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Politica

PIAZZA FONTANA/ Quarant’anni di teoremi che hanno bloccato l’Italia



Gianluigi Da Rold


sabato 12 dicembre 2009


 

In ogni epoca c'è un tragico appuntamento. E per ogni generazione c'è un drammatico ricordo che segna il futuro della vita sociale, pubblica e anche privata, che quasi spegne la voglia di vivere. Per chi è cresciuto nel dopoguerra italiano, carico di speranze, quel momento è rappresentato dalla strage di piazza Fontana, nella sede della vecchia Banca Nazionale dell'Agricoltura, a meno di cento di metri dal Duomo di Milano.

Oggi 12 dicembre 2009, alle 16 e 37, si scandiranno i quarant’anni di quella orrenda strage: 17 morti e 84 feriti. Un’azione terribile, una vicenda che fece da spartiacque tra l'Italia che aveva vinto la sua scommessa di riscatto economico e sociale e un’Italia violenta, sconquassata socialmente e politicamente, soprattutto prigioniera di ideologie assassine, di “idee assassine”, avrebbe detto lo storico Robert Conquest, che la portavano inesorabilmente verso una destabilizzazione inquietante.

Il fatto più sconvolgente di quel cupo pomeriggio del 12 dicembre milanese, è che, dopo quarant'anni, non c'è ancora una certezza processuale, non c'è ancora un colpevole o dei colpevoli. Dopo sei processi che vengono alla memoria (si fa fatica a ricordarne esattamente il numero, per la verità) e una serie di inchieste, alcune ancora aperte, che non hanno portato da nessuna parte. E nello stesso tempo, sempre a quarant'anni di distanza, c’è ancora chi grida “da una parte e dall'altra”, vestito con il suo vecchio e logoro “abito ideologico”, incapace di ragionare per trovare un brandello di quella parziale verità che gli uomini cercano di ottenere dalla loro giustizia, quasi sempre imperfetta.

È accaduto anche in altri paesi democratici del mondo che non si arrivi, per un episodio tragico, a una verità ragionevole. L’omicidio del presidente John Fitzgerald Kennedy, avvenuto nell'America dei primi anni Sessanta, divide ancora oggi l’opinione pubblica e gli stessi storici. Si possono elencare altri simili episodi in diversi Paesi. Ma quello che caratterizza più in negativo la tragedia del 12 dicembre è che la strage di piazza Fontana fu una sorta di apertura dello stragismo italiano, fu l'inizio di un quindicennio di violenze da incubo, tutto costellato da non verità, da mezze verità, da omissioni e dalla solita “verità ideologica” che sostituiva lo sforzo di un minimo di razionalità.

 

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In definitiva, la strage di piazza Fontana è l'emblema della strage impunita e l’inizio della violenza solo parzialmente punita, ma tragicamente subita da vittime innocenti, come i dipendenti e i clienti che si trovavano in quella banca il 12 dicembre a Milano. È l'avvio di una sequenza infernale che nasceva da un contesto pauroso e super-riscaldato del biennio 1968 e 1969, che ancora oggi molti non vogliono riconoscere come tale.

Nelle ore successive alla strage fu messa a nudo tutta la fragilità della giovane democrazia italiana. Ci fu una grande confusione nelle indagini, contrassegnate da un panico giustificato ma da una frenesia ingiustificata.

Si imboccò prima la “pista anarchica”, ci si interrogò sul “ribellismo rosso” dell'editore Feltrinelli, poi emerse la pista nera che veniva dal Veneto, infine ci si concentrò su una pista mescolata tra “rossi” e “neri”, con questi ultimi che si infiltravano tra gli estremisti di sinistra. Ma non mancarono (come è inevitabile in Italia) le visioni complottistiche a livello nazionale e mondiale, supportate dai grandi organi di informazione: il coinvolgimento dei Servizi segreti, quello dei “Servizi deviati”, quello diretto dello Stato e le diramazioni di intelligence straniere. Un autentico delirio mediatico che resta, per documentazione, nelle biblioteche pubbliche e negli archivi per chi abbia voglia di consultarli.

In quei giorni si ragionò secondo lo schema della “guru” di turno, la giornalista Camilla Cederna, che aveva una sorta di “formula magica” per spiegare i fatti: cui prodest? A chi giova? Sembrava il suggerimento patetico di prendere l’aspirina per curare la lebbra. E così fu. Perché non si arrivò da nessuna parte e intanto si pontificava, neanche si fosse al “bar sport” sulla strage della tensione che avrebbe favorito in Italia un colpo di Stato di destra.

Anzi si peggiorò e si deteriorò tutto il clima politico e sociale. Legati alla strage di piazza Fontana sono infatti la morte dell'anarchico Pinelli, caduto da una finestra della Questura di Milano in modo mai del tutto spiegato.

 

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E legata alla sorte di Pinelli, fu quella del giovane commissario Luigi Calabresi, accusato dalla sinistra di essere il killer dell'anarchico. In una sorta di giustizialismo sommario ante litteram, Calabresi fu demonizzato, massacrato dalla stampa di sinistra e non solo, indicato da 800 intellettuali italiani come un “boia” o il “commissario finestra”. Alla fine fu ucciso da due estremisti della sinistra extraparlamentare con alcune rivoltellate alle spalle.

Di quella “intelligentzia all'ammasso” italiana, solo una persona, l'ex direttore del Corriere della Sera, Paolo Mieli, si scusò e quasi si vergognò di aver firmato quel documento che quasi avallava una “condanna a morte”.

Ma il sapore pungente delle mandorle amare, della “gelatinite” usata per confezionare l'ordigno di piazza Fontana, i miasmi mefitici della strage impunita erano destinati a infettare per anni la vita politica italiana. Nel clima di “sinistra culturale trionfante” e di “fantasia al potere”, quella strage divenne, per scelta ideologica, una “strage di Stato” che poteva giustificare il terrorismo e una guerra civile. È da quel momento che la sinistra alternativa parlò di “perdita dell'innocenza” e quindi trovò l'alibi di attaccare il “cuore dello Stato”, favorendo di fatto il nascere e il crescere di un terrorismo crudele con un supporto imponente di simpatizzanti.

Bastava guardare al contesto del biennio 1968-1969, con una violenza mai conosciuta prima nelle strade di Milano e nelle università italiane, con i consigli di fabbrica che spesso straparlavano e spesso minacciavano, supportati da sindacalisti che erano i falsi eredi persino di sindacalisti della Cgil come Di Vittorio e Novella, per comprendere che la situazione stava scappando di mano. Per tutto il 1969 ci furono attentai di varia matrice. Le fazioni ideologiche si scontravano in una sorta di perenne guerriglia urbana. Ma in quel fanatismo ideologico e irrazionale ci fu, anche, soprattutto nella sinistra tradizionale, chi contestò il rapporto del prefetto di Milano, Libero Mazza, che fotografava con precisione la “geografia dell'estremismo di destra e di sinistra”.



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