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DIBATTITO/ 2. La colpa del Pd? Non aver seguito l’esempio inglese e tedesco

Pubblicazione:mercoledì 25 febbraio 2009

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L’intervista a Piero Ostellino suggerisce una pista di ricerca per rimediare alla “crisi dei fondamenti” del Pd. Avanti, dunque, su questa strada!

 

Perché l’impresa non è riuscita? La ragione di fondo è che gli ex-PCI e gli ex-DC non hanno ruminato fino in fondo la crisi delle culture politiche di riferimento, con le quali sono entrati nell’Assemblea costituente nel 1946.

 

La sinistra di ispirazione comunista e socialista aveva come paradigma fondativo quello di Marx: l’eguaglianza. Dei tre sacri principi della Rivoluzione francese: liberté, égalité, fraternité, il Manifesto del 1848 criticò aspramente le illusioni del primo e assunse il secondo come identificativo della sinistra. Rispetto alle libertà borghesi, considerate come puramente retoriche e formali per il proletariato, Marx rivendicò l’eguaglianza reale delle persone come il nucleo fondativo.

 

E poiché, a differenza della libertà, l’eguaglianza non è un dato naturale, originario - perché le persone sono ciascuna diversa e diseguale! - bensì una costruzione sociale, il marxismo affidò allo Stato, opportunamente conquistato dal proletariato o con la violenza delle armi (il bolscevismo) o con la maggioranza dei voti (la socialdemocrazia), il compito di schiacciare la borghesia e realizzare l’eguaglianza delle condizioni di partenza e di arrivo delle persone. Era questa la fase del “socialismo”. Al termine della quale, prevedeva Marx, sarebbe arrivato il “comunismo”: società senza classi e senza Stato, società dell’abbondanza e del massimo dispiegamento delle libertà individuali.

 

Attorno a questo paradigma sono stati costruite le tre Internazionali del movimento operaio - quattro, se vogliamo contare anche quella troskista - i partiti comunisti e i partiti socialisti, la rivoluzione d’Ottobre, il sistema degli Stati comunisti.

 

Questa storia finisce nel 1989. Da allora la sinistra italiana non ha fatto un passo in avanti. Il passo, come suggerisce Ostellino, consisterebbe nell’assumere fino in fondo il paradigma della libertà come fondativo. I laburisti inglesi lo hanno fatto, i socialdemocratici tedeschi ci hanno provato, i comunisti italiani no!

 

Lo statalismo ha continuato a essere l’identità della sinistra in tutte le sue elaborazioni programmatiche e nella concreta azione di governo: dal mercato del lavoro, al Welfare, alla scuola e Università, alla riforma mancata dello Stato amministrativo.

 

Su questo terreno si è annodata fatalmente l’alleanza con la sinistra democristiana, le cui radici affondano nel Codice di Camaldoli del 1943 e nell’imponente sistema delle Partecipazioni statali. Il cattolicesimo liberale di don Sturzo e il principio di sussidiarietà della Quadragesimo anno furono messi da parte sia dall’emarginazione politica di Sturzo e degli sturziani sia da un’interpretazione che rovesciava il principio di sussidiarietà nell’appello allo stato ad intervenire.

 

La Repubblica italiana che lo sturziano on. Tupini voleva fondata “sulla persona e sulla libertà” e Togliatti “sui lavoratori” finì per poggiare “sul lavoro” per mediazione di Dossetti. Sovietica? Non esattamente. Ma neppure cattolico-liberale!

 

Ora la cometa dello Stato nazionale è al declino, a cinque secoli dal suo sorgere, mentre si affermano da una parte realtà istituzionali globali, ma, soprattutto, “un sentire di libertà” di milioni di persone, che è il frutto migliore del secolo scorso, pur denso di movimenti, rivoluzioni, guerre e sangue.

 

A questo mutamento di civiltà la sinistra di origine comunista, socialista, cattolica non sa rispondere, se non ricorrendo alle culture politiche del primo ‘900. D’Alema e Bersani rispolverano gli “elementi di socialismo” già berlingueriani. È il segno della conservazione impotente.

 

La prospettiva che ne esce non è neppure quella della classica socialdemocrazia tedesca, bensì quella della Neue Linke di Oskar Lafontaine e Gysi. Berlusconi, viceversa, ha risposto a quel mutamento con il Partito delle Libertà.

 

Benché la coerenza tra la proclamata identità di libertà e l’azione concreta di governo sia spesso labile e discontinua, trattandosi di un mix pragmatico di liberalismo, populismo, statalismo, resta che il principio di libertà evoca orizzonti di responsabilità, di iniziativa, di futuro, che il Pd non è in grado di indicare.

 

Il suo principio di eguaglianza, ben lungi dall’alludere a aspirazioni di giustizia, rinvia piuttosto allo statalismo assistenziale, al centralismo amministrativo, al pansindacalismo invasivo, alla spesa pubblica. Di qui la radicalità della crisi.



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COMMENTI
25/02/2009 - Caro Cominelli, provo a partecipare anch'io (Claudio Celli)

al dibattito a cui suo articolo, segnalatomi da un collega e amico, contribuisce. Premetto che ho trovato un po'strumentale ed ideologico appiattire il pensiero marxiano unicamente sugli scritti politici, così fortemente situati storicamente e elaborati dal filtro dall'esito fascista dello stalinismo, ignorando invece le motivazioni utopiche e di riscatto umano e sociale, nonché il contributo enorme agli strumenti della sociologia. Per altro negli anni la parte della sinistra italiana confluita nel PD ha tentato di ripensare criticamente la propria identità culturale, e l'eredità retorica dello statalismo; purtroppo non sempre questo sforzo è stato sostenuto dalla prassi politica, che ha perpetuato armamentari stantii. Per altro nella nascita del PD si può leggere il tentativo di cancellare proprio quel paradigma dell'uguaglianza di arrivo delle persone, di cui lei parla. Ma anche il paradigma della libertà liberista. Oltretutto penso che non possa esistere libertà senza vera uguaglianza di partenza e che questa debba essere garantita da regole e controlli: il ruolo di garanzia dello stato di diritto. Io penso che il reale motivo di crisi culturale del PD sia nel fatto che le sue due anime non possano e non debbano essere sintetizzate, bensì superate. Un ultima nota: nel partito di Berlusconi, l'unica libertà è quella nel nome; il resto è appiattito nel pensiero unico, nella conduzione stalinista, nell'assoluta mancanza di democrazia interna, nel culto peronista del leader.

RISPOSTA:

Nessuna volontà di ridurre l'orizzonte teorico del marxismo. Ma è proprio il suo pensiero politico la parte meno condivisibile, ma la più influente sul pensiero del movimento operaio successivo. “Esito fascista dello stalinismo”? Perché non “esito comunista dello stalinismo”? Sul permanente statalismo della sinistra Lei stesso riconosce la fondatezza del rilievo. Ed ho l’impressione che di quell’armamentario neppure Lei, forse, si sia del tutto liberato. Infatti: tutti nascono liberi (e in ciò consiste l’eguaglianza tra gli esseri umani: la “libertà eguale”, per citare Carlo Rosselli), tutto nascono diseguali (cioè hanno chances diverse di realizzare la propria libertà). Compito della politica è creare le condizioni per cui quelle chances siano date a ciascuno: non l’eguaglianza dei punti di partenza (perché non si dà in natura), non l’eguaglianza dei punti di arrivo (non si dà in nessuna società). Il comunismo ha tentato di realizzare l’eguaglianza dei punti di arrivo, utilizzando lo stato come redistributore di chances. Hanno costruito società piatte, bloccate e…diseguali. Ciò che si può dare a ciascuno è una strada liberata dagli ostacoli socio-economici. Libertà liberista? Certo che sì! Per Croce la libertà è solo politica e spirituale. Per Einaudi e Matteucci è anche economica. Il liberalismo non sta in piedi senza il liberismo. Naturalmente gli –ismi sono sempre un po’ astratti. Ma Lei che ammira, come me, il materialismo storico del sociologo Marx, converrà che Marx sarebbe liberale/liberista, oggi. Del resto Marx era un liberale, che diventò marxista perché riteneva che il liberalismo dovesse avere una base econonomico-sociale, che però il libero mercato dell’Ottocento non garantiva. Sul liberalismo/liberismo del PdL nutro anch’io forti dubbi. Che però mi vengono dalla considerazione delle politiche di governo più che della vita interna del partito. Trattasi di una monarchia assoluta. Tuttavia non molto diversa da quella di Bossi, di Fini, di D’Alema, di Veltroni, di Pannella ecc… Finchè i segretari di partito avranno il potere di determinare la composizione del Parlamento, potere sottratto agli elettori, alla democrazia italiana mancherà un pezzo. (Giovanni Cominelli)

 
25/02/2009 - risposta al commento di Corbetta (Gianmario Gatti)

In alcune scuole si: per esempio al Don Gnocchi di Carate Brianza. Infatti Cominelli ha tenuto un ciclo di lezioni sul 900 i cui atti sono pubblicati da DIESSE (didattica e innovazione scolastica) che puoi richiedere 0236587288.

 
25/02/2009 - A scuola le insegnano queste cose? (Alberto Corbetta)

Scrivo il mio primo commento ad un articolo de ilsussidiario. Spero di non essere troppo superficiale o impulsivo riportando ciò che di getto mi è venuto in mente. Confesso che ho fatto un piccolo sobbalzo sulla sedia dicendo a me stesso, classe 1964 laureato e abbastanza impegnato nella vita, che leggendo questo articolo ho finalmente iniziato a capire un frammento della nostra storia politica ed economica. Ho poi immediatamente pensato ai miei figli, sono ancora piccoli ma tra poco andranno a scuola, e mi sono subito chiesto: ma a scuola le insegnano queste cose? “…culture politiche di riferimento con le quali ex-PCI e ex-DC sono entrati nell’Assemblea costituente… paradigma fondativo dell’uguaglianza … affidandone allo Stato la realizzazione … Sturzo… Tupini… Rossetti …” queste cose che adesso mi fanno capire la storia della nostra Costituzione e della situazione politica attuale chi le insegna ai nostri ragazzi e a tutti noi? Grazie di cuore a Giovanni Cominelli e a il Sussidiario per questo ruolo veramente educativo prima ancora che informativo.