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Gente che non sta al guinzaglio

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In un periodo in cui dominano gossip e scandali, sembra particolarmente arduo anche veder descritta con realismo la vita delle realtà sociali e il loro rapporto con il mondo pubblico. L’Italia è purtroppo ancora vittima dei famigerati cinquant’anni successivi alla sua raggiunta unità, in cui l’ideologia massonica e laicista ha cercato di stravolgere una tradizione italiana dove vigeva una mentalità “sussidiaria” capace di valorizzare l’iniziativa diffusa e operosa della gente e dei corpi sociali.

 

Esponente di spicco di questa ideologia fu Crispi che nel 1891 giustificò l’espropriazione dei beni ecclesiastici teorizzando il diritto dello Stato di avere il monopolio dell’assistenza ai cittadini. Nessuno disconosce il valore dello stato sociale, i livelli minimi garantiti di assistenza e l’universalità dei servizi ma, come acutamente afferma Pierpaolo Donati, ciò ha significato «rendere irrilevanti le relazioni fra i consociati, sminuire l’importanza delle comunità e formazioni sociali intermedie, anche come soggetti di cittadinanza, limitare il pluralismo sociale, in sintesi svalutare la socialità della persona umana, anche e precisamente come elemento costitutivo del welfare»: è l’avvento dello Stato hobbesiano nel mondo del welfare.

 

Oggi, quella mentalità da Italietta post risorgimentale continua nello statalismo di una certa destra, in parte del mondo di sinistra svincolato dalla sua tradizione popolare e sociale e in un certo mondo cattolico senza identità e perciò succube della mentalità dominante. Così, in questi ben individuabili ambienti ha continuato a dominare l’idea che qualunque intervento del privato e del privato sociale nell’assistenza, nella sanità, nell’educazione, nel tempo libero sia portatore di interessi particolari in contrasto con il bene comune.

 

Non si capisce che ci possa essere un pubblico non statale, una capacità di dare un apporto al bene comune anche quando, sotto il profilo giuridico, si appartenga al diritto privato. Misconoscendo la realtà storica e il valore del principio costituzionale della sussidiarietà (art. 118), non si vuole ammettere che esistono ideali della persona che possono essere al servizio di tutti, in quella dimensione di gratuità e di dono sottolineata dall’Enciclica Caritas in Veritate.

 

Eppure il nostro Paese è popolato di opere sociali di origine religiosa e laica, di centri di formazione professionale, vecchi e nuovi, nati dal privato sociale, di realtà sportive, di associazioni a difesa della natura che nessun ente pubblico saprebbe mai far nascere. Non si vuole ammettere che il desiderio di verità, giustizia, bellezza educato da movimenti ideali, attraverso la costruzione di opere sia in grado di perseguire, almeno insieme allo Stato, il bene comune. Sembra che ci si sia dimenticati della battaglia per l’autonomia delle fondazioni di origine bancaria: realtà di diritto privato che la Corte costituzionale, nelle sentenze nn. 300 e 301 del 2003, ascrive tra «i soggetti dell’organizzazione delle libertà sociali».

 

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COMMENTI
11/11/2009 - Stato e guinzaglio (Fabiana Cestari)

Non so se, per quanto sto per scrivere, il Dott.Vittadini mi considererà una statalista al guinzaglio, ma io penso questo. Provengo da una famiglia operaia, che mi ha insegnato ad aiutare chi è meno fortunato di me. Mi hanno insegnato che le risorse pubbliche vanno distribuite proporzionalmente al bisogno di ciascuno, indipendentemente dall’appartenenza politica, religiosa, o da qualsivoglia classificazione, che esuli dal reale bisogno di sussistenza. Ora, se uno Stato ha così tanto bisogno di Opere Sussidiarie, laiche o confessionali che siano significa, secondo me, che le risorse pubbliche sono troppo povere per rispondere alle esigenze di tutti, e mi riferisco ad esigenze che vadano persino al di là dei livelli minimi di assistenza, cui accenna il Dott.Vittadini. Quindi mi chiedo, anziché parlare di statalismo, solitamente con una connotazione negativa, perché non invitiamo tutti i cittadini (e qui mi rivolgo sia al Dott.Vittadini, che a tutti gli operatori del sociale, sia pubblico, che privato, dotati di una maggiore visibilità della mia, di modesta cittadina qualunque) a dare il loro contributo affinché le risorse pubbliche a disposizione dei bisognosi, ma non solo, diventino sempre più grandi? Come? Con il mezzo principale che abbiamo tutti a disposizione: pagando le tasse.