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GHEDDAFI/ Il filo rosso tra Roma e Tripoli che può fermare Al Qaeda

Pubblicazione:venerdì 12 giugno 2009

gheddafi_firma_R375.jpg (Foto)

Sembra abbastanza complicato spiegare la visita in “pompa magna” del colonnello Gheddafi in Italia. E' in verità un fatto principalmente dovuto a una deformazione mediatica della stampa occidentale, italiana compresa. Ma se si guarda oltre il fumo delle articolesse di tanti anni, emerge una realtà ben diversa.

 

Sarebbe sbagliato affermare che non ci siano stati contenziosi tra Italia e Libia, anche molto pesanti in questi anni. Tuttavia nei momenti topici, fin da quando il colonnello rovesciò il vecchio re Idriss, c'è sempre stato un filo rosso, sottile ma saldo, tra i governi italiani che si sono succeduti in questi anni ( anche e soprattutto durante gli anni della cosiddetta prima repubblica) e il governo di Tripoli.

 

Chissà come mai, negli anni del “Gheddafi terrorista”, oppure della Libia iscritta d'ufficio nella lista degli “Stati canaglia”, (con una sequenza di accuse di stragi che è lunghissima ) nessuno si scandalizzasse che il colonnello, attraverso i suoi uomini, potesse intervenire pesantemente, e in modo quasi insperato, nel capitale della Fiat. Per poi uscirne al momento giusto, senza creare grandi problemi. Chi si muoveva a quell'epoca ? Mediobanca o solamente la Fiat? Per favore, non facciamo ridere.

 

E chissà per quale ragione, mentre gli americani decidevano il bombardamento del golfo della Sirte, l'avviso di tutelarsi personalmente, al colonnello Gheddafi arrivava direttamente per telefono da Palazzo Chigi. Che cosa erano fatti di amicizia personale ? Oppure trame oscure di politica filoaraba ? Anche in questo caso sarebbe opportuno ripetere: non facciamo ridere.

 

Il problema è che, anche nella grande confusione politica di questi anni, un minimo di politica e di realpolitik, soprattutto, c'è sempre stato. La geografia viene sempre prima della politica e chi per chi guardi anche distrattamente il mappamondo capisce che le grandi scelte politiche si devono adattare alla carta geografica. E si sa, tanto per non girare intorno ai problemi, che fin dal 1974 l'Italia ha stabilito rapporti strettissimi con la Libia di natura soprattutto economica.

 

E' un rapporto di mutua dipendenza. L'Italia, attraverso le sue aziende, offre tecnologia in settori come l'edilizia, i trasporti e la difesa. I libici ripagano garantendo l'accesso al petrolio e ai capitali freschi che arrivano con i petrodollari. Questo rapporto mutualistico ha reso la Libia un Paese ricco, dove si vive relativamente bene, se non si considerano i metri di misura delle democrazie occidentali, soprattutto da un punto di vista dei diritti democratici.

 

Intorno a questo solido rapporto economico, che non è mai cessato, ma che anzi oggi è incrementato, si è sviluppato un altro problema grandissimo : il ruolo che svolge il radicalismo islamico nel processo di globalizzazione. C'è stato veramente un momento drammatico. Negli anni Novanta, quando il radicalismo islamico andò al potere in Algeria e quindi invase un'area strategica decisiva, quella del Mediterraneo, che arriva sino alla “polveriera” del Medio Oriente. Se il radicalismo islamico si fosse stabilmente insediato in Algeria e si fosse espanso in tutto il Magreb, fino alla Libia, la carte a disposizione di Al Qaeda sarebbero oggi molto diverse e molto più pericolose.

 

Al Qaeda non si limita solo al terrorismo, ma a una complessa strategia che contempla il terrore e si sviluppa per via economica e in altri settori decisivi della vita sociale globale . L'importante, in una situazione come questa, era proprio quella di collegarsi ancora di più ai Paesi dell'Africa del Nord, cercare una incessante mediazione nello scacchiere mediorientale e costituire, all'interno del mondo arabo, un autentico fronte antiterroristico.

 

E' difficile capire se gli americani avessero previsto tutto questo e avessero considerato le anime diverse all'interno del mondo islamico. Di certo lo hanno compreso gli europei, Italia e Francia in primo luogo. Ed è forse convenuto avere proprio un “battagliero eroe del terzo mondo e di una ex colonia”, che alla fine si piega sempre (anche tra discorsi bellicosi) alle ragioni dello sviluppo economico che riguardano una grande area geografica come il Mediterraneo, in un clima di cooperazione.

 

Certo può fare effetto che Gheddafi arrivi a Roma stuzzicando: “Sono qui perché mi avete chiesto scusa”. Oppure mostrando la foto di un eroe libico anti- italiano. Oppure ancora paragonando il presidente americano Ronald Reagan e Bin Laden. Ma il problema più importante in questo momento è quello di sviluppare un “grande gioco” nell'area mediterranea saldando gli interessi dei paesi arabi a quelli dei paesi europei. Di fatto attirando fuori dalla grande e terribile strategia di Al Qaeda grandi paesi che sono ugualmente mussulmani. In questo caso, si può dire che gli interessi economici condivisi tra Italia e Libia, fanno di Gheddafi un alleato “prezioso”. Anche per gli americani.



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