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Politica

SCENARIO/ Le 5 anomalie che mandano all'aria i piani di Berlusconi e Fini

È in corso una crisi di governo piena di anomalie, afferma ALESSANDRO MANGIA, da cui emerge che il dissidio politico è in realtà dissidio di regole istituzionali, che attendono una riforma

Foto: ImagoeconomicaFoto: Imagoeconomica

La crisi di governo che sembra avvicinarsi a grandi passi e che sembra destinata a formalizzarsi il prossimo 14 dicembre appare anomala da diversi punti di vista.

La prima anomalia, rispetto al passato, è data dal fatto che uno degli attori istituzionali della crisi - e cioè il Presidente della Camera - è il leader della formazione politica più apertamente interessata all'apertura della crisi stessa. E se si ragiona sul fatto che - secondo l’art. 88  della Costituzione e secondo le prassi consolidate - il Presidente della Repubblica deve sentire i Presidenti di Camera e Senato prima di decidere lo scioglimento anche di una sola di queste, è lecito ritenere che il Presidente della Camera possa - a dir poco - trovarsi in difficoltà a svestire i panni del leader politico per indossare, al momento delle consultazioni, i panni di una figura terza rispetto alle dinamiche politiche di cui è parte.

Detto questo, la seconda anomalia è data dalla richiesta di arrivare allo scioglimento della sola Camera dei deputati nel caso in cui - il prossimo 14 dicembre - il Governo si trovi, in quella sede,  senza maggioranza: maggioranza che invece sembra al momento destinata ad essere confermata al Senato. Che lo scioglimento di una sola Camera - stante la lettera dell’art. 88 della Costituzione - sia astrattamente possibile non vuol dire granché.

La possibilità di scioglimento disgiunto dev'essere esaminata alla luce del fatto che è dal 1963 che una legge di revisione costituzionale ha uniformato in cinque anni la durata di Camera e Senato al fine di armonizzarne il funzionamento in un sistema in cui tutto deve ricevere l’approvazione di due assemblee progettate per lavorare in parallelo. Insomma, funzioni identiche; identica durata e necessità di approvare tutto due volte.

Che questo sia oggi - per la rapidità e l’efficienza del sistema parlamentare - un bene o un male è uno dei punti ricorrenti del dibattito sulle riforme non scritte di questi ultimi vent’anni. Io penso che sia un male. Sta di fatto che, piaccia o non piaccia, questo è il sistema che abbiamo. E in questo sistema che le due Camere debbano vivere e morire assieme è semplicemente dovuto al fatto che un Parlamento con maggioranze disgiunte non può fare il suo lavoro, che è poi quello di sfornare leggi e garantire la fiducia al Governo.

Però, se questo è il sistema, è facile capire una cosa. E cioè che il venir meno della fiducia al Governo presso una delle Camere di per sé non significa - e non ha mai significato - che si debba andare ad elezioni della sola Camera contraria all’indirizzo del Governo, come oggi si propone.

Piuttosto ha sempre significato che, venuta meno una maggioranza, o si sciolgono - per le ragioni anzidette - entrambe le Camere e si va elezioni; oppure si cerca in entrambe le Camere un’altra maggioranza (che oggi, a parole, nessuno dice di volere). Tanto è vero che da sempre  - e da ultimo nel 2008 - la sfiducia votata presso una Camera comporta l’obbligo di dimissioni del Governo e, eventualmente, nuove elezioni di Camera e Senato.


COMMENTI
29/11/2010 - Il premio aiuta chi si aggrega (PAOLA CORRADI)

Credo che lo spirito del premio di maggioranza fosse un incentivo all'aggregazione delle forze di partito. E questo obiettivo è stato raggiunto. Il secondo passo dovrebbe essere quello di tenere insieme le forze che compongono un partito. Ovviamente in questo caso qualcuno deve rinunciare alle proprie idee in favore dell'unità. Cosa può ostacolare questo processo? Le baronie che opacizzano la fiducia nell'altro. Purtroppo quando si perde la fiducia è difficile recuperare un rapporto specialmente per chi non crede nel valore del "sacrificio". Questo per dire che il fatto che sia scritto nella costituzione piuttosto che in un decreto legge non basta a fare stare insieme le forze politiche. Il punto è un altro. E allora bisogna vedere che valori stanno alla base del partito politico. Diversamente qualsiasi legge dello stato non riuscirà a tenere insieme nulla.

 
19/11/2010 - anomalie all'italiana (maria schepis)

Le anamolie illustrate nell'articolo dimostrano che oltre ai piani di Fini e Berlusconi,è mandata all'aria questa povera italia,costretta a subire, ancora una volta, i duetti e i duelli di capricciosi governanti che, nell'ottica di una politica personalistica,la cui posta in palio è il potere,inventano ogni giorni una mossa.I fatti dimostrano a chiare lettere che tutte le regole sono saltate,che lo scollamento tra governanti e Paese è veramente considerevole.Le invocate e temute elezioni creerebbero una confusione incredibile,io non ho capito,nel caso di elezioni solo per la Camera ,a quale leader verrebbe dato l'incarico di formare il governo: a quello che ha la maggioranza al Senato o a quello che l'avrebbe alla Camera,in caso di vittoria di una coalizione diversa?A questo punto si potrebbero nominare due premier così sarebbero tutti felici e contenti ,in fondo anche a Roma ci fu il momento dei due consoli

 
19/11/2010 - Un'anomalia inesistente (enrico maranzana)

“Il che non è scritto nella costituzione formale ma è scritto in una legge elettorale” e, conseguentemente, il principio non ha alcun significato, nessun effetto, nessun valore. Parlarne vuol dire solo intorbidire le acque e fare confusione. Si vuole generare una situazione simile a quella del tempo di Pilato che “sapeva che i sommi sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia”, sentimento che derivava dalla popolarità, dalla capacità comunicativa di Gesù che offuscava il prestigio del sinedrio. L’antagonismo non aveva origine dalla diversa visione dell’aldilà o da differenti definizioni della missione dell’uomo, riguardava il potere. Per difendere il loro primato “i sommi sacerdoti sobillarono la folla perché egli rilasciasse loro piuttosto Barabba”, un sovversivo omicida. L’emotività, non la razionalità è il fondamento del “Crocifiggilo”, formulata come risposta alla domanda: “Che male ha fatto?”. Emotività e irrazionalità che hanno fatto dimenticare alla folla il motivo della loro adunata davanti a Pilato: “Chiedere ciò che sempre egli le concedeva”, ”rilasciare un carcerato a loro richiesta”. La gente, infatti, si era radunata per chiedere la liberazione di Gesù.