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TEMPI/ Giannino: ecco il vero test che rischia già di piegare Bersani

Pierluigi Bersani si ritrova una brutta gatta da pelare. Ma lo sapeva benissimo, quando si è candidato alla guida del Pd. Come ne uscirà fuori? Ecco l'analisi di Oscar Giannino dal numero di Tempi oggi in edicola

Bersani_TronfioR375.jpg (Foto)

Pierluigi Bersani si ritrova una brutta gatta da pelare. Ma lo sapeva benissimo, quando si è candidato alla guida del Pd. Diciamo che forse sarebbe stato meglio per tutti se si fosse candidato prima dell’esperienza Veltroni e della reggenza Franceschini. Ma all’epoca non se la sentì. E D’Alema era contrario. Meglio far toccare con mano a tutti che cosa sia davvero il veltronismo, fu il ragionamento prevalente.

 

Amaro il bilancio di quell’attendismo. Perché ora Bersani si ritroverà di fronte inevitabilmente l’accusa di tornare a essere il segretario di una riedizione dei Ds. Basta vedere l’immediata reazione di Francesco Rutelli, e il rischio assai concreto che un bel po’ di moderati prendano la porta, in direzione del centro di Pierferdinando Casini, nel calcolo che ormai si tratti solo di aspettare al massimo un paio d’anni, prima che Berlusconi si logori e tutto cambi.


Il fallimento del “nuovo crogiuolo di culture” che doveva essere il Pd, e il suo reimboccare la via di una tradizionale forza socialdemocratica europea - quale l’Italia non ha mai avuto, visto che tra Pci e Psi fu sempre scontro altalenante di massimalismi condivisi o di reciproche scomuniche - affidano a Bersani un compito assai difficile. Perché ha vinto, ma non ha stravinto.

 

Il che significa che nell’elettorato più immedesimato col progetto Pd un’amplissima fetta proprio non se la sente di dichiararsi improvvisamente socialista. Inevitabilmente Bersani ne dovrà tenere conto, e vedremo se questo non lo frenerà magari anche parecchio, nel dirsi e farsi socialista a tutti gli effetti.


Dal punto di vista del sistema politico italiano, è ovvio che la scelta di Bersani sia più gradita a coloro che vogliono superare in prospettiva il bipolarismo, a tutti quanti sono convinti che esso vivrà solo finché sulla scena ci sarà ancora Silvio Berlusconi. Perché alla banderilla finale piantata nel suo collo e che dovesse portarlo a non essere più il candidato a governare preferito dagli italiani, ritengono, nessuno sarebbe più in grado di catalizzare da solo oltre il 40% del voto degli italiani moderati. E dunque tutto cambierebbe, restituendo ai partiti la scelta di coalizioni tra soggetti realmente diversificati.

 

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COMMENTI
30/10/2009 - potrà mai? (Fabrizio Terruzzi)

Sono d’accordo. Sembrerebbe che l’apparato legato all’ex PCI si sia ripreso il controllo del partito. Comunque più che al vertice io guarderei alla base, piuttosto spompata e disorientata ma che in sostanza è rimasta sempre la stessa: antimperialista, sindacalizzata e tendenzialmente ‘piazzaiuola’. Per abitudine essa rimarrà sempre attaccata al Partito, ma è tale da impedirgli di esprimere una vera forza di attrazione verso il centro. Personalmente conosco qualche “compagno”, brave persone per carità, ma con cui non mi ci vedo in uno stesso partito. Premessa per dire che al compagno Bersani va l’ingrato compito di cambiare anima e mente sia al suo elettorato che all’apparato, infondendogli nuovi valori e progetti,. Un’anima che si avvicini al comune sentire che vorrebbe un’Italia più armoniosa, più moderna e una classe politica più capace di dialogare, meno propensa all’insulto reciproco, più attenta alle cose concrete, al bene dell’Italia e meno a quello del Partito. Impresa titanica. Potrà mai in un partito diviso, in cui il potere è sostenuto da volubili equilibri? Veltroni ci aveva rinunciato dopo neppure un mese adeguandosi agli umori della base, con tanti saluti e baci ai progetti più ambiziosi. Nonostante tutto il Partito potrebbe anche vincere in futuro le elezioni, per demerito della classe al potere però anziché per merito proprio, ma non ci fornirebbe, e qui sta il punto, un mondo migliore. Fabrizio

 
29/10/2009 - Purtroppo... (Francesco Giuseppe Pianori)

Purtroppo, caro Giannino, penso sia proprio quest'ultima ipotesi: la riproposizione stanca di un leader socialista. Vorrei credere diversamente; ma per uno "sponsorizzato" da D'Alema non vedo alternative di sorta. E pensare che da Piacenza si vede bene che cosa sia la Lombardia... Il fascino del rigore e dell'immobilismo bolognese è ancora forte e i giochetti di potere interni al PD (specie quello emiliano-romagnolo) stanno a testimoniarlo ampiamente. Mi ripeto sempre: bisogna vivere nella Regione dove abito e nella città in cui vivo (Rimini) per rendersi facilmente conto di questa mia "profezia". Il PD serve solo a gestire gli affari dello stesso, servendosi delle risorse pubbliche (di tutti) a fini particolari (del Partito stesso). Non mi stupirei se fossero stati riaperti e ben funzionanti i canali privilegiati con la Russia di Putin...(leggi Aeroporto Internazionale di Rimini e relativa Mafia Russa presente da tempo sul nostro territorio). Per non trascurare i compagni di San Marino, che governano la Cassa di Risparmio locale.