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LEGGE 40/ Le amnesie di Fini: parla delle donne, ma dimentica le famiglie

L’accoglienza riservata dal presidente della Camera alla sentenza della Corte Costituzionale sulla legge 40 stupisce per due motivi: non difende il ruolo del Parlamento e parla di donne in astratto, a prescindere dal contesto in cui i figli vengono generati

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L’accoglienza riservata dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, alla sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato incostituzionali due passaggi della legge 40 sulla fecondazione assistita, è destinata a suscitare qualche perplessità. Non solo perché proviene da una figura istituzionale che, specialmente negli ultimi tempi, si è distinta per la difesa del ruolo del Parlamento: un ruolo che proprio la Consulta sembra ora voler mettere in discussione, intervenendo su una legge approvata da entrambe le Camere con una maggioranza trasversale, e quindi confermata dal fallimento di un referendum abrogativo che chiamava direttamente in causa la volontà popolare. Ma anche perché, motivando la sua soddisfazione, Fini ha parlato di una sentenza che rende giustizia alle donne.

 

È già di per sé significativo il fatto che Fini non parli di famiglie, ma di donne: come se la procreazione fosse una questione che riguarda esclusivamente le madri, a prescindere dall’altra metà della coppia, regolare o occasionale che sia. Una prospettiva che, anche dal punto di vista femminile, si fa fatica a definire giusta, nella misura in cui rovescia tutta la responsabilità della nuova vita sulla donna; proprio mentre, su altri versanti, continuano a levarsi voci in difesa di una condivisione sempre maggiore degli oneri familiari tra i due genitori, a partire dalla cura dei figli. Ma la terminologia utilizzata dal presidente della Camera non è casuale: riflette una posizione ormai largamente diffusa nel nostro paese, che assegna alla natalità il valore di un obiettivo assoluto, anche svincolata dalla maternità. Insomma, basta fare figli: senza necessariamente preoccuparsi di chi li alleverà, di chi li educherà, di chi li amerà. Non a caso, accanto alla procreazione a tutti i costi si prefiggono alle donne obiettivi altrettanto assoluti, come la produttività a tutti i costi: quella che impone alle madri lavoratrici, impegnate nella rincorsa di una carriera sempre più ambiziosa, di dedicare il minor tempo possibile ai loro bambini durante la vita professionale, delegandone l’accudimento via via ad asili nido, tate, scuole, corsi di inglese e di tennis.

 

Chi parla in nome e per conto delle donne, spesso attribuendo loro il proprio pensiero, le vorrebbe fertili e feconde a comando, anche se questo dovesse costare loro la salute; e poi, sempre a comando, puerpere già pronte a rientrare al lavoro, anche se questo dovesse privarle del prezioso contatto con quei figli tanto desiderati; e infine, ancora a comando, professioniste realizzate, anche se questo dovesse costare alla loro famiglia la perenne assenza da casa. Prima di decidere se questo sia o meno giustizia per le donne, dunque, occorrerebbe forse riflettere su quelle che Sorrentino chiamerebbe “le conseguenze dell’amore”: se non che sorge il sospetto che in tutta questa faccenda, l’amore c’entri ben poco.

 

 

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