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Politica

SCENARIO/ Calogero Mannino: l’immunità è l’unica diga contro l'attacco delle procure




INT.
Calogero Mannino

giovedì 12 novembre 2009


 

A sorpresa, dopo l’annuncio di un ddl sul processo breve (il processo non può durare più di sei anni) concordato nell’incontro Berlusconi-fini dell’altro giorno, il Pdl ha presentato a firma Margherita Boniver una proposta di legge costituzionale per reintrodurre l’immunità parlamentare, cancellata nel 1993 durante le inchieste di Tangentopoli. Un passo importante per difendere la politica dall’attacco di certa magistratura, che dalla fine degli anni ’80 ha perseguito una strategia politica per via giudiziaria. A dirlo è Calogero Mannino, già politico Dc e ora deputato dell’Udc dopo una travagliata storia giudiziaria durata quasi vent’anni, dalla quale è uscito assolto. Ma «delle mie vicende personali non parlo - dice Mannino a ilsussidiario.net - e il motivo è molto semplice: oggi io non sono un imputato assolto ma un deputato, e devo parlare dei problemi della giustizia in modo neutro, indipendente da me». Esattamente quello che non fa e non può fare Berlusconi, secondo l’ex ministro Dc.

 

Proprio ieri il Pdl ha presentato una proposta di legge costituzionale per il ripristino dell’immunità parlamentare. Che ne pensa?

 

Io sono uno dei primi a dire che andava reintrodotta, perché sono convinto che l’immunità sia strettamente collegata all’esigenza di garantire la libertà e l’indipendenza del Parlamento. Senza questa dote il parlamentare è in balia delle onde. Esiste una prepotenza dalla quale ci si deve sempre difendere: ieri da quella dei re, oggi di alcune procure della Repubblica. È possibile, con lo strumento dell’immunità e dell’autorizzazione a procedere, mettere il Parlamento in condizioni di fare un uso corretto dell’esercizio di garanzia della funzione parlamentare.

 

Non esiste il rischio che diventi uno strumento di impunità?

 

No. Alla fine del mandato, quando il parlamentare non dovesse più tornare alla Camera, potrebbe essere processato. Credo che l’esempio di Chirac in Francia possa essere illuminante per tutti: dopo due mandati da presidente della Repubblica è stato portato davanti al giudice per presunti reati compiuti nel suo precedente mandato di sindaco di Parigi.

 

Le riforme allo studio del governo sono lo strenuo tentativo di sanare un conflitto tra politica e giustizia che si protrae ormai da quindici anni. Esiste una via d’uscita?

 

Innanzitutto il conflitto giustizia-politica non è grave come lo è stato in passato. Mentre nel biennio 1992-’94 alcune procure della Repubblica hanno portato un attacco organizzato contro il sistema politico, oggi questo corso della giustizia appare di fatto ridimensionato intorno ai fatti e ai casi che riguardano il presidente del Consiglio. Poi dico subito che, se veramente si vuole affrontare e risolvere il problema della giustizia, la prima scelta da fare è di metodo e di precondizione. La politica deve affrontare il problema non in termini reattivi, ma di valutazione e di proposta strategica.

 

Qual è la sua diagnosi?

 

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Dalla fine degli anni ’80 c’è stato uno straripamento dei poteri di alcune procure, finalizzato ad obiettivi e a risultati politici. Occorre al più presto ritrovare la normalità, perché siamo una repubblica fondata sulla separazione dei poteri. Ma qui c’è esattamente un potere che ha debordato, e invaso l’ambito di quello legislativo ed esecutivo. Del legislativo in particolare: perché, per effetto dell’iniziativa delle procure, sono state introdotte surrettiziamente delle correzioni al codice di procedura penale e delle vere e proprie norme sostanziali del codice penale.

 

Come è potuto avvenire che la magistratura abbia assunto un ruolo di creazione del diritto e non soltanto di applicazione delle leggi?

 

Perché a partire dalla fine degli anni ’80, con la mutazione del quadro politico e la fine della paura del comunismo, alcuni magistrati, collegati al Pci, hanno trovato il modo di colmare la crisi del partito comunista. Nella fase in cui questo partito non aveva più retroterra ideologico e linea politica alcune procure, nella persona di quei magistrati, hanno dato al partito una nuova linea politica. Al punto che oggi l’onorevole D’Alema è costretto ad ammettere che nel ’92 e nel ’93, insieme al gruppo dirigente del partito - Occhetto, Violante, Veltroni - fece l’errore di assecondare la deriva giustizialista, che salvaguardava loro innanzitutto. Hanno pagato il conto con il loro segretario amministrativo, Marcello Stefanini, e sono andati indenni da tutte le vicende giudiziarie del ’93-’94.

 

Ora sembra in atto un ripensamento storico e politico di quella scelta, e proprio ad opera di una personalità di primo piano come Luciano Violante. Quello che lei dice trova conferma nel suo ultimo libro, Magistrati.

 

Certo, perché adesso il personale politico che viene dalla storia comunista si trova a dovere sopportare una “capitis diminutio” derivante dalle conseguenze di quella scelta: la riduzione ad un rango subordinato rispetto alle iniziative di alcuni sostituti. Certi sostituti procuratori - che fanno riferimento ad una rete ben precisa, a una rivista culturale, a un quotidiano - mostrano un’iniziativa che non è meramente giudiziaria, ma di vera e propria strategia politica che si avvale del mezzo giudiziario.

 

All’inizio lei ha detto che l’attacco giudiziario è cambiato: nel mirino non c’è più una certa parte del sistema politico ma Silvio Berlusconi. Questo che cosa cambia?

 

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Berlusconi avrebbe dovuto affrontare il problema della giustizia “sub specie aeternitatis”, per di così, cioè sotto le categorie del problema generale. Invece ha impostato il tema della riforma della giustizia in termini di mera difesa personale. Il diritto alla difesa è incontestabile; ma il diritto di trasformare la sua difesa personale in una linea politica generale non può essergli riconosciuto.

 

Si riferisce al confronto interno alla maggioranza sulla prescrizione breve?

 

Non si tratta solo di quello. Le leggi e leggine che spuntano da quindici anni tutte le volte che Berlusconi è al governo a ben vedere non hanno mai risolto il suo problema giudiziario, e questo perché egli non lo ha affrontato in termini generali. Ma è Berlusconi a non poterlo affrontare in termini generali.

 

Perché?

 

Perché non è portatore di una cultura dello stato. L’altro giorno D’Alema ha detto: “meglio il presidenzialismo. Almeno ci sarebbe un Parlamento che bilancia, come avviene negli Stati Uniti”. Ma è stata la politica di Berlusconi a svuotare il Parlamento, perché il meccanismo della legge elettorale lo ha messo nella condizione di nominare i parlamentari. Questo dimostra che Berlusconi non ha un concetto del tipo di stato e di governo che vogliamo realizzare. Ma se manca un preliminare concetto dello stato e del governo, non si sa come affrontare il problema della magistratura.

 

Qual è la sua valutazione politica dei fatti di cui è accusato il sottosegretario Nicola Cosentino?

 

Non conosco le carte. So solo quello che dicono i giornali e questo non basta. Ma non mi lascio determinare da un pregiudizio. Un indagato è innocente fino alla condanna finale. Ma c’è di più: cos’è questo “concorso in reato associativo”? Le Sezioni riunite della Cassazione hanno provato a dirlo, ma forse non basta. Come vede, la riforma della giustizia andava fatta per cose importanti. Cominciando dal codice di procedura penale e dal codice penale.

 

Crede quindi che non si farà una vera riforma?

 

Rischiamo piccoli aggiustamenti che ripropongono il problema il giorno dopo. Il compromesso tra Berlusconi e Fini dell’altro ieri mi pare che ponga le premesse per problemi più seri: perché lo libera subito il capo del governo da due processi, ma non lo libera dai processi futuri.

 

Dunque è pessimista?

 

No, sono estremamente realista. Berlusconi non ha affrontato, nei tempi in cui il voto gli ha consentito di esercitare la maggioranza, questi problemi come doveva.

 

(Federico Ferraù)

 



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COMMENTI
21/12/2009 - Immunità parlamentare (dario Piersanti)

Credo che cosa assai giusta sarebbe quella di modificare innanzi tutto la legge elettorale restituendo agli elettori la possibilità di scegliere chi votare e sarebbe altrettanto giusto vietare la possibilità di candidarsi a qualunque livello (Comune, regione, Parlamento) per tutti i cittadini condannati in primo grado - potranno farlo, se innocenti, una volta concluse le successive fasi processuale la cui durata non dovrà superare i cinque anni -. In una siffatta condizione l'immunità nello svolgimento della legislatura diverrebbe un utile e valido strumento di libertà e credo che a nessuno verrebbe in mente di parlare di "casta" nè di "inciuci".

 
24/11/2009 - IL PLASMODIO DELLA MALARIA (celestino ferraro)

La meticolosità con la quale quel segugio di Travaglio segue le péste del Cavaliere m’insospettisce: da quanti lustri è sulle orme dei passi perduti? Non è possibile che il Cavaliere sia una persona perbene, troppo è il malanimo che suscita in coloro che non l’hanno avuto per amico. Anch’io sono stato un severo critico delle birbonate democristiane, i tanti presidenti del Consiglio che si succedevano come in un’epidemia terzana erano uno peggiore dell’altro, ma mai, dico mai, è accaduto che in quell’inseguimento al peggiore si fosse presentato un Fini per appestarci con la sua deiezione. Travaglio è un sui generis, emana altri odori, acri, MORALISTICI, fumosi, e fa anche il menu delle cose pessime di cui il Cavaliere è il fedifrago autore. A cominciare dal lontano 1979, trent’anni fa, il Cavaliere era ancora in possesso della sua originale capigliatura (anche quella una mistificazione orribile da condannare). Travaglio li chiama “guai giudiziari” la persecuzione trentennale di cui è oggetto il Cavaliere, quasi che il destino gliel’abbia gettati fra i piedi per fargli dispetto: come salace ironia non c’è male. Nel 1994, 26 gennaio, il Cavaliere annuncia, urbi et orbi, il suo ingresso in politica, ma si schermisce per l’azzardo confidando a Montanelli e a Biagi, in privato: “Se non entro in politica, finisco in galera e fallisco per debiti”. Monumentale questa epopea scritta dal Cavaliere. In quindici anni soltanto assurto ai fasti dell gloria

 
13/11/2009 - riformare il sistema (andrea bognini)

Lasciamo che siano gli elettori ad esprimere un giudizio su Cosentino; fino a prova contrario è un indagato e fino a sentenza passata in giudicato vale la presunzione d'innocenza! Per quanto riguarda l'immunità ai parlamentari potrebbe essere reintrodotta solo per alcuni tipi di reati, escludendo quelli più gravi; se ciò fosse accompagnato dalla reintroduzione del sistema delle preferenze per le elezioni politiche si potrebbe scremare il marasma di potenziali parlamentari e la decisione di eleggere soggetti indagati o condannati sarebbe nelle mani degli elettori! Non è pensabile che l'organo giudiziario sovverta l'espressione di volontà di larga parte dei cittadini italiani! Andrea B

 
13/11/2009 - Riforme (Lindo Caprino)

Ci vorrebbe il ritorno al voto di preferenza elettorale. Se un partito candida qualcuno che è stato condannato o anche solo indagato, gli altri partiti concorrenti faranno presto a chiarire questo posizioni ed a mettere sull'avviso il corpo elettorale. Per il resto sono convinto anch'io che il referendum che ha abolito l'immunità elettorale è stato un errore, alla luce delle vicende successive (lo dice uno che a quel tempo ha votato a favore). Chi è in cattiva fede fa presto a confondere immunità temporanea con impunità permanente!

 
12/11/2009 - l'impunità è assicurata (ivano sonzogni)

Mi sembra ingenuo pensare che che partiti ed elettori siano in grado (e interessati) a selezionare la classe politica in base al merito, alle competenze e alla dirittura morale. Quandi rinviati a giudizio sono stati messi nelle liste? Come può scegliere la gente in base a liste bloccate ed ad una propaganda martellante? quanta gente si fa eleggere per evitare guai con la giustizia?

 
12/11/2009 - Perché non ragionevolmente ripensare all’immunità? (Giuseppe Crippa)

Magari fosse possibile agli elettori decidere se l’imputato potrà venire eletto! Con l’attuale sistema (senza preferenze) è impossibile evitare di votare un candidato presente nella lista che si intende sostenere. Nonostante questo non trovo scandaloso ri-pensare ad un sistema di immunità parlamentare. La proposta di Ivano Sonzogni, invece, mi sembra inutilmente penalizzante per i minatori, che non meritano la compagnia di gente che probabilmente farebbe loro più danno (non dimentichiamo che la sicurezza sul lavoro dipende anche dalla serietà con cui viene svolto) che non in Parlamento.

 
12/11/2009 - Non candidare imputati: questa sarebbe la sfida (ivano sonzogni)

E' comprensibile che esponenti della casta tentino tutto il possibile per ottenere l'impunità a vita: è orribile vedere come tanti media offrano loro un appoggio incondizionato. Da semplice cittadino sono veramente incazzato: mandiamoli a lavorare nelle miniere!

Né Mannino nell’articolo, né nessuna proposta di legge che ci risulti prevede l’immunità a vita, ma solo per la legislatura in cui viene aperta la causa giudiziaria. Alle prossime elezioni saranno partiti ed elettori a decidere se l’imputato potrà venire eletto. La Redazione