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IL CASO/ Fare figli e accudire anziani in Lombardia conviene

Nella legge di riforma delle politiche sociali che la Regione Lombardia ha emanato all’inizio dello scorso anno c’è un’idea rivoluzionaria, tutta da sviluppare nelle sue concrete potenzialità

famiglia_bambina_paffutaR375.jpg (Foto)

Il nuovo “Rapporto Caritas su povertà ed esclusione sociale in Italia”, presentato alla fine della scorsa settimana a Roma, ha confermato un dato ricorrente nelle indagini sul tema: quello della perdurante e crescente fatica delle famiglie con figli.

 

Sono queste le “famiglie in salita”, come recita il titolo come sempre evocativo del Rapporto. Non a caso le coppie con tre o più figli sono anche quelle maggiormente rappresentate nella ricerca su “La povertà alimentare in Italia”, pubblicata da Fondazione per la Sussidiarietà e Fondazione Banco Alimentare.

 

Fare figli in Italia non conviene, dunque. Così come è sconveniente accudire tra le mura domestiche le persone disabili o gli anziani non autosufficienti. Un risultato raggiunto anche grazie a un sistema di welfare sviluppatosi come se la famiglia non ci fosse. Negando di fatto ai molti che non se lo possono permettere una autentica possibilità di scelta tra cura domestica e ricorso a servizi esterni.

 

È allora necessario invertire i termini, scommettendo al tempo stesso sulla capacità di scelta delle famiglie tra una pluralità di erogatori di servizi (come è accaduto in modo innovativo in alcune Regioni, prima tra tutte l’apripista Lombardia) e sulla disponibilità all’assunzione di una responsabilità di cura che per la sua valenza pubblica può e deve essere sostenuta.

 

Nella legge di riforma delle politiche sociali che la Regione Lombardia ha emanato all’inizio dello scorso anno c’è un’idea rivoluzionaria, tutta da sviluppare nelle sue concrete potenzialità: quella della famiglia come “unità di offerta”. La famiglia offre al proprio interno servizi di cura, per i propri membri (i figli e gli anziani, per l’appunto) e spesso anche per altri, come accade nel caso dell’affido e dell’adozione.

 

L’idea prefigurata dalla legge lombarda sembra fatta apposta per cogliere proprio questa potenzialità, rivoluzionando il sistema di welfare italiano in senso radicalmente sussidiario. Pensare alla famiglia come a una “unità di offerta” potrebbe infatti significare mettere sullo stesso piano i servizi offerti da soggetti privati (profit e nonprofit) con quelli offerti dalle famiglie. E soprattutto permettere alle famiglie che lo desiderano di scegliere realmente tra l’una e l’altra opzione.

 

Invece di finanziarie, direttamente o indirettamente, solamente i servizi cui solitamente le famiglie si rivolgono per avere aiuto (dovendo per altro sempre sobbarcarsi una parte consistente della retta complessiva), sarebbe possibile sperimentare forme di finanziamento diretto alle famiglie, sotto forma di buoni o di voucher. Lasciando a loro uno spazio di responsabilità (e dunque di scelta) ancora più ampia.

 

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