino o dell’ente che necessita delle prestazioni di un legale. L’utente peraltro non dovrebbe temere di imbattersi in legali privi di scrupoli e di competenza, visto che è il mercato ad isolare le “mele marce” ed a premiare gli avvocati meritevoli.

Purtroppo l’esperienza ha mostrato e continua a mostrare oggettivamente il contrario: troppo spesso l’utente non è in grado di conoscere a priori le capacità e le competenze del proprio avvocato e di valutarne l’efficacia delle prestazioni professionali, e men che meno è in grado di avvedersi se si tratti di professionista serio e scrupoloso ovvero pronto ad approfittare del bisogno del proprio cliente. Questa purtroppo – a dispetto di quel che sostengono i propugnatori delle infallibili virtù del libero mercato – è la triste realtà che si è costretti a constatare.

Occorre, viceversa, ridurre drasticamente il numero degli avvocati, garantendo per il futuro che possano accedere alla professione forense soltanto coloro che, dopo il necessario percorso formativo iniziale, dimostrino di avere competenze, capacità e sensibilità adeguate al delicato compito che li attende.

In questa direzione pare muoversi il progetto di riforma dell’ordinamento della professione forense licenziato dal Comitato ristretto della Commissione Giustizia del Senato. Il disegno di legge prevede, tra l’altro, che a rigorose condizioni e secondo modalità da stabilire con successivi regolamenti, l’avvocato possa ottenere ed indicare il titolo di “specialista” nella disciplina praticata in prevalenza, contribuendo così ad impedire che un professionista possa occuparsi, come spesso oggi avviene, di controversie giudiziarie in settori del diritto a lui estranei, con evidenti danni per l’ignaro cliente. In tal modo si darebbe concreta attuazione all’obbligo deontologico di competenza, oggi previsto solo in via meramente teorica.

Il ddl, inoltre, propone una radicale riforma della disciplina dell’accesso alla professione forense, stabilendo che l’iscrizione al Registro dei praticanti sia subordinata al superamento di una prova di selezione su base informatica, e che al termine del tirocinio biennale il giovane aspirante professionista debba superare un nuovo test di preselezione (anch’esso su base informatica) per accedere all’esame finale di abilitazione all’esercizio della professione. È evidente che in tal modo verrebbe disincentivata per il futuro quell’insana prassi che ha consentito sino ad ora a migliaia di giovani laureati di intendere l’accesso alla professione come una sorta di “parcheggio” in attesa di diversa occupazione. Altra norma di rilievo è poi quella che stabilisce l’obbligo per gli avvocati di curare costantemente la propria formazione e l’aggiornamento professionale.

Vi è da auspicare che simile riforma della disciplina della professione forense venga al più presto discussa in parlamento ed approvata.

 

(Avv. Carlo Tremolada - Membro del direttivo della Libera Associazione Forense)

 

 

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