Politica
lunedì 12 ottobre 2009
«Santo subito? No, santo prima!» Deve essere stato questo l’impulso seguito dall’Accademia di Oslo nel decidere l’incredibile attribuzione del Premio Nobel per la Pace al neo-presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Che dire, quando anche i paludati custodi della “saggezza ufficiale” li riscopri in atteggiamenti che sarebbero più consoni alle “groopies” dei gloriosi Rolling Stones o, per lo meno, tipici dei teenagers in urlante estasi ai concerti dei Black Eyed Peas o di Robbie Williams? Come credo molti altri, lì per lì, apprendendo la notizia via mail o sms, ho pensato che qualche geniale hacker alla Jack Sparrow della Rete fosse riuscito a violare il sito dell’Accademia.
E invece no. E proprio vero: dopo le lauree honoris causa ai Rossi (Valentino e Vasco), eccoci ora al primo Premio Nobel attribuito alle buone intenzioni, alla brillante retorica e alla nostra soddisfazione per avere finalmente un presidente degli USA sicuramente più cool di George W. Bush e forse anche di George Clooney. Intendiamoci bene: tutti sentimenti legittimi, tanto quanto la nostra perdurante stima nei confronti del presidente Obama, ma complessivamente tutte ragioni inconsistenti per l’attribuzione di un Nobel.
Che cosa avrebbe (già) fatto di straordinario per meritare un Nobel il simpatico Barack? Avrebbe inaugurato una nuova stagione di multilateralismo, si sarebbe impegnato per la denuclearizzazione, avrebbe riacceso la speranza del mondo. Cioè, in una parola, niente di concreto e, soprattutto, niente di nuovo sotto il sole nella (tradizionale) politica estera americana del dopoguerra. Per cui l’Accademia ha, nella sostanza, dato un premio a chi ha consentito a tutti noi di continuare a credere, con nuovo slancio e nuovo fervore, alle cose che amiamo e in cui crediamo. Cioè ci siamo autopremiati. Perché proviamo sentimenti illuminati e politicamente corretti. Un po’ come festeggiare le nozze d’oro con nostra moglie con 48 anni di anticipo. Così, a mo’ di incoraggiamento e con tanti saluti alla scaramanzia.
Diversi osservatori hanno voluto osservare che questo Nobel, in fondo, costituirà un incentivo e un sostegno per il presidente a proseguire sulla buona strada. Sarà, ma chi scrive preferisce continuare a pensare che mentre “la virtù è premio a se stessa”, parimenti “le strade dell’infermo sono lastricate di buone intenzioni”. Fuor di metafora, finora l’attribuzione del premio aveva seguito grosso modo due criteri.
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Condivido pienamente i concetti espressi nell'articolo. La prima cosa che ho fatto, leggendo su Internet dell'assegnazione del Nobel, è stata quella di pensare che è facile attribuire premi alle buone intenzioni e non alle realizzazioni: così si fa fuori la realtà, con buona pace di tutti. Forse ci sarà qualcuno che oltre alla "beatificazione" laica di Obama ne proporrà anche quella religiosa?
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