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GIORNALI/ La lezione di Tobagi agli allievi di Scalfari

Tobagi_WalterR375.jpg (Foto)

Le ricostruzioni erano incomplete, vaste le ombre sui passi del delitto, impalpabili le interpretazioni sul retroterra culturale in cui nacque l'omicidio. Quindi, nel momento in cui ho rivisto su “La 7” una buona trasmissione sull'affare Tobagi e ho ascoltato i “guai” che l'amico Renzo Magosso sta passando per le sue rivelazioni sui retroscena del fatto, ho pensato di reintervenire per puntualizzare qualche aspetto.


Immaginando un film, il “delitto Tobagi” ha quasi un copione alla Alfred Hitchcock. I giovani assassini del “commando aspirante brigatista” vengono scoperti e catturati in tempi rapidi, soprattutto per la determinazione investigativa del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. I due killer materiali (che conosco e con i quali ho parlato) hanno ricostruito gli ultimi istanti della vita di Walter in quel mattino piovoso.

 

Ma se nei film del grande regista inglese, una volta documentato il delitto, si passa alla ricostruzione logica e all'analisi dei moventi, nel “delitto” Tobagi” tutto l'impianto che precede
l'evento mortale è privo di logica e gli stessi moventi sembrano una sconcertante tragica parodia da “ragazzi della via Pal”. Fuori da ogni contesto, da ogni conflitto (alcuni durissimi) in cui Walter si trovava invece immerso e angosciosamente braccato.


Possibile che tutti ignorassero che ancora la mattina del delitto, nella bacheca dei comunicati sindacali di via Solferino, fosse affisso il consueto articolo contro di lui (scritto su una rivista specializzata) che lo indicava con spregio come “Craxidriver” al Corriere? Possibile che nessuno sapesse che in quella giornata, per arrivare a un comunicato sindacale congiunto sulla morte di Tobagi, si dovesse battagliare duramente contro la Cgil di via Solferino? Possibile che il giornaletto comunista interno pubblicasse il delitto in terza pagina? Possibile che si fosse dimenticato che nel 1977, al congresso nazionale della FNSI di Pescara, fu impedito agli amici di Tobagi di parlare anche se regolarmente eletti a quella assise? Possibile ignorare gli scontri, quasi fisici, all'interno della redazione di via Solferino?


Evidentemente era possibilissimo, perché Walter divenne la vittima di un aspirante “commando brigatista” in quanto si era esposto scrivendo un famoso editoriale sul Corriere “Non sono samurai invincibili”, dopo l'irruzione dei carabinieri in via Fracchia a Genova in un covo delle Br. Quindi il movente era unico, scarno e quasi scontato.

 

E non c'entrava nulla la figura “fuori dal coro” di Tobagi, cattolico e socialista riformista”, oppositore del “compromesso storico” sul piano politico nazionale, ma soprattutto nella sue declinazioni opportunistiche, quasi volgari, all'interno di via Solferino e del sindacato dei giornalisti, dove lui era il presidente della “Lombarda”, cioè del più importante sindacato regionale dei giornalismo italiano.


Eppure dopo la cattura dell'aspirante “commando brigatista”, il delitto Tobagi viene rinserrato in una sorta di “camicia di ferro” dalla quale è impossibile liberarsi. La generosità del generale Dalla Chiesa è anche una grande operazione militare, che frutta, con le confessioni del capo del “commando”, lo scardinamento di una rete terroristica importante. E spesso la logica militare ha il limite del risultato, implica uno scambio che riduce il terreno investigativo e quindi la stessa verità complessa.