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SCENARIO/ 2. Fioroni: il Pd lasci perdere Fini e si curi dalla "berlusconite"

BEPPE FIORONI (Pd) chiude le porte a un'alleanza con Fini, anche se fosse di "emergenza democratica" e sprona il Partito Democratico a migliorare nella democrazia interna e nella capacità di attrarre i moderati

Fioroni_R375.jpg (Foto)

Ieri sera Gianfranco Fini è sbarcato a Milano per la “trasferta” (come l’aveva definita lo stesso Presidente della Camera) nella roccaforte dell’asse Berlusconi-Bossi. Una tappa attesa quella al Teatro Derby, a pochi passi dalla “piazza del predellino” che diede vita al Pdl, per lanciare definitivamente Futuro e Libertà in una campagna elettorale che, nei fatti, sembra essere già iniziata. 

Nonostante il passo indietro di ieri sul tema della giustizia, il leader dei futuristi sembra aver perso il tifo appassionato dell’opposizione e le quotazioni di un ipotetico governo d’“emergenza democratica” sono decisamente in calo. «I riferimenti storici e valoriali, gli uomini e le tradizioni di Fini restano del tutto alternativi a quelli dei fondatori del Partito Democratico - dice Beppe Fioroni a IlSussidiario.net -. La politica si fonda sui valori e sugli ideali, sulla passione e sul sentimento. Per questo, un’alleanza con Fini non sarà mai possibile, nemmeno per difendere la Costituzione, che, non a caso, è fondata sull’antifascismo e sulla resistenza. Non possiamo far credere agli italiani che i valori siano una variabile declinabile ai nostri opportunismi. Mirabello non si concilia con Marzabotto».

L’alleanza a “due cerchi” proposta a suo tempo da Bersani non è quindi più percorribile?


Sono medico e con le formule geometriche ho poca dimestichezza… Il fatto è che il Pd ha un’altra priorità: recuperare credibilità agli occhi degli italiani dopo la brutta figura dell’Unione. Questo però è possibile solo se si rilancia il progetto di un grande partito di centrosinistra riformatore e innovativo, capace di rappresentare la complessità della società italiana e non solo una delle sue classi sociali. Un partito che ritenga la pluralità di voci interne un elemento essenziale della propria dialettica.

Quello della democrazia interna è un problema ancora aperto?