Politica
venerdì 18 dicembre 2009
Grandi e meno grandi della Terra, Paesi sviluppati e in via di sviluppo: tutti invocano la necessità di sostenere occupazione e crescita economica per evitare di assumere impegni troppo gravosi, dal punto di vista finanziario, e troppo cogenti, dal punto di vista politico, al vertice sul cambiamento climatico che si sta concludendo a Copenhagen. Il principale ostacolo sulla strada dello sviluppo sostenibile, nella consapevolezza mai così pressante e diffusa che a rischio è ormai la sopravvivenza stessa del pianeta, sembra insomma essere di carattere economico-finanziario. Eppure, è proprio dal più puro “spirito del capitalismo” che potrebbe prendere l’abbrivio la corsa contro il tempo per salvare il pianeta, attraverso la realizzazione di un’economia insieme profittevole e non distruttiva.
Si tratta della torta da circa 500 miliardi di dollari rappresentata delle tecnologie ecologiche, un mercato che potrebbe decuplicare il suo valore se passassero anche solo alcune delle ipotesi ventilate a Copenhagen. Il fatto è che, per ora, gran parte di questo comparto produttivo è concentrato nel Nord del mondo. Ma nell’arco di pochi anni, grandi economie in rapido sviluppo come la Cina, ad esempio, potrebbero entrare a far parte dei grandi esportatori proprio in questo settore. Sta qui una delle spiegazioni della scarsa propensione cinese a prendere accordi vincolanti e verificabili internazionalmente fino a quando il Paese non potrà almeno parzialmente rientrare dei costi di “pulizia” della propria economia attraverso l’export di tecnologia cinese “clean”.
Per le stesse ragioni, invece, gli occidentali premono per una trasformazione più repentina delle economie nella direzione di un loro minor impatto ambientale, consci che, prima ciò avviene, maggiore sarà la fetta di mercato che si assicureranno. Chi è più avanti, nella sostanza, più facilmente si troverà non a perdere ma a sostituire posti di lavoro attraverso il passaggio alla green economy. Mano a mano che scorre il tempo, al contrario, più facilmente la green economy comporterà costi di riassestamento sociale tutt’altro che trascurabili e più lentamente e malamente ammortizzabili.
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a mio parere occorrerebbe essere più severi con la propaganda di coloro che danno per certo ciò che appare,invece,falso: la causa del riscaldamento globale ( peraltro fermo da almeno 10 anni ) attribuita alla CO2,mentre è assai più "scientifico " attribuirla a cause naturali non governabili dall'uomo.Con il pericolo di sviare ingenti capitali alla eliminazione delle emissioni di anidride carbonica,anzichè a fronteggiare gli effetti delle cause naturali,come si fa per i terremoti. Tuttavia c'è un problema vero: l'esaurimento progressivo delle risorse energetiche tradizionali e la necessità di sostituirle con i ritrovati della tecnica . Pertanto se la falsità denunciata servisse a promuovere la soluzione del problema vero relativo alle fonti di energia,avremmo un risultato buono da una cattiva informazione scientifica.
Sono molto d'accordo con il prof. Parsi, il cui articolo mi sembra esprima una delle poche posizioni chiare nel gran polverone mediatico sollevato dalla conferenza di Copenhagen. Mentre infatti non é vero quello che viene continuamente ripetuto, cioè che tutto l'ambiente scientifico sia d'accodo sull'origine antropica dei cambiamenti climatici in corso e sul ruolo della CO2 (si veda per esempio fra tutti coloro che dissentono wwww.drroyscencer.com)sarebbe ora che all'opiniene pubblica venisse chiaramente fatto capire che la vera posta in gioco é l'enorme compito di trasformare il sistema energetico mondiale; si tratta di un affare di dimensioni spaventose e forse l'unico in grado di creare una massa di lavoro tale da mantenere per i prossimi decenni un ritmo espansivo all'economia mondiale e contemporaneamente di consentire l'affronto dei problemi ambientali locali, che non si può negare esistano, e che sono quelli che provocano i veri danni al territorio ed alle popolazioni umane . L'Europa ha già enormi interessi industriali nel campo delle energie rinnovabili (solare, eolico, fotovoltaico) e sta impiegando da tempo molte risorse pubbliche per favorire la crescita di queste industrie. Se non si vuole che l'impegno profuso si trasformi in un "tirare la volata" a Cina e Stati Uniti, che finora sono stati molto a vedere, é necessario che si percepisca la vera posta in gioco, rimuovendo i velami propagandistici, ideologici e pseudoscientifici che la ammantano.
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