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SCENARIO/ Folli: ecco perchè il 7 giugno il Pd rischia di morire

Pubblicazione:mercoledì 22 aprile 2009

franceschini_ohR375.jpg (Foto)

 

Si intrecciano le vicende politiche legate direttamente o indirettamente al referendum elettorale; e il tutto si complica con l’avvicinarsi dell’avvio ufficiale della campagna elettorale per le europee e le amministrative del 6 e 7 giugno. Da una parte Pdl e Lega sembrano tutto sommato essere usciti rapidamente dal possibile rischio di un conflitto sul tema elettorale; il Pd di Franceschini, invece, continua a rimanere in una zona paludosa, cavalcando argomenti che al momento non sembrano garantire un maggior consenso. La strategia del nuovo segretario rimane perdente e molto rischiosa, al punto che, secondo l’editorialista de Il Sole 24 Ore Stefano Folli, potrebbe portare anche alla disfatta definitiva del partito.

 

Folli, partiamo dalla querelle sul referendum: era giusto risparmiare, oppure c’è una logica nel  mantenere differenziate le elezioni dai referendum?

 

Tenere distinte le competizioni ha una sua logica, innanzitutto perché chi vota per il referendum non deve essere condizionato da altri fattori. E poi ha sempre valore l’argomento per cui il referendum deve essere in grado di dimostrare autonomamente di coinvolgere almeno il 50% degli italiani. Chi ha messo la soglia del quorum ha esattamente pensato che ci dovesse essere una capacità reale e autonoma da parte del comitato referendario di parlare alla maggioranza del Paese.

 

Quindi il tema dello spreco non ha valore di fronte a questi argomenti?

 

Certo nella situazione attuale, segnata dalla crisi economica e dall’evento del terremoto, l’argomento di risparmiare dei soldi ha la sua validità, e ha anche un suo impatto sull’opinione pubblica. Questo va riconosciuto. Al tempo stesso però sono convinto che insistere molto su questo punto da parte dei referendari possa in realtà far passare un messaggio ambiguo, e cioè che il referendum sia di per sé uno spreco di soldi. Un messaggio sbagliato, perché il referendum è e rimane un istituto molto importante della democrazia, sebbene se ne sia fatto un uso non ottimale nel corso degli anni. Continuare a insistere sul tema dello spreco di soldi mi sembra una strategia che forse può servire nell’immediato, ma che alla lunga è controproducente.

 

A proposito invece dell’ipotesi rinvio di un anno: quali scenari aprirebbe questa soluzione, e quale interesse convergente potrebbero avere Pdl e Pd di fronte a questa ipotesi?

 

Penso che ci siano due interessi diversi, che convergono. Dentro il Pd c’è una parte consistente che vorrebbe un anno di più per impostare una riforma delle legge elettorale in Parlamento. Non che ci sia la garanzia di riuscirci: però un anno è un periodo lungo, per di più con in fondo la spada di Damocle del referendum. Per quanto riguarda Berlusconi, egli ha dimostrato un certo realismo: avrebbe potuto accelerare sul referendum, sfidando la Lega. Avrebbe cioè potuto tentare il colpo elettorale mettendola con le spalle al muro. Non l’ha fatto, facendo prevalere in questo caso l’interesse complessivo della coalizione e del Paese.

 

Si è detto che in realtà non avrebbe fatto altro che cedere al ricatto della Lega…

 

È un argomento che può anche essere vero, ma che non tiene conto del fatto che, come dicevamo, il ricatto era reciproco. Quindi mi pare che in realtà a prevalere sia stato il buon senso, e che insomma Berlusconi si sia comportato bene. Ora, tornando al discorso del rinvio di un anno, l’interesse per Berlusconi c’è, perché avrebbe modo di tenere la Lega sotto controllo per tutto questo tempo. Se ora si votasse e non si raggiungesse il quorum, la partita della legge elettorale sarebbe chiusa; se invece Berlusconi potesse disporre di un anno in cui usare continuamente l’arma della correzione della legge che toglierebbe alla Lega il grande potere che ha in Parlamento, la cosa sarebbe ben diversa.

 

Guardiamo alle elezioni vere e proprie: in che situazione si trova il Pd? Sulla stampa si è parlato di un rischio débacle, anche alle amministrative.

 

Il rischio c’è, ed è molto forte. Il modo con cui si stanno componendo le liste delle europee lo dimostra. C’è un generale venir meno dell’apporto di tutti coloro che normalmente si impegnano nella campagna elettorale, vale dire i vari personaggi di primo piano che mettono in moto la macchina del consenso. Qui sembra che tutti si siano defilati; e in fondo l’immagine di D’Alema in barca che fa la regata è simbolica di questo defilarsi. Mi sembra che Franceschini sia molto solo in questo momento. E questo è un grosso rischio, sia per le europee che per le amministrative.

 

Che cosa si rischia?

 

Che il Pd possa persino concludere qui la propria storia: una vera débacle comporterebbe infatti la fine di un progetto che, peraltro, già mi sembra abbondantemente ferito.

 

Pesa su tutto questo anche il battibecco, con toni pesanti (si è parlato di tradimento degli elettori), tra Pd e Italia dei valori sulla candidatura dei leader alle europee?

 

Franceschini cerca di recuperare sul fronte Di Pietro, ma lo fa in modo debole e fragile: non mi pare questo il modo giusto per recuperare voti. Non che sia sbagliato dire che è bene candidarsi se poi si ha realmente l’intenzione di andare al Parlamento europeo. Ma resta un argomento rarefatto, che non arriva e che soprattutto non interessa per nulla all’opinione pubblica. È nella nostra tradizione che i leader si presentino alle sfide elettorali. Impostare una rimonta su Di Pietro – che in questi mesi ha attaccato fortemente il Pd sotto ogni punto di vista – partendo da questo argomento mi sembra una prospettiva molto debole.

 

Quindi Berlusconi può rallegrarsi?

 

No, questa situazione difficile del Pd non deve rallegrare nessuno. A Berlusconi fa male che non ci sia un’opposizione; ed è il nostro stesso sistema che ne soffre. La sinistra, quando era al governo, ha avuto una forte opposizione in Berlusconi. Mentre adesso l’opposizione sembra essersi liquefatta, almeno nel suo asse centrale, cioè il Pd. Poi c’è l’opposizione di Di Pietro, che certo è insidiosa ma non è tale da costituire un’alternativa; e anche quella di Casini, che sa tenere bene il suo partito, ma non può avere una strategia autonoma, e deve accordarsi con il Pd se vuole proporre un’alternativa. Un Pd ai minimi termini dà a Berlusconi una forza immensa, ma crea anche un grande rischio: davvero crediamo che si potranno in tali condizioni fare riforme compiute in questa legislatura, nel senso di rinnovare in maniera equilibrata la Costituzione? Mi sembra difficile; l’ha capito benissimo Bossi, che sul federalismo fiscale ha cercato di avere il consenso dell’opposizione. Se dunque il Pd avrà una disfatta potremmo assistere a un’esplosione dello scenario politico attuale.

 

(Rossano Salini)

 



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