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REVIVAL/ 2. Se la querelle Berlusconi-Fini fa rimpiangere quei "mascalzoni" della Prima repubblica

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Può anche essere un dettaglio tutto questo formalismo, che oscilla tra grande civiltà e grande ipocrisia, ma che probabilmente non lascia indifferenti gli italiani, che si aspettano ormai da oltre quindici anni un po' di stabilità politica. Poi è arrivato il lungo dibattito. 

Il premier Silvio Berlusconi, nel suo discorso e anche nella sua replica, com'è successo anche ieri, non si fa prendere la mano, misura i toni e appare conciliante, quasi ecumenico. Insomma fa un discorso che, in termini parlamentari, appare come l'invito a una costituente. L'elenco delle cose da realizzare è al solito importante. C'è probabilmente tanta buona fede e voglia di fare, ma si nota anche uno schema politico vecchio di secoli e tutto interno all'attuale maggioranza di governo.

Nel momento in cui Berlusconi dà credito all'attuale maggioranza, compreso il gruppo del Presidente della Camera, è come se scaricasse una "patata bollente" nelle mani del gruppo dissidente. Come se dicesse: guardate che se questo programma non si realizza, la colpa è vostra. E in quel momento, il premier dà proprio l'impressione di aver indicato il suo nemico più pericoloso, Gianfranco Fini, che sta sul seggio più alto di Montecitorio, con una sorta di "abbraccio" che viene da una lettura veloce di Nicolò Machiavelli, il quale consigliava appunto di abbracciare il nemico più insidioso in vista di un futuro regolamento di conti.

Il nocciolo della questione di tutto il dibattito sembra collegato proprio a questo scambio indiretto tra i due "scranni" più importanti di Montecitorio. Il resto è contorno e anche con toni che scendono, in certi casi,  quasi  ai ricordi giovanili dell' avanspettacolo milanese, quando si frequentavano i  "matinée" dell'Alcione e dello Smeraldo dopo aver bigiato il liceo.

Straparla Antonio Di Pietro, che attribuisce a Berlusconi nequizie che non avrebbe riferito neppure al ras di Cremona, Roberto Farinacci. Tonino straparlava anche nelle aule di giustizia, ai tempi di Tangentopoli, ma lo applaudivano ugualmente. E naturalmente, in aula, i suoi lo applaudono  ancora, mentre persino il Presidente Fini lo richiama perentoriamente all'ordine.

 

 

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