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TESTAMENTO BIOLOGICO/ La Legge che ci difende dagli "spacciatori" di disvalori

giovedì 19 marzo 2009

Nel dibattito sul fine vita il frutto più evidente della semplificazione mediatica, cui siamo quotidianamente sottoposti, si rappresenta nel conflitto tra due posizioni antitetiche, l’una promotrice dell’autodeterminazione del singolo e l’altra dell’inviolabilità della vita umana. Così è gioco facile sentenziare che il ddl Calabrò è “incostituzionale” in quanto, conculcando la libertà di rifiuto della cura, finirebbe per imporre l’alimentazione forzata a chi non la vuole.

 

La realtà che emerge dal testo di legge è assai diversa e riguarda solo indirettamente la libertà di rinunzia ai trattamenti medici. La legge si occupa piuttosto della fase relativa all’attuazione delle cure da parte del medico, sul presupposto dunque che si sia attivata una specifica e peculiare relazione – la c.d. “alleanza” – tra medico e paziente. Nel percorso decisionale che può determinare una persona a rifiutare una cura, invece, rilevano solitamente più momenti di confronto: con se stessi, con i propri familiari, con la cerchia di persone più intime, persino amici e conoscenti, e, infine, con il medico curante.

 

Il ddl affronta esclusivamente quest’ultimo rapporto e lo fa escludendo che il medico si renda compartecipe di una scelta del paziente che contrasti con il suo codice deontologico. Il quale già – ovviamente - vieta i comportamenti indicati nel testo Calabrò, secondo il principio cardine che “Il medico, anche su richiesta del malato, non deve effettuare né favorire trattamenti diretti a provocarne la morte” (attuale art. 36 del codice di deontologia medica). Dunque il medico non può staccare il ventilatore salvavita o interrompere l’idratazione del paziente; cioè, per essere chiari, il medico non può fare ciò che alcuni orientamenti giurisprudenziali hanno legittimato nei casi Welby ed Englaro.

 

Ma allora dove sta l’incostituzionalità di un testo che si limita a confermare ciò che è già previsto nelle norme di deontologia, ampiamente e diffusamente condivise da medici e pazienti? Se la legge Calabrò fosse contraria alla Costituzione, a ben vedere lo sarebbero anche codice e comportamenti di milioni di medici che sino ad oggi lo hanno osservato.

 

E’ chiaro a questo punto che la posta in gioco è un’altra: che il medico si renda compartecipe della decisione del paziente anche quando questa vada contro la sua deontologia, così a consacrare per legge gli esiti delle vicende giudiziarie Welby ed Eluana. Ciò che allora è in discussione non è la libertà di rifiutare le cure, già ampiamente garantita come spazio di libertà potendo in qualsiasi momento il paziente o chi per lui rinunciare al ricovero (e così sarà anche a legge Calabrò vigente). Tantomeno il conflitto può ridursi tra paladini del diritto alla vita “a tutti i costi” e promotori dell’autodeterminazione “in tutti i casi”. E’ dunque solo una vulgata mediatica quella che caricaturizza il paziente attaccato forzosamente al sondino.

 

Chi critica il ddl, in apparenza reclamando la libera determinazione del paziente nei confronti del medico curante, mira all’obiettivo, ben più dirompente, del ribaltamento dei valori di fondo del nostro sistema giuridico-costituzionale che distingue con saggezza ed equilibrio tra scelte del singolo e scelte dell’ordinamento. Il delicato bilanciamento tra libertà dell’individuo e libertà di scelta dell’ordinamento si è, infatti, sin qui realizzato lasciando al primo i più ampi spazi purché la sua azione sia accettata dai consociati. Ove invece operi un giudizio di disvalore, l’azione del singolo rimane circoscritta in un ambito personale ed esercitata attraverso atti personalissimi e non delegabili.

 

E’ il caso dell’uso di stupefacenti: drogarsi fa male, ma il consumo è tollerato dall’ordinamento, non così però lo spaccio di stupefacenti. E’ il caso del suicidio: privarsi della propria vita non è accettato dai consociati, ma il tentativo di suicidio è immune da sanzione, non così per l’assistenza al suicidio che è un reato. Sulla stessa linea, è possibile rifiutare una cura pur quando ne va della propria salute, ma non esiste un correlativo diritto a coinvolgere il medico per porre fine alla propria esistenza. Questa è l’essenza della nostra democrazia che si fonda su valori e giudizi morali espressione di una comunità.

 

Ritenere invece che il giudizio sulle scelte del fine vita sia interamente individuale anche quando coinvolge comportamenti di chi, come il medico, è vocato alla cura del paziente, significa sradicare dalle democrazie la coscienza sociale di un popolo. E’ un paradigma inaccettabile e foriero di nefaste conseguenze perché l’anarchia dei valori storicamente ha sempre finito per rendere i deboli ancora più indifesi e i malati ancora più fragili.



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COMMENTI
20/03/2009 - Testamento biologico (dario Piersanti)

Gent.le Gambino ma come fa a dire che l’obiettivo di chi non la pensa come lei è quello di introdurre nel nostro Paese l’Eutanasia? Mi pare più un suo problema che un problema della collettività. Io sono medico e sono d’accordo con lei che compito del medico è sempre mettere in atto tutti i tentativi possibili per recuperare una migliore condizione di salute. Ma di grazia se un paziente in piena coscienza può rifiutare un intervento che lo porterà verosimilmente a morte mi spiega per quale motivo un paziente che avesse scelto nel suo testamento biologico di rifiutare le cure quando incosciente, una volta che si trovi malaguratamente in tale condizione non possa far valere più il suo diritto di scelta? Se il paziente incosciente non ha esercitato alcuna consapevole scelta ben vengano tutti i presidi medici possibili ma ove avesse esercitato una scelta per il non intervento mi spiega per favore per quale assurdo motivo la sua scelta non dovrebbe aver seguito? Ma si rende conto che lei e la legge che si stà discutendo pretendete di assumere decisioni per altri? Non credo che questo compito le spetti né tanto meno può spettare al politico ma solo al cittadino. E poi se lo immagina un cittadino che avesse scelto di non ricevere interventi terapeutici e che conservi la coscienza pur impossibilitato che si ritrovi alimentato e idratato contro la sua volontà? Le sembra un gesto di libertà e un gesto per la vita? saluti Dario Piersanti

 
20/03/2009 - Dentro e fuori dalle competenze (Luigi Crema)

Quelli che parlano di libertà totali non sanno cosa dicono: viviamo in uno stato in cui è obbligatorio mettere il casco perché se cadiamo dalla moto chi paga è il servizio sanitario nazionale... Il primo organo dello Stato che è sconfinato dalle sue competenze, affermando l'invadenza totalizzante dello Stato, è la Cassazione, che ha stabilito sulla vita e sulla morte di una persona che non ha mai espresso il suo consenso su tale problema. Lo Stato farebbe bene a non occuparsi di certe cose, tutto qui, né coi parlamenti, né coi giudici. Bisognerebbe lasciare alla persona, ai medici e ai familiari il compito di curare, e lasciare fuori da tale ambito gli scranni dei parlamenti e le cattedre della giustizia. Però in Italia il manipolo di persone chiamato Cassazione ha fatto sfoggio di troppa fantasia: è stato Giuseppe Englaro, andando in Tribunale, a chiedere di rendere pubblico un problema che prima si svolgeva tra medici, pazienti e familiari. Allora perché questi campioni della libertà si turbano adesso del fatto che la comunità reagisce in parlamento? Quando l'onda sarà passata, si potrà fare un passo indietro, e lasciare di nuovo a malati, parenti e medici la libertà di gestire le cure; oggi c'è un vento ideologico nella nostra società che merita di essere placato. Anche a questo serve la legge, anche se siamo in una società multiculturale, anche se siamo in una società libera. Questa legge è stata pretesa dai giudici della Cassazione con la loro decisione.

 
19/03/2009 - Il vero discrimine (Andrea Sartori)

Credo che il discorso sia condivisibile. Il vero discrimine, tuttavia, è, a mio parere, la distinzione tra cura ed assistenza, un aspetto che mi sembra sia stato trattato in modo ideologico o superficiale nel dibattito che si è svolto fino ad ora in Parlamento. A seconda che l'alimentazione e l'idratazione vengano o non vengano considerate cure, la questione cambia radicalmente. Ben vengano tutte le considerazioni di carattere etico e sociale, ma solo aprendo una discussione seria sulla natura dell'alimentazione e dell'idratazione forzata si arriverà ad una soluzione ragionevole sul fine vita.

 
19/03/2009 - Ma per favore... (Maurizio Zanetti)

Scrive Gambino: "Ritenere invece che il giudizio sulle scelte del fine vita sia interamente individuale... significa sradicare dalle democrazie la coscienza sociale di un popolo". Se fosse veramente così vorrebbe dire che nella nostra vecchia Europa siamo circondati da dittature. Hanno leggi o regolamenti sul fine vita quasi tutti i paesi europei. E TUTTI quelli che ce l'hanno danno la possibilità all'individuo di poter decidere da sano, a mente fredda, dopo accurata informazione col proprio medico, di poter dire ciò che vorrebbe fosse fatto al proprio corpo in caso un incidente o malattia lo portasse in quel regno di non vita che è lo stato vegetativo. Ne hanno discusso anche ieri sera a 8 e mezzo con il senatore (e medico e cattolico) Ignazio Marino che sta portando avanti un semplice principio di democrazia che sintetizzo: oggi io, Maurizio Zanetti, decido in piena coscienza che nel caso mi ritrovassi nella situazione della povera Eluana Englaro NON voglio cure, respirazioni forzate o sondini che la vita (quella vera) non mi ridaranno mai, permettendo invece al mio corpo di andare avanti per mesi o forse anni con delle cure che considero una vera violenza. Per passione vado in moto e il mio terrore non è cadere e rompermi qualche osso o morire sul colpo ma diventare un "vegetale" tenuto in vita artificialmente. E' democrazia che uno Stato decida per legge cosa fare di un corpo che è "vivo" solo perchè delle macchine lo fanno respirare o lo idratano? Per me non lo è.

 
19/03/2009 - Cos'é un popolo, cos'é uno stato. (Claudio Celli)

Tutto il ragionamento sarebbe sostenibile se valesse l'identità tra stato e popolo. In realtà non è così, o almeno non lo è più da tempo. Gli stati sono organismi che cercano di dettare regole di convivenza tra popoli diversi e non possono e non debbono identificarsi con uno solo di essi. Gli stati sono ormai multirazziali e multiculturali. Basta guardarsi intorno e se ne volete un segnale simbolico: il partito di Berlusconi si chiama "Popolo" delle Libertà, per significare che di un ben determinato popolo si tratta, all'interno di un tessuto più ampio, che è lo stato italiano. In fondo in Italia ci sono ormai milioni di mussulmani e continuano ad esserci milioni di atei. Senza parlare delle altre religioni: ebrei, valdesi, buddisti ... Quindi multiculturalità vuole anche dire molteplicità di valori, non unicità: accettando di riconoscere come legittimi valori "altri", anche quelli che per noi appaiono come disvalori. Certo questo nei limiti in cui tutti i valori siano sottoposti ad una analisi e ad una verifica con gli strumenti dell'etica. Multiculturalità é sopratutto la necessità che non si erigano steccati o si pretenda di rappresentare la molteplicità, se non attraverso la sintesi; ed è questo che lo stato deve poter fare: trovare una sintesi tra valori, stili di vita e culture anche diverse, nel totale rispetto delle differenze.