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AVVOCATI/ Troppi slogan fuori posto. Bene il ddl di riforma, no al falso liberismo

È auspicabile che la riforma della professione forense venga presto aprovata. Selezione, specializzazione, numero degli avvocati e tutela della professionalità sono aspetti che una liberalizzazione aggraverebbe senza risolvere. Il commento di CARLO TREMOLADA, della Libera Associazione Forense

Giustizia_aulaR375_08gen09.jpg (Foto)

 

Da qualche settimana sulle pagine dei principali quotidiani italiani compaiono con una certa frequenza ampi servizi sulla “crisi dei professionisti”. Alcuni di questi quotidiani nella versione online hanno addirittura dedicato al tema dei veri e propri “forum” per sensibilizzare il pubblico su quello che viene ritenuto uno dei risvolti più significativi dell’attuale situazione di difficoltà economico finanziaria.

Tra le professioni più colpite dalla crisi figura senz’altro quella dell’avvocato, al punto che alcuni giovani professionisti, intervenendo nei forum a loro dedicati, hanno addirittura ipotizzato che anche per gli avvocati che prestano la propria attività all’interno di studi legali di grosse dimensioni, il governo dovrebbe introdurre forme di aiuto temporaneo analoghe a quelle previste dagli ammortizzatori sociali in favore dei lavoratori subordinati.

Si tratta evidentemente di un paradosso, e come tale va considerato – chi esercita una professione intellettuale sceglie consapevolmente di operare in piena autonomia e libertà, godendo del privilegio di simile scelta, ma nel contempo accollandosi il rischio che la propria attività possa anche fallire –, ma non vi è dubbio che la situazione di grave criticità lavorativa ed economica nella quale versano numerosissimi studi legali rappresenti ormai una realtà alla quale la recente crisi finanziaria ha dato  definitivamente risalto.

Tuttavia, individuare nell’attuale situazione economica la causa unica (o principale) dei mali che affliggono l’avvocatura sarebbe fuorviante e riduttivo. Altre, ben più profonde e radicate nel tempo, sono le cause della crisi della professione forense. Si stima che all’inizio degli anni novanta il numero degli avvocati fosse pari ad un quinto di quello attuale (circa 200mila iscritti all’Albo), e già a quell’epoca qualcuno sosteneva che gli avvocati fossero troppi. Da allora l’assenza di vincoli meritocratici e di meccanismi di selezione, e l’incapacità degli Ordini di esercitare un reale controllo sul rispetto delle norme deontologiche da parte dei professionisti, ha consentito che un numero sempre crescente di giovani laureati accedesse alla professione forense, talvolta “scelta” quale semplice ripiego di fronte all’assenza di altre occupazioni, fino a raggiungere nel giro di un ventennio la cifra stratosferica che oggi rappresenta la categoria. 

Una costante assenza di responsabilità ed un’endemica mancanza di visione strategica sul futuro di una delle componenti più vitali della società, dunque, hanno determinato il progressivo ed inesorabile imbarbarimento dell’avvocatura. Non va dimenticato che l’esercizio della professione forense impatta su interessi soggettivi e diritti di rango costituzionale (la tutela della libertà, della proprietà, della famiglia, dell’immagine, ecc.) e che l’avvocato rappresenta un soggetto necessario ed insostituibile nell’esercizio della giurisdizione. Non a caso nel corso di un recente convegno, dedicato ai diversi progetti di riforma del sistema Giustizia, tenutosi al Meeting di Rimini il ministro Alfano ha affermato che, anche laddove il processo penale ed il processo civile venissero drasticamente modificati, in assenza di un’altrettanto radicale riforma dell’avvocatura si correrebbe il rischio di non riuscire a migliorare l’attuale situazione dell’amministrazione giudiziaria. È a tutti evidente, infatti, come proprio il numero sproporzionato di legali rappresenti, tra l’altro, una delle cause dell’incontrollato proliferare di cause e processi, spesso inutili o addirittura temerari, che contribuisce ad ingolfare una “macchina giudiziaria” già di per sé farraginosa e dotata di scarse risorse (si consideri che in Italia il rapporto numerico tra magistrati ed avvocati iscritti all’apposito Albo è di 1 a 40!).

 

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