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ELEZIONI/1. Lupi: i ballottaggi? Un voto politico per dire basta ad attacchi e delegittimazioni

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Ballottaggi e referendum elettorale: il 21 e il 22 giugno si torna alle urne, e le sfide aperte sono importanti. Sebbene sia naturale, da parte degli elettori, un certo “rilassamento” dopo la sbornia elettorale appena passata, è comunque fondamentale capire per che cosa si vota domenica e lunedì prossimi, e quali sono i contenuti politici di questo appuntamento.

Secondo il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi è proprio sul contenuto politico dei ballottaggi - soprattutto di quelli, come ad esempio Milano, che più sono sotto i riflettori dei media - che è necessario concentrarsi. La situazione attuale, in particolare l’asprezza dello scontro politico cui stiamo assistendo in questi giorni, secondo Lupi richiede, realisticamente, la concretezza di un voto politicamente “utile”.

 

Lupi, qual è il particolare significato politico dei ballottaggi per cui si vota domenica e lunedì prossimi?

 

Come sempre, anche in questo caso bisogna guardare con estremo realismo alla situazione contingente. Abbiamo alle spalle le elezioni europee, che hanno dato un esito chiaro: un’affermazione e quindi un consolidamento della maggioranza di governo, e una forte stabilizzazione del Popolo della libertà, sebbene non abbia raggiunto quel 40% che era stato indicato come uno degli obiettivi cui si poteva aspirare. Oltre a questo, ci sono state le elezioni amministrative, che hanno registrato una forte domanda di cambiamento e di discontinuità in molte delle realtà locali che fino a ieri erano amministrate dal centrosinistra. In questo contesto i ballottaggi di domenica possono assumere un forte significato politico, alla luce anche della situazione di grande asprezza e durezza dello scontro tra maggioranza e opposizione.

 

Perché il voto dei ballottaggi potrebbe aiutare a modificare questo contesto di muro contro muro?

 

Innanzitutto bisogna ricordare che tale scontro politico è assolutamente negativo: il continuo e pesante attacco finalizzato sempre a demonizzare l’avversario con mezzi non politici è qualcosa che va contro l’interesse di tutti. Continua infatti a protrarsi (lo abbiamo visto anche ieri) quello che già è successo in campagna elettorale: non il confronto e magari anche lo scontro sui contenuti e sul merito delle questioni, ma la delegittimazione dell’avversario attraverso argomenti che nulla hanno a che fare con il dibattito politico. Quindi i ballottaggi possono aiutare a dare un segnale: confermare il dato emerso il 6 e 7 giugno, e dare più voce agli italiani che vogliono essere governati da chi è stato votato, e che vogliono giudicare la maggioranza sulla base di quello che fa.

 

Uno degli appuntamenti più importanti è certo quello della provincia di Milano: anche in questo caso dunque vale il richiamo al voto “politico”?

 

Quello è naturalmente il palcoscenico più importante e più in vista. Proprio lì è necessario far esprimere con chiarezza un voto che bocci la politica di un partito come il Pd, che ha perso la sua identità popolare, cosa di cui sicuramente mi dispiaccio. Il Pd di Franceschini ha dimenticato le radici popolari, ha perso il contatto con la gente, non è in grado di dare risposte ai problemi che il popolo pone su temi come sicurezza, economia, welfare, e sceglie per giunta la strada populista e giustizialista di Di Pietro. Allora credo che sia utile una bocciatura di questa linea, anche in vista del congresso che il Partito democratico dovrà fare in autunno.

 

Quindi lei richiama a un segnale politico in entrambe le direzioni: utile alla maggioranza, ma utile anche all’opposizione per cambiare linea?

 

Sì. Per chi governa il segnale deve essere quello di capire, proprio perché si tratta di elezioni amministrative, che la vera sfida è sui contenuti, e consiste nella responsabilità, una volta vinte le elezioni, di intervenire sui temi che contano (i servizi, le infrastrutture, il grande tema della sussidiarietà negli enti locali, la libertà di impresa ecc.); per l’opposizione, il segnale deve essere il richiamo a confrontarsi su questi temi, e non a scegliere la strada che sembrerebbe la più facile per aumentare il consenso, ma che in realtà non sortisce altro effetto che allontanare ancor più la gente dalla politica.

 

Domenica si vota anche per il referendum: qual è la sua posizione in merito?

 

Due anni fa, quando fu proposto, fui uno dei sostenitori più convinti del referendum. Questo perché allora avevamo un quadro politico totalmente differente: le coalizioni erano concepite solo come modo per contrastare l’avversario, e si metteva dentro tutto e il contrario di tutto pur di vincere. Inoltre, c’era una proliferazione enorme di partiti: in Parlamento c’erano ben 21 gruppi. Ora la situazione è cambiata.

 

Che cosa è cambiato adesso?

 

Nelle elezioni del 2008, anche grazie all’iniziativa politica di Veltroni e Berlusconi e le scelte del Pd e del Pdl, il sistema si è semplificato: in Parlamento non abbiamo più 21 gruppi, ma 5; le coalizioni non si fanno più per abbattere il nemico, ma sulla base di una condivisione di valori e di programmi, come accade tra Pdl e Lega. E quando ci si allontana da questa strada si viene puniti, come dimostrano le bocciature dei partiti minori. A un anno di distanza i cittadini hanno confermato questa strada. A questo punto, che senso ha ancora il referendum? E che implicazioni avrebbe un referendum che portasse un partito dal 35% delle urne al 51% del Parlamento? E lo dico, evidentemente, anche contro l’interesse immediato del Pdl. Il Parlamento, nella sua autonomia, deve ora lavorare per rafforzare questa semplificazione del sistema che già è stata attuata. Tanto più che questo referendum non affronta l’aspetto che sarebbe più importante, cioè la partecipazione dei cittadini attraverso le preferenze.

 

In sintesi: non voterà per il referendum?

 

Esatto: domenica andrò a votare convintamente al ballottaggio per Podestà, mentre invece non ritirerò le schede per il referendum.

 

 



© Riproduzione Riservata.
 

COMMENTI
18/06/2009 - perchè astenersi al referendum?! (Elisabetta De Marinis)

dopo un attenta lettura di questo articolo, così come di altri, non ho tuttavia compreso le ragioni dell'astensione: 1. la possibilità di governare con la maggiornaza assoluta non è proprio ciò che si ricercava con l'introduzione del bipolarsimo: "chi vince governa, chi perde controlla(e si rifà, salvo sfiducia, alla tornata successiva)"? 2. ciò che è accaduto con la vicenda mastella è un'ipoteca sulle poltrone parlamentari che ha poco a che vedere con la democrazia, o no? veramente non vogliamo eliminare, per quanto poco sia, questo sistema ricattatorio che, di fatto, penalizza la governabilità del paese? 3. sono veramente cambiate le condizioni e la corsa a saltare sul carro del vincitore/ implorare i mini partiti dei loro favori non si ripresenterà alle prossime elezioni, perchè "le coalizioni non si fanno più per abbattere il nemico, ma sulla base di una condivisione di valori e di programmi"(?!)? io ben capisco il deficit di democrazia che si denuncia, ma mi sembra un problema del sistema scelto (sinceramente io personalmente rimango una convinta sostenitrice del proporzionale!), altrimenti il rischio è di prendersi tutti i difetti del bipolarsmo: votare un partito che non ti rappresenta del tutto (perchè è un po' un'arca di Noè), ma senza essersi tolti di torno i ricatti e i veti che derivano dall'esitenza di partiti minori. tutto ciò mi spingerebbe (per quanto poco incida questa riforma) a votare sì. qualcuno può spiegarmi perchè non farlo? grazie

 
18/06/2009 - Appunto: attacchi e delegittimazioni (Maurizio Rampinelli)

Nelle notizie di oggi de IlSussidiario.net si legge una dichiarazione dell'On. Maurizio Lupi che afferma, in merito alle indagini aperte dalla Procura di Bari su Berlusconi: "Sembra proprio che al peggio non ci sia mai limite. La spazzatura messa insieme in questi giorni serve solo, l'hanno capito tutti benissimo, per tentare l'ennesima volta di screditare un Presidente del Consiglio che non si è in grado di battere politicamente. Così Maurizio Lupi, Vice Presidente Pdl della Camera. «Chi gioca con “le vite degli altri” - dice - vuole sovvertire la volontà degli elettori che hanno però confermato la loro piena fiducia in Silvio Berlusconi anche nelle elezioni di pochissimi giorni fa..." Ancora una volta l'affermazione che il bipolarismo italiano stia maturando pare purtroppo oggettivamente superata dai fatti. Probabilmente i quesiti del referendum, così come sono posti, non servono a molto, come Maurizio Lupi in effetti afferma; visto però che il "miglioramento" del bipolarismo non limita la delegittimazione dell'avversario, una "spallata" all'attuale sistema elettorale che non permette la preferenza e, secondo me -proporzionalista convinto-, è fra le cause dell'"incattivimento" del dibattito politico, in un modo o nell'altro va data. Senza contare che il NON ritiro delle schede dei referendum potrà essere "contabilizzato" a proprio favore dalla Lega: ma qui certamente non posso insegnare nulla a chi il politico lo fa di mestiere.