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PDL/ La premessa per la Terza Repubblica e per un nuovo bipolarismo?

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Domenica 29 marzo 2009 – data di fondazione del più grande partito italiano – potrà essere ricordata nella storia del nostro Paese in due modi. Primo, come la fine di quell’interminabile fase di transizione, durata più di quindici anni, in cui stava per arenarsi definitivamente un sistema istituzionale agonizzante. Secondo, come la nascita della tanto auspicata Terza Repubblica.

La nuova fase storica che si apre con la costituzione del PDL non vedrà più il nostro Paese bloccato dalla patologia di un becero bipolarismo muscolare che lo ha reso incapace di svilupparsi attraverso processi decisionali finalizzati al bene comune. Non vedrà più le due coalizioni politiche italiane asserragliate nelle proprie ridotte con il solo ed unico fine di distruggersi a vicenda in un logorante e perenne scontro di trincea. Non vedrà più un sistema bipolare ostaggio di posizioni radicali ed antagoniste, appiattito sulla logica barricadiera della rissa tra tifoserie contrapposte e del puro scontro ideologico, che non ha fatto bene al Paese e non ha fatto il bene del Paese. Non vedrà più il nostro sistema politico parlamentare sprofondato in quella grave crisi di legittimazione in cui fu affossato, negli anni del furore giacobino di tangentopoli, da un’alleanza spuria tra sinistra e parte della magistratura.

Oggi, un partito che può concretamente assumere una vocazione maggioritaria, che punta realisticamente al 51% dei consensi pone davvero fine alle supreme alchimie d’una politica ridotta a parole gonfie e vuote (bipartitismo imperfetto, sistema bipolare di coalizione, ecc.) così drammaticamente lontane dall’attenzione e dall’interesse dei cittadini.

Oggi sta davvero per realizzarsi quella rivoluzione liberale, borghese e popolare, moderata e interclassista, di cui il nostro Paese ha un impellente e assoluto bisogno.

La garanzia che non si tratti di un mero slogan sta nell’aver ancorato i valori fondanti del neonato PDL proprio al programma del Partito Popolare Europeo, quel PPE Action Programme in cui, tra l’altro, si fa esplicito riferimento alle “Christian-Jewish roots”, alla “social market economy”, al “principle of subsidiarity”, ed in cui si afferma chiaramente la “pre-eminent dignity of the person”. È in quello stesso programma, peraltro, che gli uomini vengono definiti come «esseri unici ed irripetibili, capaci di partecipare alla realizzazione del proprio destino».

In questo senso non appare banale e scontata la scelta del nome del nuovo partito – Popolo della libertà –, se ci chiediamo seriamente cosa si intenda per popolo e cosa davvero significhi libertà.

Non credo di aver trovato una definizione migliore di quella coniata dal geniale prete brianzolo Don Luigi Giussani quando scriveva: «Un ideale di vita umana o più umana non può non suscitare l’interesse della gente che in qualche modo si riconosce amica e collabora in vista di un percepito o supposto ideale di migliore umanità e cerca di trovare anche gli strumenti per realizzare questo ideale. Questo è un popolo». Non c’è da aggiungere una sola parola a tale definizione. Così come appare compiuto il concetto di libertà definito dallo stesso Giussani: «La libertà è per l’uomo la possibilità, la capacità, la responsabilità di compiersi, cioè di raggiungere il proprio destino». In questo senso la libertà è quel livello della natura in cui l’uomo diventa capace di aderire a ciò che lo spinge verso il giusto ed il bene, è il riconoscimento di un’appartenenza, è la capacità, in ultima analisi, di un rapporto con l’infinito.

Se dietro il marchio di fabbrica della nuova formazione politica stanno questi concetti allora davvero possiamo considerare concluso l’incubo di quella contrapposizione ideologica che ha ammorbato la vita politica del nostro Paese in questi ultimi quindici anni.

Allora davvero possiamo sperare che torni a ricomporsi una comunità di uomini liberi e forti capaci di riconoscersi amici e di lavorare insieme per il bene comune della nostra nazione.

Allora davvero possiamo sperare in una società capace di porre al proprio centro la dignità dovuta ad ogni essere umano in tutte le fasi della sua esistenza, ed in particolare quando è più vulnerabile: all'inizio e alla fine del ciclo vitale, come anche nella malattia, nella debolezza e nella disabilità.

Allora davvero quello che, una sera del gennaio 1994, a molti sembrò un buffo omino apparso con l’allegra irruenza di un jack-in-the-box, irriso dai soloni della politique politicienne, sarà destinato a passare per sempre alla Storia.



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