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ENERGIA/ Ortis: troppa speculazione, facciamo una borsa del petrolio europea

Pubblicazione:venerdì 31 luglio 2009

piattaforma_petrolifera_R375.jpg (Foto)

 

La crisi della finanza globale ha perturbato in modo molto pesante anche il mercato dell'energia, da sempre punto nevralgico nei rapporti tra gli stati e spesso fattore discriminante per lo sviluppo armonico e sostenibile di un paese. Alessandro Ortis, presidente dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas, illustra a ilsussidiario.net tutte le sfide che attendono l'Europa - e l'Italia - in campo energetico. Per far ripartire lo sviluppo.

 

Presidente, nella sua recente relazione al Parlamento ha affrontato il tema dei prezzi delle materie prime energetiche, che anche dopo il rientro dai picchi dell'anno passato continuano a destare preoccupazione. Lei accenna alla relativa mancanza di trasparenza nei prodotti derivati legati alle commodities energetiche e al ruolo della speculazione. Vede un parallelo con i problemi all'origine della crisi dei mercati finanziari?

 

Lo tsunami petrolio che lo scorso anno ha investito l’economia mondiale è una delle concause dell’attuale crisi, anche se l’importanza di questo elemento non è forse stata molto ben evidenziata. Tutt’ora la forte volatilità delle quotazioni e l’abnorme speculazione sui mercati costituiscono una minaccia per il forte impatto sui sistemi energetici e, quindi, sulle bollette di famiglie e industrie. I prezzi dei prodotti petroliferi si formano ancora senza adeguate regole di mercato, su piattaforme opache ed esposte ad aggressive speculazioni finanziarie, provocando eccessiva volatilità. È quindi evidente la necessità di accordi di governance e regole internazionali che mortifichino la stessa speculazione, migliorando la trasparenza, l’efficienza e l’affidabilità dei mercati. Un sistema istituzionale di regole cornice, quindi, cui associare sorveglianza, controlli e regole di portata coerente con le dimensioni dei vari mercati o sistemi rilevanti, compresi quelli continentali e globali.

 

Cosa si può fare nel frattempo?

 

In attesa di questi auspicati accordi di governance, per non rassegnarci alle forti volatilità dei prezzi del barile e alle relative speculazioni, senza tentar di incidere su di esse con la voce unica e forte di 500 milioni di consumatori europei, abbiamo accolto con vivo interesse l’invito del Ministero dello Sviluppo Economico ad approfondire insieme la proposta per una iniziativa da assumersi sollecitamente, già a livello Ue. La proposta che approfondiremo, coinvolgendo esperti di settore, riguarda la realizzazione di una vera borsa del petrolio europea, regolamentata, aperta ad operatori selezionati, per negoziare prodotti standardizzati di lungo o lunghissimo termine, con consegna fisica in Europa e garantiti da affidabile controparte centrale europea.

 

Un altro richiamo è centrale nella sua relazione, quello al mancato sviluppo delle infrastrutture tanto necessarie per la sicurezza dell'approvvigionamento e per lo stesso sviluppo del mercato. Non mancano tanto i capitali - lei nota - proprio perché le tariffe definite dall'Autorità fanno di questi investimenti un “approdo sicuro” a fronte dell'incertezza degli investimenti in altri settori. Il problema sta nei percorsi autorizzativi, ancora lenti ed incerti. Quali suggerimenti si sente di ribadire?

 

A livello mondiale e non solo italiano si sta confermando il ruolo cruciale di regolazioni stabili ed indipendenti per sostenere gli investimenti in infrastrutture a rete e l’efficientamento dei costi dei relativi servizi. Infatti le caratteristiche di trasparenza e prevedibilità dei sistemi tariffari, applicati dalle Autorità indipendenti hanno consentito di mantenere basso il rischio per finanziatori ed azionisti. In particolare per il nostro sistema infrastrutturale, l’Autorità ha da tempo adottato una regolazione incentivante, nella convinzione che servizi a rete più sicuri ed efficienti siano di primario interesse per famiglie ed imprese. Per tale sviluppo quindi i soldi giusti (da tariffe) e veri (dei consumatori) ci sono, ma esistono diversi problemi, tra cui quello delle autorizzazioni. Nel settore elettrico, ad esempio, i programmi di realizzazione sono sovente frenati da procedure autorizzative troppo lunghe ed incerte. Su queste problematiche guardiamo con attenzione a quanto stanno facendo il Governo e il Parlamento e auspichiamo che si giunga a procedure semplificate, chiare ed armonizzate che permettano di rendere concrete le potenzialità espresse dal sistema.

 

In riferimento alle concessioni nell'attività di distribuzione, lei ha sollevato il problema delle gare e della necessità di una loro riprogettazione con riferimento all'aggregazione degli ambiti di affidamento, ai canoni versati agli enti locali e agli indennizzi per gli investimenti. Anche il presidente Antitrust Catricalà aveva affrontato il tema. A suo avviso quanto le difficoltà nelle gare nascono anche dal conflitto di ruolo dei sindaci e dalla mancata privatizzazione?

 

Un altro degli elementi che ostacolano lo sviluppo infrastrutturale è sicuramente l’incertezza del sistema legislativo che disciplina le concessioni: sia quelle idroelettriche che quelle per la distribuzione del gas. Per queste ultime la situazione è particolarmente grave, considerata anche l’eccessiva frammentazione dell’assetto industriale articolato su circa 300 distributori (molti di dimensioni ridottissime o non giustificate da eventuali caratteristiche territoriali speciali); un assetto legato a 6400 concessioni comunali. Ciò non consente economie di scala e ostacola la concorrenza. Sarebbe quindi appropriata una scelta a favore dell’efficienza considerando l’abbandono, così come pure segnalato dall’Antitrust, di ipotesi di affidamento in house, a favore di aggregazioni per ambiti più rilevanti, con indennizzi che inducano i concessionari ad investire fino all’ultimo giorno di scadenza della concessione e criteri di gara che privilegino la qualità del servizio e gli investimenti, piuttosto che canoni di concessione troppo elevati.  

 

Infine, lei ha suggerito di avviare un riordino degli oneri inclusi nelle tariffe e destinati a sostenere lo sviluppo delle fonti rinnovabili. In questo ambito quali sono i possibili aggiustamenti migliorativi?

 

Dare ulteriore slancio allo sviluppo delle fonti rinnovabili è una sfida quanto mai rilevante per motivi di sicurezza, di diversificazione energetica e di tutela ambientale; si tratta di un impegno che l’Autorità ha assunto da tempo anche attraverso specifici provvedimenti normativi. L’ulteriore ed irrinunciabile diffusione delle fonti rinnovabili deve però essere perseguita avendo chiara consapevolezza anche degli oneri, immediati e futuri, conseguenti alle singole scelte.

In particolare, gli attuali meccanismi nazionali di incentivazione delle fonti rinnovabili, sostenuti attraverso le bollette dell’energia elettrica, rischiano di manifestare delle criticità dal punto di vista della sostenibilità: sulla base degli attuali meccanismi, infatti, è ipotizzabile un raddoppio dell’attuale onere di 1,6 miliardi di euro al 2010, raggiungendo poi i 7 miliardi nel 2020. Perciò abbiamo già segnalato l’opportunità di una verifica di sostenibilità nel tempo ed un riordino degli stessi meccanismi, tenendo conto delle specificità di ogni singola fonte, anche in termini di efficienza, costi, maturità tecnologica e ricadute industriali nazionali.

 

Più in generale, quali sono i principi guida che in questa materia ispirano l’azione dell’Autorità?

 

L’Autorità auspica una riflessione sull’intero meccanismo degli oneri di sistema, nel quale rientrano anche le incentivazioni alle fonti rinnovabili. Questi oneri, di fatto, si traducono in un prelievo di tipo parafiscale (peraltro ulteriormente gravato dall’Iva in bolletta), e presentano problemi di equità redistributiva: i consumi di energia elettrica, infatti, non sono proporzionali ai redditi, sia per le famiglie che per le imprese. Quindi una famiglia a basso reddito con alti consumi (ad esempio una famiglia numerosa) si trova a contribuire alla copertura degli oneri di sistema più di un single benestante; allo stesso modo un’impresa ad alti consumi elettrici, ma con modesti utili, contribuisce più di un’impresa con utili elevati e bassi consumi. Ci sembra quindi opportuna una riflessione in merito alla possibilità di trasferire tali oneri, in tutto o in parte, a carico della più equa fiscalità generale.

 

 

 



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