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GIORNALI/ La lezione di Tobagi agli allievi di Scalfari

Pubblicazione:mercoledì 21 ottobre 2009

Tobagi_WalterR375.jpg (Foto)

Il 28 maggio dell'anno prossimo, sarà il trentesimo, tragico anniversario del delitto di Walter Tobagi. Fosse scampato al suo crudele destino di quel lontano giorno della primavera del 1980, Tobagi sarebbe oggi un giornalista sessantaduenne probabilmente a capo di un grande quotidiano nazionale. E chissà quali analisi ci avrebbe riservato, con la sua limpida intelligenza e il suo modo di fare giornalismo, sia sugli anni Ottanta, sia su quello che è avvenuto a partire dal “pandemonio” del 1992 in Italia.


Visto a posteriori, questo trentennio senza un uomo come Tobagi nel mondo dei media, offre tutta la mediocrità che la brutale selezione brigatista ed estremista ha imposto all'informazione italiana: uccisi, intimoriti, emarginati a vantaggio di un coacervo di “pistaroli” sensazionalisti, di inventori di complotti evanescenti o di classici disinformatori per cretineria e per un arruolamento a qualche servizio estero o a qualche “potere forte” italiano e straniero.


In effetti, Tobagi non era solo un inviato del Corriere della Sera che stava “fuori dal coro” negli anni dell'”eskimo in redazione”, ma uno storico, un analista delle bizantine bizzarrie della politica italiana, uno studioso del mondo dei media che era diventato un punto di riferimento nel sindacato dei giornalisti e nella professione in generale. Quindi un leader e un esempio per molti giornalisti.

 

“Fare fuori lui”, “liquidarlo militarmente” non fu solo un'azione di “giustizia proletaria”, ma un “lugubre contributo” all'istituzionalizzazione del caos italiano nel mondo della politica e dell'ambigua relazione tra media, politica e “grandi poteri”. In realtà, il delitto Tobagi fu tragicamente “un delitto utilissimo”. E per questa ragione, la cronaca di quell'orrendo omicidio non trova pace e periodicamente alimenta sempre qualche cosa di incompiuto, di non chiarito, di oscuro in alcune parti della sua trama.


Personalmente, avevo promesso qualche anno fa di non parlare più del delitto Tobagi. Ho scritto libri sul Tobagi, oltre un centinaio di articoli, partecipato a commemorazioni e ricostruzioni della vita professionale e della morte di Walter. Per anni, all'interno del Corriere della Sera, dell'Associazione dei giornalisti, in sede regionale e nazionale, abbiamo combattuto insieme una battaglia durissima contro “l'ammucchiata catto-comunista” che si era insediata in via Solferino e nel sindacato dei giornalisti.

 

Insieme abbiamo creato una nuova corrente sindacale “Stampa democratica”, che venne osteggiata in modo quasi infamante dai “democratici” dell'epoca. In più, eravamo grandi amici, che dividevano lavoro, sentimenti, visioni culturali e politiche e persino la pizza serale in un vecchio ristorante scomparso in via della Moscova, prima di andare a fare due passi notturni vicino a casa sua, accanto al Parco Solari.


Probabilmente con troppa passionalità e con troppa foga ho sempre contestato l'immagine che si faceva di Tobagi “un giornalista di tutti al di sopra delle parti” e i risultati degli accertamenti processuali, fino alla sentenza, dove svaniva come neve al sole il “contesto” in cui maturò il delitto Tobagi.

 

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