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RIFORME/ La Costituente può insegnare ancora molto a Berlusconi, Bersani & C.

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Il che, tuttavia, non deve essere frainteso o scambiato per una strenua difesa dello status quo costituzionale. Bensì, come un appello rivolto a tutte le forze democratiche per una maggiore consapevolezza della necessità - ineliminabile in una democrazia matura - di un chiaro, efficace e moderno sistema di regole istituzionali capace di garantire quella necessaria “collaborazione della famiglia umana” auspicata da Benedetto XVI. Ciò si traduce, in primo luogo, nella ricerca di quegli accorgimenti istituzionali capaci di far sì che le decisioni pubbliche (necessariamente percepite come eteronome rispetto a quelle espressione dell’autonomia privata) siano assunte dalla maggioranza politica senza che ciò possa integrare una “dittatura della maggioranza” come l’avrebbe definita Alexis de Tocqueville. E, in secondo luogo, nella costruzione di un sereno clima di legittimazione politica all’interno del quale ciascuna forza sia chiamata a confrontarsi sulle questioni del Paese con più progettualità e meno calcolo politico.

Questa - seppur in un contesto fortunatamente molto diverso - altro non è che la medesima grande sfida brillantemente vinta dai nostri padri costituenti. Essi, infatti, raggiunsero l’ambizioso obiettivo di costruire una democrazia moderna in un Paese diviso attraverso l’accettazione, da parte delle maggiori forze politiche, di una sorta di accordo tacito che portò, fin dalle prime fasi del lavoro della Costituente, a distinguere nettamente le questioni costituzionali da quelle di politica contingente. Quest’accordo tacito che maturò sui banchi della Costituente portò, così, a distinguere la prospettiva storica entro cui la nuova Costituzione andava collocata dalla prospettiva più strettamente politica, legata alle contingenze dei problemi della ricostruzione.

 

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