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IL CASO/ Lega, partito qualunque: da "Roma ladrona" alla "polenta e vaccinara"

Pubblicazione:venerdì 8 ottobre 2010

BossiPolentaRomaR400.jpg (Foto)



Il successo elettorale, l’usura di un classe dirigente mai veramente mutata nel suo nerbo portante, la presenza in massa al mulino romano che prima o poi finisce per inzaccherare tutti , sono solo la punta d’iceberg di una mutazione più profonda che la fanno sempre più assomigliare a un partito tra gli altri. Un partito, qualunque.

I dissidi interni, se non proprio figli di correnti strutturate (fino a quando Bossi resta in sella il formalismo resta quello di un movimento leaderista, chi dissente è fuori), esplodono ormai su molti grandi temi. L’estate appena trascorsa ne ha visti parecchi: Calderoli contro Maroni, il primo iper tremontiano il secondo decisamente meno; Luca Zaia contro Flavio Tosi sugli ospedali veneti; Giancarlo Giorgetti contro Marco Reguzzoni per la guida della Lega in Lombardia; e ancora Zaia versus Roberto Cota per chi sia il governatore più bello del reame.

E poi la penetrazione nel centro Italia ha giocoforza diluito il nordismo delle origini, affiancando nell’agenda politica il tema sicurezza a quello originale del federalismo. Così come la presenza in massa nei palazzi della politica ha evidentemente democristianizzato e stemperato molte campagne leghiste, non fosse che per qualche parola scomposta d’antan, al pari di un’imponente crescita elettorale che ha finito per accentuare il tratto lottizzatorio del partito, avido di poltrone e strapuntini da occupare: dalle multiutility alle fondazioni bancarie, dagli enti parapubblici ai cda di grandi imprese. Alla faccia della Prima Repubblica tanto vituperata.

Ma soprattutto, le dimensioni di massa assunte dal Carroccio non la tengono più al riparo dalla questione morale. Gli ultimi mesi sono stati una piccola spoon river padana: dalle inchieste friulane su Ballaman alla corruzione di Portogruaro, dalle foto compromettenti, con tanto di boss di ‘ndrangheta di un consigliere regionale lombardo, alle consulenze emiliane. Insomma siamo lontani dalla “pirlata” di un Giovanni Patelli, il tesoriere della Lega ai tempi di Tangentopoli, quello dei 200 milioni da Raul Gardini.    .

 

 

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