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LODO ALFANO/ La profezia "dimenticata" di Calamandrei

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Alla Costituente [1], quando i democristiani, tramite Giovanni Leone, avanzarono la proposta dell’istituzione di una Suprema Corte Costituzionale, i comunisti misero le mani avanti.
Renzo Laconi pose una chiara pregiudiziale a questa istituzione. Due erano le principali obiezioni.
La prima era che, a suo avviso, sarebbe stato “assurdo delegare il controllo della costituzionalità delle leggi, che saranno domani elaborate dal legislatore ordinario, ad un consesso privo di investitura popolare, quale si vorrebbe fosse la Corte costituzionale”.
La seconda, che la creazione di questa corte di garanzia avrebbe costituito una limitazione della sovranità popolare.

Queste obiezioni vennero riprese immediatamente e sviluppate da un altro Costituente di diverso orientamento politico e culturale, Piero Calamandrei. In particolare, riconobbe che “questo controllo di costituzionalità che il giudice potrà esercitare sulle leggi sarà spesso di carattere politico e non giuridico”.
Il costituente azionista insistette a lungo su questo tasto ribadendo che “questo controllo non sarà soltanto giuridico ma diventerà anche politico”. In ragione di queste obiezioni, Calamandrei, che era relatore assieme a Leone, formulò una proposta di dettato costituzionale che rispondeva alla necessità di eliminare o quantomeno “attenuare il carattere politico del controllo”, di “smorzare questa eccessiva ingerenza politica del giudice, che potrebbe trasformare anche la democrazia in governo dei giudici”.

Ma Calamandrei aggiunse una ulteriore, lucida quanto profetica, osservazione: che con una Costituzione di carattere politico e non solo normativo quale quella che si stava costruendo ed una Corte con il potere di abrogare le leggi, chi avesse in futuro controllato la Corte stessa avrebbe conquistato il potere nel Paese. “Se durante il periodo in cui il fascismo diede l’assalto allo Stato italiano fosse esistita una Costituzione rigida, il fascismo avrebbe egualmente conquistato il potere dando l’assalto, anziché alle Camere legislative, alla Corte di garanzia”.

Propose quindi di fissare una procedura che da un lato lasciasse il giudizio di costituzionalità di una legge alla Suprema Corte, ma che le sottraesse al tempo stesso il potere di abrogarla o di renderla inefficace. In caso contrario, si sarebbe investito la Corte di un potere legislativo - pericoloso in ragione della mancata investitura popolare della Corte stessa - sovrapposto a quello del Parlamento. E così, nel suo progetto, prevedeva questo testo:

«La decisione della Corte costituzionale a sezioni unite, che accoglie l'impugnazione ha efficacia meramente dichiarativa della incostituzionalità della legge, ma non può abrogarne né sospenderne l'efficacia.
Il Governo, appena informato della dichiarazione di incostituzionalità, prende l'iniziativa di proporre alle Assemblee legislative con procedura di urgenza una legge abrogativa o modificativa della legge dichiarata incostituzionale; la stessa iniziativa può essere presa direttamente dalle Assemblee.
Qualora tale proposta non sia approvata, le stesse Assemblee legislative dichiarano sospesa l'efficacia della legge dichiarata incostituzionale, la quale da quel momento ha lo stesso valore di una proposta di modificazione della Costituzione, da sottoporsi in via di urgenza al procedimento stabilito per l'approvazione di tali proposte».

[1] Per la documentazione, si vedano i resoconti nn. 17 e seguenti dei lavori della Assemblea Costituente, Commissione per la Costituzione, Seconda Sottocommissione (Seconda Sezione). Da questi stessi documenti sono tratte le citazioni nel testo.

 

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COMMENTI
15/10/2009 - TEORIA (vincnzo lapenta)

in verità è il dilemma di tutte le democrazie liberali, così come lo ha codificato il celeberrimo KELSEN!!! Grazie a Vignali, comunque, per la precisione filologica e la pertinenza politica.

 
15/10/2009 - Bocciatura Lodo Alfano (evaristo tocci)

Complimenti a Vignali per aver scovato le lucide ed attualissime previsioni di Calamndrei .Sarebbe utile portare le argomentazioni in Parlamento quale base per una riforma seria e condivisa del sistema.

 
15/10/2009 - Capperi! (Francesco Giuseppe Pianori)

Non ero assolutamente a conoscenza di questo fatto. Non sono un giurista e neppure un costituzionalista; ma, istintivamente, ho sempre capito che se la sovranità appartiene al popolo, come recita chiaramente la Carta Costituzionale all'art. 1, questo è il discrimine reale di ogni legge. Ora appare chiaro che non siamo più nella Repubblica democratica (popolo sovrano) voluta dai Padri Costituenti. Forse non lo siamo mai stati; ma almeno finora una serie di pesi e contrappesi aveva impedito la conquista del potere di alcuni, secondo il modello gramsciano. Poveri noi! Povero popolo italiano! E io che mi ritenevo fortunato a non essere nato nel periodo fascista come mio padre o sotto De Pretis come mio nonno! Grazie, per questo prezioso documento, Raffaello.

 
15/10/2009 - Presto ch'è tardi (Adriano Ferro)

"Occorrerebbe che il Parlamento riflettesse...". Non c'è dubbio. Ma non è troppo tardi? Il cancro non è già in metastasi?

 
15/10/2009 - la corte costituzionale e la magistratura (antonio petrina)

Se ben ricordo, dai passati anni universitari catanesi, il giurista Calamandrei scrisse un libro intitolato "Elogio di un giudice da parte di un avvocato" , a testimonianza del grande rispetto per questa figura quasi sacerdotale, come accennava anche sul Corsera del 14 ottobre l'on. Bongiorno a proposito delle prospettive di riforma dell'ordinamento giudiziario.