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VIENI VIA CON ME/ 1. Bersani-Fini, quel ping pong bipolare che consegna l’Italia al Leviatano

Pubblicazione:martedì 23 novembre 2010

finibersani_R400.jpg (Foto)

Pensandoci bene, non è che l’idea di Fabio Fazio fosse poi così originale. Di qui Luigi Bersani e il suo manifesto dei valori della sinistra. Di là Gianfranco Fini e il manifesto dei valori della destra. Ammettiamo pure che le categorie di destra e sinistra abbiano ancora un qualunque significato, una qualunque capacità di condensare in una sintesi estrema identità e atteggiamenti apparentemente omogenei. E ammettiamo pure che la destra di Fli sia la vera “destra”, mentre le altre destre, berlusconiane, bossiane, storaciane, siano roba da mentecatti, buona per vincere le elezioni magari ma non per sentirsi benvenuti nei salotti chicchissimi della post-ideologia al potere.

 

Poi però riavvolgiamo il nastro e riascoltiamo i due leader del bipolarismo utopico prossimo venturo, riedizione in salsa pop di una storica copertina de L’Italia Settimanale diretta da Marcello Veneziani (correva l’anno 1995), in cui si preconizzavano due leader per due schieramenti: da un lato Massimo D’Alema, dall’altro (ironia della storia) sempre Gianfranco Fini, allora testimone di una destra meno presentabile (An era appena nata) e condotta per mano fuori dalle fogne guarda un po’ sempre dall’ormai odiato Cav.

 

Fini e Bersani sembrano andare d’accordo su tutto, più o meno: la difesa della Costituzione, la cittadinanza agli immigrati, la cultura dei doveri e della legalità, la laicità dello Stato, la moralità della politica. Bersani un po’ più solidale, Fini un po’ più meritocratico. Tutto il resto, identico. C’è però una cosa che balza all’orecchio, più identica di altre. È la sensazione, anzi la certezza assoluta, che questa destra e questa sinistra al fondo non pensino ad altro se non a consegnare allo Stato le chiavi della nostra felicità, della nostra educazione, del nostro benessere. Il leader piddino lo dice chiaro: salute e istruzione debbono essere gratuiti e garantiti come tali dallo Stato. Punto. Il leader della soi disant destra modernizzatrice ed europea fa il giro più largo, dice e non dice. Ci vuole il merito, l’uguaglianza delle opportunità di partenza. Epperò, dice il Presidente della Camera, senza lo Stato resta solo un popolo di egoisti e calcolatori.


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COMMENTI
24/11/2010 - la stupidità (luisella martin)

Anni fa partecipai ad un seminario sull'intelligenza. Da allora sono tormentata da un dubbio: poiché gli intelligenti riconoscono in tutti gli altri le loro stesse potenzialità e gli stupidi non possono farlo, o siamo tutti intelligenti o siamo tutti stupidi... Con il passare degli anni ho abbracciato questa tesi: nasciamo tutti intelligenti, chi più, chi meno, poi l'esperienza ci porta ad usare sempre meno l'intelligenza, che spesso è un fardello difficile da sopportare. In alcuni casi,forse per traumi psicologici subiti, tradimenti, perdita dell'amore, perdita del lavoro, crac finanziario,si rinuncia del tutto all'intelligenza, preferendo ad essa la furbizia. Mi sembra sia il caso dei due personaggi descritti nell'articolo.

 
23/11/2010 - Considerazione (Moreno Morani)

Perché stupirsi più che tanto? Entrambi i personaggi sono melanconici epigoni di due ideologie fortemente stataliste (non dimentichiamo che anche l'IRI e tutti i baracconi dell'assistenzialismo di Stato erano un'invenzione del ventennio, non dei governi democristiani). Sono epigoni non pentiti, e anche se nelle loro dichiarazioni pubbliche proclamano a parola di avere preso le distanze dal loro passato, in realtà nel profondo dell'anima sono ancora abbarbicati alle loro idee originarie, entrambe perdenti e condannate dalla storia. Anche sulla riverniciatura laico-social-progressista che il FLI sta tentando ci si dovrebbe fare qualche domanda: non è per caso che elementi del genere sono già presenti nell'ideologia di Salò?

 
23/11/2010 - Lo statalismo non ha colore (Francesco Carbonchi)

Grazie grazie grazie. Concordo in pieno con l'articolo, è quello che penso da molto tempo. Sono convinto che la visione politica di entrambi sia quella dello "Stato madre di tutte le cose" e che la conciliazione tra i due sia inevitabile. Cambia solo il colore (le bandiere, gli slogan, le parole d'ordine, l'abbigliamento, i giornali), rosso o nero che sia, ma la zuppa è la stessa. Infatti il nemico che combattono è lo stesso.