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Politica

POLEMICHE/ Cosa c’è dietro all’attacco del Financial Times a Berlusconi?

Il quotidiano inglese ha picchiato duro sull’anello debole dell’Ue perché sa che il momento è storico e la supremazia economica del Regno Unito, garantita appunto dalla centralità della City, è a fortissimo rischio

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L’attacco del Financial Times a Silvio Berlusconi è di quelli che lasciano il segno, ma sarebbe un errore madornale ricondurlo all’ondata di sdegno innescata dal cosiddetto “caso Noemi”. Non esiste infatti popolo più pragmatico di quello inglese e non esiste inglese più pragmatico di chi lavora nell’ambito finanziario, a qualunque livello. La regola aurea è e resta una sola: business as usual. Il resto - alcove, ville, camere da letto, cene sociali o compleanni - da queste parti contano nulla. Tanto più che in questo momento la Gran Bretagna, scossa com’è da uno scandalo che vede deputati e deputate chiedere ai contribuenti il rimborso di mangimi per pesci rossi e Tampax, ha ben altro a cui pensare che unirsi alle schiera di indignati speciali per il presunto caso Lewinsky all’italiana.

Il motivo dell’attacco da parte del quotidiano della City è altro e ben più serio: la Gran Bretagna, intesa come sistema economico basato per i quattro quinti sul settore finanziario, teme come non mai l’isolamento e il ridimensionamento. L’asse renano Merkel-Sarkozy è ormai imperante, lo stesso Economist ne ha pagato il tributo tre edizioni fa con una copertina che lasciava ben poco all’interpretazione e Londra cerca una sponda, fosse anche soltanto per una pura operazione “di rottura”.

Il problema è che Silvio Berlusconi, mai molto amato Oltremanica, ha da un lato un rapporto privilegiato con quella Russia che dopo il caso Litvinenko e le accuse di spionaggio al British Council è sempre più nemico giurato del Regno Unito e dall’altro sembra ormai aver dato vita a un silenzioso appeseament verso l’asse franco-tedesco, come d’altronde dimostrano la sintonia fra i tre ministri delle Finanze in tema di regolazione dei mercati e il recente corteggiamento Fiat-Opel.

La Gran Bretagna ha paura, inutile negarlo. È di ieri la notizia che dalla fine del 2010, 1300 filiali bancarie - un decimo del totale in Inghilterra - riconducibili ai marchi Abbey, Bradford&Bingley e Alliance&Leicester cambieranno nome e diventeranno soltanto Santander, ovvero l’istituto spagnolo che le controlla. Centinaia di anni di attività bancaria britannica cancellati in un attimo: cambia poco a livello operativo ma non a livello di orgoglio. Inoltre il risiko dell’industria automobilistica europea potrebbe vedere proprio la britannica Vauxhall, controllata da GM Europe che a sua volta controlla Opel, pagare il prezzo più alto alle operazioni di fusione in atto: 5mila posti di lavoro potrebbero prendere il volo dopo le già disastrose operazioni messe in atto da Rover.

Di più, martedì il Daily Telegraph apriva le proprie pagine finanziarie con un commento che appariva una sentenza già dal titolo: «Siamo onesti, se non facciamo derivati, cos’altro possiamo fare?». Il concetto era chiaro: le nostre industrie, nonostante le tentazioni di Lord Mandelson di dar vita a una sorta di Iri in salsa britannica, sono disfunzionali e non competitive rispetto agli altri paesi europei e, soprattutto, ogniqualvolta lo Stato ha messo mano ha fatto disastri. «Non sarebbe meglio tornare ad amare la City», era la sconsolata ma lucida chiusura del pezzo.

Insomma, il Financial Times ha picchiato duro sull’anello debole dell’Ue perché sa che il momento è storico e la supremazia economica del Regno Unito, garantita appunto dalla centralità della City, è a fortissimo rischio. La crisi ha fatto evaporare le ricette da Chicago Boys che avevano trasformato i paesi dell’Est europeo in alleati convinti della Gran Bretagna in sede comunitaria, l’asse franco-tedesco punta all’egemonia, la Spagna si accoderà al carro dei vincitori per convenienza (le loro banche controllano molte di quelli inglesi ma disoccupazione e mercato immobiliare sono emergenze reali), la Tigre Celtica irlandese si è trasformata in un gattino impaurito e statalizzato: resta l’Italia, forte nella manifattura, esportatrice di ferro e soprattutto concorrente potenzialmente vincente di Francia e Germania.

Cercare di rompere l’idillio, questa è la necessità del Financial Times. Non certo ergersi a censore dei costumi di un caso patetico e miserabile che in troppi stanno caricando di significati e aspettative che non ha. La politica è altro. L’economia, poi, proprio un altro pianeta.

(Tratto da Il Riformista del 28 maggio 2009) 
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COMMENTI
28/05/2009 - G8 (vincnzo lapenta)

E se gli Inglesi avessero paura degli standard etici dei quali parla Tremonti per il prossimo G8 a L'Aquila? Potrebbe essere la fine della finanza disinvolta, ergo della City... (gli Inglesi non ci hanno mai amato, comunque...)

 
28/05/2009 - chiarezza (alessandra de pra)

Grazie per questa chiarezza espositiva e per l'immagine nitida che ne risulta su una vicenda intorbidita fin troppo da interventi pseudo moralistico-femministi. Sono talmente stufa di leggere Dacia Maraini che consola Veronica Lario, sentire Dario Franceschini che si preoccupa di come cresceremo i nostri figli, mentre tutti si guardano bene dall'affrontare il nocciolo della questione. Personalmente gradirei che i nostri politici fossero tutti persone moralmente rette, il motivo per cui li eleggo però non è che mi diano il buon esempio ma che facciano il loro mestiere bene.

 
28/05/2009 - divide et impera (Giuseppe Crippa)

Al contrario, direi. Credo che Mauro Bottarelli, che si distingue per l’incisività delle sue analisi (oltre che per uno stile di scrittura fluido e godibile) dia un’interpretazione precisa di questa mossa tattica dell’establishment finanziario britannico, che sta vivendo un momento di particolare incertezza e paura del futuro. Con una Unione Europea di fatto inesistente nonostante quanto siano costretti a dire i candidati al Parlamento Europeo, in un sistema capitalistico comunque competitivo nel quale ciascuna nazione cerca di ritagliarsi un suo spazio, l’aurea regola del “divide et impera” resta comunque valida. Un grazie a Bottarelli per le sue puntuali analisi: credo che anche lui, spesso, si auguri di sbagliarle…

 
28/05/2009 - bah (michele schiavone)

Certo che tentare di allontanare l'Italia dall'asse franco-tedesco criticando il premier italiano, se fosse effettivamente vero, non mi sembra un gran che di strategico...