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Politica

SCENARIO/ Bertinotti: non spetta ai magistrati cambiare il Paese

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Non sono convinto, cos’è l’economia reale se non questa fusione tra capitalismo finanziario e capitalismo produttivo, che è diventata inestricabile relazione tra rendita e profitto? Questa connessione nel continente Cin-India fa della produzione di beni materiali il motore di una locomotiva a basso costo del lavoro e a bassissimi diritti.
A mio avviso il problema è il modello, non lo scontro tra un’economia dell’effimero e un’economia del reale. Il capitale finanziario si è impossessato del capitale produttivo e ha dato luogo a un’operazione gigantesca di redistribuzione del potere tra le classi a favore delle classi dominanti.

Se il problema è il modello economico e sociale, quale avrebbe dovuto proporre la sinistra?

Quello della “grande riforma”: la lotta alla disuguaglianza, all’ingiustizia sociale a partire dal tema del lavoro e della disoccupazione, sia per difendere l’occupazione che già c’è, sia per riproporre la grande questione del pieno impiego e del salario garantito. In secondo luogo la conversione verso un’economia ecologista in grado di rimodellare il rapporto tra produzione e consumo (“green economy”, o, facendo riferimento all’esperienza francese, “ecologia della trasformazione”). La disoccupazione crescente (siamo ormai al 10%) a cui stiamo assistendo durante la ripresa sta dando luogo alla distribuzione del reddito a discapito di nuova generazione a “zero lavoro”. Sono temi che affiorano nella cultura, ma che poi rimangono colpevolmente fuori dalla politica.

Un esempio?

Penso al reddito di base proposto recentemente in Italia da Luciano Gallino, o al fatto che Sarkozy abbia istituito una commissione di studio sui problemi dello sviluppo, presieduta da Stiglitz e coordinata da Fitoussi. Dopo tre mesi di lavoro sono arrivati alla conclusione che assumere come guida dell’economia il Pil è un errore grave. Occorrerebbe una rivoluzione culturale, questi sono i temi che la sinistra dovrebbe affrontare.

Davanti alla crisi sembrano emergere due tentativi di risposta opposti, ma fallimentari, da un lato l’individualismo, dall’altro l’illusione che moltiplicando le regole si possano evitare nuovi conflitti. È d’accordo?

Entrambi gli approcci sono destinati a fallire. Questo individualismo è consumistico e porta alla guerra di tutti contro tutti, a partire dagli esclusi, che non hanno ragioni per accettare questa esclusione, basti pensare alle banlieues parigine.
D’altra parte la soluzione delle pure regole è un illusione, se non cambia il modello. Gli ultimi 25 anni ci insegnano che le regole sono state fagocitate: la regola mercatoria ha preso il posto del diritto commerciale e del diritto internazionale, gli esecutivi hanno preso il posto del Parlamento. Come ci ha insegnato in un’altra fase il New Deal, c’è un nesso tra la regola e le politiche che vuoi perseguire.

Passando alla politica italiana: si continua a discutere del difficile rapporto tra politica e giustizia. È possibile un riequilibrio dei poteri e la riaffermazione del primato della politica?