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WELFARE/ Le quattro priorità per l'Italia dopo la “lezione britannica”

Pubblicazione:sabato 30 gennaio 2010

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L’aspetto più innovativo di questo approccio consiste nella sua ampiezza, intesa come multidimensionalità del problema da affrontare. La lettura del Discussion Paper fa emergere come la proposta inglese rifugga da una visione semplicistica basata su interventi singoli e ricette “onnicomprensive”; al contrario, si dimostra consapevole della necessità di operare su più fronti, con interventi articolati, ma al contempo coordinati.

 

In particolare, è interessante l’idea che meccanismi di coinvolgimento dell’utenza (exit e voice) possano non solo coesistere, ma essere rafforzati dalla presenza simultanea di politiche pro-concorrenziali. In altri termini, la possibilità per i cittadini di esprimere la propria opinione sui servizi loro offerti può essere tanto più incisiva quanto più ampia e diversificata risulti l’offerta di questi servizi. D’altro canto, è proprio la pluralità dell’offerta che consente ad una famiglia di esprimere la propria opinione, non solo “valutando” il servizio (nell’ottica della customer satisfaction), ma anche decidendo a quale scuola iscrivere il proprio figlio, in quale ospedale effettuare un ricovero, in quale struttura assistenziale far curare i propri genitori anziani, e così via. In quest’ottica, inoltre, la valutazione delle performance delle strutture non dovrebbe avere solamente una funzione legata a meccanismi premiali e sanzionatori (ad esempio, nell’allocazione delle risorse pubbliche), ma potrebbe anche perseguire una finalità informativa nei confronti degli individui e delle famiglie.

 

Queste riflessioni illuminano, a nostro parere, il giudizio sulle riforme intraprese negli ultimi anni nel settore del welfare del nostro Paese.

Tali riforme, infatti, utilizzano spesso, alternativamente, una sola delle possibili leve di azione: il coinvolgimento dei cittadini nella valutazione dei servizi (si pensi alle sperimentazioni avviate dal Ministro Brunetta), oppure la valutazione dei costi e delle prestazioni delle strutture (come avvenuto in molte Regioni nel settore della sanità), oppure l’incentivo alla concorrenza tra fornitori del servizio (come alcune Regioni hanno avviato, con coraggio, nel campo della scuola – in primis la Lombardia con il Buono Scuola).

 

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