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SCENARIO/ 2. Il piano di Bersani e Fini per bloccare le riforme

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Evitando ogni “resa dei conti” con questo dipietrismo Bersani ha messo Franceschini a capogruppo della Camera e la Bindi alla Presidenza del partito (e che appunto in tale veste sono andati alla manifestazione di Piazza Navona che è una delle pentole di acqua bollente in cui lessano gli “psicolabili”).

Una rottura tra Pd e Di Pietro sarà invece necessaria per procedere nella strada di un confronto senza demonizzazioni, ma è ben difficile che Bersani sia in grado di operare un simile “strappo”. In primo luogo già con Piero Fassino sul “Sole 24 ore” è venuto un secco “no”. Si tratta non solo di rapporti interni di partito. Infatti, a cominciare da quelli di Mannheimer, i sondaggi indicano che più di un terzo dell’elettorato del Pd è assolutamente contrario a qualsiasi accordo con Berlusconi. E’ difficile che alla vigilia di una campagna elettorale nazionale il nuovo segretario del Pd corra il rischio di una destabilizzante sconfitta tanto più che - come ha sottolineato Fassino - il Pd l’affronta nelle principali Regioni vincolato a una alleanza organica con Di Pietro e quindi con grande fragilità di flusso elettorale emotivo all’interno dello stesso “cartello”.

Problemi esistono anche nel campo della maggioranza. Si tratta del ruolo che inevitabilmente assume il Presidente della Camera nello sviluppo di rapporti istituzionali su temi proprio di riforma istituzionale nel momento in cui lo stesso Presidente della Repubblica ha assunto un ruolo di intervento nell’attuale regime di “coabitazione” che si è guadagnato. Fini non ha più una prospettiva di successore al vertice del Pdl con i berlusconiani che non si fidano più di lui e parte di An che non lo sopporta più. Ma sa anche che non ha un avvenire come leader di sinistra. È  oggi una variabile indipendente interessata a un nuovo scenario trasversale.

L’ex leader del Msi non punta a un “Cln” antiberlusconiano, ma a un “ritorno alle origini” della Seconda Repubblica assumendo un ruolo di leadership che somma il giustizialismo “populista” di Di Pietro e il giustizialismo “democratico” del Pd con il suo giustizialismo di stampo “istituzionale”. Tale Rifondazione della Seconda Repubblica può esercitare un “richiamo della foresta” anche in seno alla Lega e tra impazienti e scontenti che sono alle spalle del Cavaliere. Continua nelle pagine seguenti...