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CRISI PD/ Sapelli: la debolezza culturale? Il “prodismo”

La crisi della sinistra italiana è una crisi che riguarda tutto il nostro panorama politico: l’assenza di una vera base culturale. Anche i cattolici, da questo punto di vista, hanno molte responsabilità

prodi_pdR375.jpg (Foto)

L’elezione del nuovo segretario del Pd Dario Franceschini (con tanto di giuramento solenne sulla Costituzione, arricchito da riferimenti generali e personali all’antifascismo) non è certo la soluzione alla grave crisi che attraversa la sinistra italiana; gli attriti sulla questione del testamento biologico sono già lì a dimostrarlo. Il problema è più profondo rispetto a un semplice cambio al vertice, ed è essenzialmente un problema di carattere culturale. Una crisi che, come sottolinea Giulio Sapelli, ha lontane e profonde radici storiche, che troppo spesso, nel desolante scenario politico-culturale italiano, vengono trascurate.

Professor Sapelli, il problema principale che si intravede dietro lo scontro fra correnti del Partito democratico è quello di una sempre maggiore inconciliabilità tra gli ex Pci e i cosiddetti cattolici democratici: qual è la problematica culturale che sta alla base di questa crisi?

Si tratta di una questione che si è posta in diversi momenti della storia d’Italia. Già al tempo del declino dello Stato liberale, Sturzo e Turati intendevano fare un fronte comune contro il fascismo; anche allora il progetto fallì per un problema culturale. Se infatti l’appello di Sturzo ai “liberi e forti” riuscì a tramutarsi in un partito, il richiamo di Turati a “rifare l’Italia” fallì, perché egli era minoritario nel mondo socialista, un po’ come adesso il pensiero riformista è minoritario all’interno del centrosinistra. Quello fu il primo caso in cui fallì la saldatura tra queste due componenti.

Poi però l’incontro tra queste due anime c’è stato, e ha influito molto, nel bene e nel male, sulla storia politica dell’Italia repubblicana.

Certo, quella saldatura si realizzò, come noto, in un momento ben preciso: nell’Assemblea Costituente. In quel caso bisogna dare atto che ci fu un’operazione di grande profondità culturale, merito di grandissime personalità. Avevamo da una parte figure come Costantino Mortati, grandissimo giurista cattolico, come Capograssi, maestro di Moro; e poi lo stesso Moro, e anche Dossetti, sebbene la sua immagine sia poi stata indebitamente sfigurata dal “prodismo” (che col dossettismo non ha nulla a che vedere). Queste personalità hanno convissuto con Lelio Basso, con Togliatti (il cui contributo giuridico fu però di portata inferiore). In questo accordo – a prescindere dal giudizio che si può avere sull’accordo stesso, e che qui non fa testo – c’era dunque un immenso spessore culturale; e il nocciolo era in mano ai cattolici.

E poi?

Poi c’è stato un altro momento in cui la saldatura si è ricostruita, ma questa volta con basi culturali deboli: si tratta del compromesso storico. Da una parte, il pensiero di Berlinguer non ha nulla a che vedere con l’elaborazione teorica di cui abbiamo parlato prima. E d’altro canto, in quel momento la parte cattolica mancò del tutto, e non ci fu nessuno in grado di sostenere culturalmente quel progetto politico. Dunque, il fallimento di quel disegno non è spiegabile in termini solo di potere, bensì per l’assenza di una precisa base culturale.

Veniamo all’oggi. Si dice spesso che l’accordo tra queste due anime sia venuto meno anche per la prevalenza che hanno assunto nel dibattito pubblico i temi etici: è così?

Il problema non viene dai temi etici, e la situazione politica di più Paesi più inciviliti del nostro sono lì a dimostrarlo. Il partito laburista è figlio non del marxismo, ma delle chiese evangeliche; e Roberto Owen, fondatore del pensiero utopistico, era un buon cristiano. Ma basta pensare anche a figure come Maritain e Mounier. Quindi sul piano della fede si potrebbe benissimo continuare a difendere la vita e ad essere “di sinistra” (anche se non si capisce bene cosa questo significhi). Il problema allora è un altro: senza un’alta base di cultura politica, l’accordo non tiene. La sinistra oggi ha cambiato pelle e, dopo quella tragedia epocale che è stato il Sessantotto, è andata sempre più verso posizioni radicali e anticlericali (alla Guido Podrecca), che con la tradizione del Pci non c’entrano più nulla.

Ci spieghi meglio.

Facciamo un esempio: il gruppo dirigente del Partito Comunista discusse dieci anni se aderire o meno alla campagna sul divorzio. E Togliatti in un suo celebre discorso parlò dell’ispirazione religiosa come di un fattore progressivo. Tutto questo è stato completamente dimenticato.

Su quali basi allora si è cercato di tenere insieme, per di più in un solo partito, i cattolici e gli eredi del Pci?

L’unico amalgama di quest’ultima versione del centrosinistra è il potere. E questo è l’effetto del “prodismo”, cui già abbiamo accennato. Quando l’Unione Sovietica è venuta meno, la sinistra è andata o verso il movimento cooperativo, o verso il “prodismo”. Quest’ultima opzione è stata soprattutto frutto dell’intelligenza strategica di D’Alema, che ha capito che quello era l’unico ancoraggio al potere per l’ex Pci. Prodi è infatti l’unico vero erede di Gramsci in Italia, cioè colui che ha fatto diventare carne e ha implementato il concetto di egemonia. Questo è avvenuto in due modi: da un parte con la privatizzazione dell’Iri, dall’altra con una casa editrice come Il Mulino. Da lì passava la vera egemonia culturale (altro che egemonia dei comunisti!). Tutto ciò spiega il motivo per cui Prodi è stato l’unico in grado di vincere le elezioni, e di gestire il rapporto anche con Rifondazione. Ma tutto questo è poi fallito, proprio perché solo un progetto di potere, senza alcuna base culturale.

L’altro versante di questo problema è che il cattolicesimo liberale, come ricordava Ostellino, ha inciso pochissimo sulla vita politica italiana: perché questo filone non ha trovato adeguata rappresentanza?

Il problema è che anche il cattolicesimo liberale ha espresso culturalmente molto poco, e l’unica grande figura in questo senso è Giorgio Rumi, che non per nulla era un isolato. In questo discorso, poi, non terrei dentro don Giussani, come fa Ostellino. Giussani è un discorso a parte: è un cattolico americano sbarcato in Italia. Da una parte si ispira al problema tocquevilliano della common law, e al primato della società civile sullo Stato; ma allo stesso tempo è stato sodale con Mounier (che col cattolicesimo liberale non c’entra nulla) ed è stato un ispiratore del Concilio. Nel pensiero cattolico italiano, Giussani è dunque una sorta di marziano. Il suo pensiero (fondato su una cristologia molto impegnativa, sulla persona, sulla libertà, sulla comunità) è pre-politico. Poi si fa anche discorso politico, in un contesto in cui la sinistra deviava verso posizioni radicali, i cattolici democratici si occupavano solo di poltrone, e i cattolici di area liberale (quelli ora confluiti nel centrodestra) non brillavano certo di spessore culturale.

Quindi, come diceva in un suo recente editoriale Galli Della Loggia, anche l’avvicinamento tra cattolici e liberali, cui si è assistito nell’ultimo periodo, vacilla per questo motivo?

Sì, in un certo senso è così. Diciamo che il silenzio del laicato cattolico è il problema generale che sottende a tutto questo discorso. Da questo punto di vista, ciò che deriva culturalmente dall’esperienza di Comunione e Liberazione è un eroico tentativo di alzare il basso livello culturale del pensiero cattolico italiano.

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