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Politica

SOCIETA'/ L’istigazione al tirannicidio, la "moda" giacobina che in Italia sembra non finire

GIANFRANCO AMATO si rifà a un pamphlet del XVI secolo per analizzare il clima politico e la pericolosa spirale di odio che sembra crescere sempre di più nel nostro Paese

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Vindiciae contra Tyrannos è il titolo di un celebre pamphlet, pubblicato a Basilea nel 1579, frutto del pensiero politico protestante tardo rinascimentale e partorito dalla mente di un autore sconosciuto, protetto dal singolare pseudonimo di Stephanus Junius Brutus. Ebbe tanta fortuna da divenire addirittura un classico dei rivoluzionari francesi del XVIII secolo.

La tesi intrigante di quell’opera è l’implicita teorizzazione del tirannicidio quale giusta e sacrosanta reazione nei confronti del principe inadempiente rispetto al “pactio” stipulato con i sudditi. In quel caso il tirannicida sarebbe «a Deo excitatus», come la figura biblica di Eud, il secondo Giudice di Israele, «qui tyrannum occidendo, salvum faceret Israelem».

Ma l’aspetto più interessante è che nel tentativo di recuperare una forma di governo “democratica”, tra i contrappesi all’autorità del sovrano vengono indicati, nell’opera, i tribunali ordinari, i quali avrebbero potuto, tra l’altro, non ratificare gli atti del potere esecutivo da essi ritenuti contrati al diritto comune.

Il sovrano che avesse osato alterare tale contrappeso, limitando l’autonomia dei magistrati, – o addirittura sopprimendone l’ordine –, si sarebbe trasformato in tiranno. E siccome «principi legem violanti resistere licet», giustizia è fatta se il tiranno muore.

Mi sono ricordato delle teorie di Brutus quando domenica scorsa uno psicolabile, Massimo Tartaglia, ha attentato alla vita di Berlusconi.

Il clima in cui è maturato quell’insano gesto ha drammaticamente riportato all’attualità, dopo quattrocentotrenta anni, proprio le Vindiciae contra Tyrannos.

Sì, perché quando un ex magistrato, uomo delle istituzioni, ex Ministro della Repubblica e leader di un importante partito politico esterna pubblicamente il pericolo di una deriva dittatoriale nei termini prospettati dalle Vindiciae, non possono non seguire gravi conseguenze. Ancor più gravi se i toni della denuncia rasentano una dimensione surreale.

Mi riferisco alla seguente dichiarazione rilasciata dall’On. Antonio Di Pietro: «I magistrati? Rappresentano per Berlusconi ciò che gli ebrei rappresentavano per Hitler, ovvero una razza infame da eliminare, anzi dementi da mandare al manicomio. Non lo dico io, lo ha affermato lui stesso (...). Non credo che bisognerà aspettare molto, la “soluzione finale” è vicina per i giudici».

L’irresponsabilità di simili affermazioni sta nel fatto di non rendersi conto che esistono nella nostra società persone dai più variegati profili psicologici, non tutte in grado di dare il giusto peso alle parole. I più hanno liquidato quella boutade dipietrista come un eccesso decisamente fuori luogo, che rischia di compromettere la stessa credibilità di chi la pronuncia. Il pericolo per l’On. Di Pietro è quello di diventare la caricatura di se stesso. Una divertente macchietta nel grigio palcoscenico della politica. È vero, però, che se l’ex pm di Mani Pulite si può relegare nella categoria dell’avanspettacolo, meno folkloristico ma assai più inquietante è un altro magistrato tuttora in servizio.