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SCENARIO / Pillitteri: trionfa il moralismo dei moralisti, preludio al nichilismo

La differenza fra la Prima e la Seconda repubblica riguardo alla "questione morale" non è tanto nel tasso di ipocrisia, del faire sans dire della prima rispetto all'esplicità della seconda. Si delinea un'epoca nella quale l'estensione di un vizio diventa una pandemia. L'analisi di PAOLO PILLITTERI

Marrazzo_R375.jpg (Foto)

Non è vero che la differenza fra la Prima e la Seconda repubblica sia il tasso di ipocrisia, del faire sans dire della prima rispetto all'esplicità della seconda. C'è anche questo, ma non come difetto. Nemmeno una virtù, s'intende.
Quello che ci sta accadendo intorno non solo va al di là di ogni immaginazione, ma delinea un'epoca nella quale l'estensione di un vizio diventa una pandemia.

Ciò che era un'infezione s'è trasformata in una peste. Nella peste. Il fatto più singolare sta anche nell'incredibile presa d'atto di trovarci in una sedicente Seconda repubblica, bensì originata da una fortissima questione morale esplicata dal potere mediatico-giudiziario caro alla sinistra, ovvero gogna e manette, ma risoltasi nella continuazione della prima moltiplicandone esponenzialmente i difetti, le malattie, il nichilismo. Allora marginali, di massa oggi.

La volgarità è la peste di oggi. La massificazione dei comportamenti. L'indifferenziata valutazione del privato e del pubblico, la confluenza dell'uno nell'altro, del morale e dell'amorale, l'indistinta ed estesa zona grigia dove i modelli comportamentali offerti si sono abbassati sempre più esattamente come la vita bassa, e le infradito obbligatorie ovunque, quando fa caldo, per dire.

Quello che impressiona, ma non tanto, è che la guerra contro il Premier, scatentata da un giornale/partito coi toni inquisitori e inappellabili dell'etica pubblica e salvifica, si è rovesciata come un guanto, illuminando uno scenario devastato e devastante.
Imputando il Cavaliere, non di comportamenti privati eccessivi, ma di una violazione sistematica della morale ai limiti, se non oltre, del codice penale, indicandolo al ludibrio delle anime belle della nostrana gauche, ebbene, questo apparato accusatorio s'è di colpo sgonfiato, ha fatto flop, rivelando l'ipocrisia, questa sì grave e inescusabile, dei moralisti moralizzati.


COMMENTI
30/10/2009 - il preludio al nichilismo (celestino ferraro)

Non credo di sabgliarmi affermando che fonte della morale sia il Decalogo. Lo stesso Dio consegnò a Mosè le tavole della Legge e da lì dobbiamo muovere per intendere il bene e il male. Essere moralmente virtuosi non è difficile né astruso né modificabile: la morale è quella che Dio ha voluto che fosse. Naturalmente l'ateo, il laico che non vuol prestarsi a queste "leggende" Bibbliche non crede ad una virgola del Decalogo: liberissimo di farlo. Godrà di quel libero arbitrio di cui Dio lo ha dotato. C'è un però, però, dovrà necessariamente far riferimento, se vuol vivere una morale civica, al Decalogo, cioè le tavole della Legge che hanno sancito i parametri entro cui la virtù dell'uomo dabbene esalta i propri valori. Dio, diceva Kant, è un'esigenza del nostro spirito, e quandanche vivessimo come se non esistesse (Etsi Deus non daretur) la vita morale non può essere che una: quella indicata da Dio. Celestino Ferraro Ps - ovviamente non pretendo di salire in cattedra, altri eminentissimi lo hanno fatto: inascoltati.